Identità, rifiuto, ribellione: perché leggere La Vegetariana

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Quando l’occidente scopre il talento di Han Kang in occasione dell’assegnazione del Man Booker International Prize, il libro per il quale è insignita del premio ha visto la luce già da quasi dieci anni. Il libro in questione è La Vegetariana, uscito in Sud-Corea nel 2007, rivelando con chiarezza cristallina il talento della sua autrice.

Han Kang è nata a Gwangju quarantasette anni fa e dal 1993, anno della pubblicazione della sua prima raccolta poetica, batte le strade della letteratura, restando all’ombra del grande mostro occidentale fino al 2016, ovvero fino al conferimento del premio. Figlia dello scrittore Han Seung-won, la sua scrittura, limpida e piana, sembra conservare il retaggio di una tradizione poetica che, a tratti, emerge nei suoi libri in momenti di lirismo, seppur misurati nella leggerezza del tratto tipicamente orientale.

Han-Kang-Side-by-Side

In un’epoca bizzarra come quella che viviamo, in cui la mano invisibile del mercato sistemerà da sola le brutture delle nostre società, decidendo sul bene e sul male, su ciò che è giusto e cosa è sbagliato, su quello che, a ben vedere, dobbiamo essere, l’individuo sembra avere un valore del tutto marginale. Opinioni, idee, sentimenti, sembrano filamenti appiccicosi che non vogliono saperne di scivolare nel passato romantico dal quale provengono, intralciando l’ineludibile marcia della scienza verso il progresso.

Abbiamo attraversato già diverse singolarità, ma sembra davvero di essere vicini a un qualche punto di rottura in cui una non ben identificabile forma di ribellione porterà un profondo cambiamento o un profondo annichilimento. Va bene, non esageriamo, il punto è che qualcosa sembra muoversi nelle coscienze, le persone ricominciano a scalpitare sotto il grande rassicurante ombrello del conformismo e della passività e, tra i tanti sintomi del processo a cui assistiamo, le scelte etiche e culturali sono una sorta di barometro in grado di dirci quanto vicini siamo all’esplosione.

Ebbene, oggi scegliere se essere vegetariani, vegani o onnivori (vi prego inventate un’altra definizione) è più importante di quanto non sembri e per i motivi di cui ho già parlato in abbondanza poco fa; decidere quale sia il grado di dignità sostanziale che vogliamo concedere alle donne è significativo; stabilire fino a che punto le opinioni altrui possano essere represse, è vitale.

Come racconta la stessa autrice sudcoreana, il romanzo ha una genesi particolare che va rintracciata in un racconto scritto vent’anni fa:

«Si intitola Il frutto della mia donna, la storia di una giovane che letteralmente diventa una pianta. Il marito la trova così tornando a casa, la mette in un vaso e se ne occupa amorevolmente. La annaffia tutti i giorni, ma in autunno si secca e a lui non resta che domandarsi se fiorirà di nuovo in primavera. Dopo averlo scritto ho provato una sensazione di incompiutezza e il desiderio di lavorare di nuovo su quest’immagine».

La Vegetariana racconta la storia di una donna che, a seguito di un sogno, decide di non mangiare carne per il resto della sua vita. Yeong-hye, questo il nome della donna, ci parla direttamente solo attraverso i suoi sogni. Per il resto, è solo l’epicentro dei turbamenti che riguardano i protagonisti delle tre parti in cui è suddiviso il libro: il marito; il cognato; la sorella.

Questa scelta non sembra affatto casuale. Prima di tutto perché sono una perfetta metafora della condizione di Yeong-hye, incompresa e quindi trattata a tutti gli effetti come persona affetta da malattia mentale. In secondo luogo simboleggia perfettamente l’urgenza dei suoi sentimenti: nessuna mediazione sociale o culturale, nessuna moda passeggera, non mangiare carne non è una scelta etica, è un richiamo a una natura vegetale che ha radici profonde e che solo la violenza del mondo circostante, perfino familiare, la costringe a reprimere e confinare nel sogno.

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Quella del vegetarianismo è una scelta di ribellione. Una ribellione nei confronti delle violenze paterne, della freddezza della vita coniugale, dell’alienazione da un mondo cieco alle proprie sofferenze. È il rifiuto dell’animalità, o quanto meno la rivendicazione di un’anima vegetale che non può più essere trascurata. Gli esseri umani, come le piante, rischiano di seccare se non ricevono le giuste cure e attenzioni. Questo sembra suggerirci Yeong-hye, lasciata lentamente seccare e avvizzire in una clinica psichiatrica.

I sogni sono premonizione di morte, eppure producono un irresistibile richiamo. Un richiamo a una vita eterna, instancabile; una vita vegetale, passiva alle forze e alle intemperie, al calore del sangue; una vita che si purifica nella pioggia e nutre nell’eterna luce del sole.

Esiste una profonda nostalgia che riposa dentro di noi. A volte si rivela nei sogni, altre semplicemente resta lì, giusto a un passo dalla consapevolezza di sé, a guidarci in modo più o meno incosciente. Quanto a lungo può essere eluso questo richiamo, Yeong-hye?

“Verrà la morte con passi felpati
portando rose in bocca.”

Charles Bukowski

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