Her & I’m Here: la fantascienza di Spike Jonze come specchio dell’amore umano

Ci sono tanti modi per raccontare l’amore. Il cinema è un medium attraverso il quale è molto efficace farlo, e da sempre ci sono state raccontate storie d’amore sul grande schermo. Si può quasi dire che le storie d’amore sono alla base di praticamente ogni film. Ma ci sono anche storie d’amore un po’ speciali, storie d’amore fantascientifiche e, più precisamente, storie d’amore di Spike Jonze, completamente diverse dalle altre. Due film in particolare hanno rappresentato la diversità del regista americano su questo tema:  parliamo di Her (2013) e di I’m Here (2010).

Spike Jonze, al secolo Adam Spiegel, skater, regista, sceneggiatore, attore e produttore, con questi due film ci ha regalato due grandi esempi di storie d’amore e soprattutto della grande forza paradigmatica della fantascienza, della capacità di questo genere di veicolare messaggi e tematiche traslandole nel futuro, su personaggi che non sono nemmeno umani.

Cominciamo da I’m Here: cortometraggio del 2010 finanziato da Absolut Vodka e presentato al Sundance Film Festival 2010, basato sul racconto per bambini di Shel Silverstein The Giving Tree (L’albero). Il corto racconta la storia del timido robot Sheldon (Andrew Garfield) che si innamora della estroversa e ribelle ma fragile Francesca, anche lei un robot, a cui si donerà in tutto per tutto e nella quale troverà finalmente uno scopo e la propria felicità.

Una storia commovente in cui Jonze (per la prima volta da solo sia come sceneggiatore che come regista) riesce a trasfigurare una favola per bambini in una riuscita storia d’amore sci-fi, in cui raccoglie tutti gli elementi principali dei suoi lavori trasformandoli in qualcosa di nuovo. Racchiudendo in trenta minuti tante questioni, senza fare confusione e creando una storia d’amore credibile ed empatica, che racconta di solitudine, discriminazione, delle difficoltà dello stare insieme e al tempo stesso della bellezza di volersi bene nella quotidianità. Tutto gestito con un tocco quasi magico da Jonze, che ci regala due personaggi fantastici: fragili, complessi, sfaccettati, veri, insomma umani. Più umani degli umani, citando Blade Runner. Un film che conquista e commuove e che non lascia indifferenti e che arriva così bene allo spettatore proprio grazie a quei personaggi, robot che quindi guardiamo con distacco iniziale ma che ci conquistano come degli umani non avrebbero mai potuto.

E da qui parte anche Her, il film che è valso a Jonze l’Oscar per la Miglior Sceneggiatura e che racconta la storia di Theodore Twombly (Joaquin Phonenix) un malinconico quarantenne che per lavoro scrive lettere per conto di altri, e che dopo la separazione dalla moglie non riesce più a riallacciare rapporti umani veri, fino all’acquisto di un sistema operativo di intelligenza artificiale chiamato Samantha (Scarlett Johansson), di cui si sente solo la voce e di cui Theodore finirà per innamorarsi.

Una storia grottesca e che può fare quasi storcere il naso raccontata da Jonze con una sensibilità ed una dolcezza così perfetti da rendere credibile questo amore incredibile.

Theodore è un uomo incapace di ricrearsi una vita sociale dopo che la moglie lo ha lasciato e si rifugia in se stesso, passando il suo tempo libero tra chat sessuali e videogiochi. Samantha, con il suo sguardo sul mondo fanciullesco e curioso, lo riporta alla vita, facendogli riscoprire il gusto delle cose e insegnandogli di nuovo ad amare e rapportarsi con gli altri. La loro storia d’amore lo rende consapevole degli errori che avevano fatto fallire il suo matrimonio e pronto a crescere per poter iniziare una nuova vita.

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Una storia, anche qui come per I’m Here, così vera da abbattere le barriere del fantastico. Anzi è proprio “l’assurdità”, qui ancora più spinta, perché se in I’m Here l’amore è tra due robot, quindi tra due simili, in Her la storia d’amore è tra un uomo e un sistema operativo che si interfaccia con il mondo solo attraverso una voce. Una cosa incredibile che Jonze ha scritto e messo in scena così attentamente da diventare specchio e paradigma vero dell’amore e delle relazioni, così che si crei un’immedesimazione e un’empatia con i personaggi in una narrazione più tradizionale.

Tutto questo inserendo una chiave di lettura sull’uso della tecnologia originale e spiazzante, rispetto ad un’interpretazione più immediata del film che lo vedrebbe come un’opera di denuncia all’abuso della tecnologia del nostro tempo e alla sostituzione di rapporti finti e virtuali a quelli veri.

Her, invece, sottolineando certamente l’importanza dei rapporti veri, concreti, di carne, non vuole essere un film contro la pervasività della tecnologia. Anzi, la tecnologia non è dipinta come un’ostacolo a questo, ma è proprio ciò che lo afferma. Il rapporto tra Theodore e Samantha insegna a lui l’importanza dell’esternare i propri sentimenti in un rapporto vero e lo riporta alla ricerca e alla riscopertà dei rapporti che aveva abbandonato.

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Spike Jonze, che da sempre ha giocato con i generi e i cui film si rapportano sempre con elementi grotteschi e fantastici, era forse il regista più adatto per raccontare due storie d’amore così sui generis, fantascientifiche ma fortemente vere e umane, che appartengono quasi ad un genere tutto loro, il genere Spike Jonze: “A Spike Jonze’s love story” recitava la tagline di Her. Due storie d’amore uniche che, sebbene così giovani, hanno già lasciato un segno ben visibile nella nostra cultura. Troviamo una forte traccia di Her all’interno del recente Blade Runner 2049, ad esempio.

Dalla moltitudine di modi in cui si può raccontare l’amore, Spike Jonze ne ha estratto una dimensione esemplare, empatica, paradigmatica. Un’artista poliedrico che nelle sue due opere soliste ha saputo raccontare l’amore, con una dolcezza, una delicatezza e un’attenzione che in pochi anno, attraverso lo sguardo triste di un robot o la voce calda e sensuale di un OS, facendoci provare emozioni e facendoci letteralmente immergere in storie incredibili e grottesche, a cui non era immaginabile affezionarsi e che soprattutto non era immaginabile parlassero così bene di noi. Ecco la grande abilità di Spike Jonze: parlare d’amore e dell’uomo attraverso ciò che uomo non è, ma che si rivela essere uno specchio molto più dettagliato dell’umanità di quanto qualsiasi racconto tradizionale possa mai essere.

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