Black Or White di Michael Jackson: un messaggio ancora attuale contro l’odio razziale

Tra le perle dell’ampio catalogo retrospettivo di Michael Jackson spicca una raccolta postuma, pubblicata su DVD il 22 novembre del 2010. Si intitola Michael Jackson’s Vision e include la videografia completa del defunto Re del pop, arricchita da alcuni clip extra risalenti agli esordi con The Jackson 5. Ad aprire il secondo dei tre DVD che compongono l’antologia è la versione originaria e integrale del video realizzato per il brano Black Or White, così come venne trasmesso in TV, per la prima volta, la sera del 14 novembre 1991. Supporto visivo del singolo apripista dell’ottavo album in studio Dangerous, il cortometraggio di 11 minuti che accompagna Black Or White rientra nella lista dei videoclip più costosi di sempre (4 milioni di dollari furono stanziati per produrlo), ma suscitò non poco clamore ai tempi, venendo denigrato e condannato alla censura dai media statunitensi per via dei contenuti troppo espliciti, a dispetto del nobile quanto unitario messaggio sociopolitico che si celava dietro alcuni dei suoi fotogrammi.

Michael comincia a scrivere buona parte del testo di Black Or White nei primi mesi del 1989, trovando rifugio e ispirazione nella chioma dell’albero più grande che sia stato piantato nella sua Neverland, su cui ama arrampicarsi e oziare per ore alla stregua di un Peter Pan postmoderno. La canzone diventerà, due anni dopo, il primo assaggio di un album che segna il divorzio definitivo dallo storico produttore Quincy Jones, lasciato in stiva da Jackson per mettere al timone del progetto discografico un trio inedito, formato da Teddy Riley, Matt Forger e Bill Bottrell (quest’ultimo noto ai più come ingegnere del suono in Bad e artefice di alcune versioni dance e dub di Like A Prayer di Madonna). A Bottrell sarà affidata la produzione di Black Or White, un vero e proprio processo collaborativo nel corso del quale Bill tradurrà in musica idee e suggerimenti di Michael e tornerà a vestire gli occasionali panni di autore firmando e incidendo di persona il rap centrale del pezzo sotto mentite spoglie: quelle dell’acronimo L.T.B. (così risulta creditato nei riconoscimenti ufficiali). Contrariamente a quanto si è pensato per anni, a suonare il giro di chitarra distintivo della traccia nella sua versione studio non è Slash dei Guns N’ Roses, bensì Bottrell medesimo, alle prese con una Kramer American. Sono invece da attribuire a Slash gli accordi in puro stile heavy metal udibili nel preambolo del brano e quelli che graffiano il rock mansueto della ballata Give In To Me, settimo singolo da Dangerous. Malgrado il riff che guida Black Or White sia stato da lui definito ‘troppo gay‘ nel 2010, diverse sono state le occasioni in cui proprio il chitarrista dei GNR ha riprodotto di buon grado e in via eccezionale quell’esatta sequenza dal vivo, condividendo il palco con Michael. Basti solo pensare allo show dedicato al decimo anniversario dalla nascita di MTV e al medley eseguito durante la cerimonia dei Video Music Awards 1995.

Lo status mediatico raggiunto da Jacko in quel periodo, a ridosso del lancio di un nuovo singolo dopo quattro anni dall’ultimo LP, era di proporzioni titaniche. Tale da permettere alla Epic Records di imporre a network come MTV l’appellativo ‘King of Pop‘ ogni qual volta un presentatore (o VJ) avesse annunciato la première dell’imminente, attesissimo clip girato per Black Or White. E così fu: il video debuttò, in prima serata, il 14 novembre del ’91, trasmesso negli States (a reti unificate) su MTV, Fox, BET e VH1 e simultaneamente in altri 28 paesi del mondo, nonostante il fuso orario, radunando 500 milioni di persone davanti alla TV. Un evento senza precedenti, in sostanza.

A introdurre il mini film è uno scorcio di vita familiare tipicamente americano, in cui un figlio patito di hard rock (Macaulay Culkin di Mamma, Ho Perso L’Aereo), rimproverato dal padre per il volume troppo alto dello stereo, trascina per ripicca un enorme amplificatore in salotto, al quale collega una chitarra elettrica che scaraventa il burbero genitore fino in Africa a suon di decibel elevati alla massima potenza. Un Michael Jackson quasi diafano appare tra la vegetazione del posto e si unisce, di volta in volta, a uomini e donne di diverse nazionalità e razze (tribù Masai, indonesiani, russi, indiani d’America), improvvisando danze locali sulle note del pezzo, per poi palesarsi in cima alla Statua della Libertà, attorniata dai monumenti più famosi del mondo, avanzare verso la telecamera mentre immagini di guerra ardono alle sue spalle e mimare i versi dell’interludio rap assieme al piccolo Macaulay e altri bambini vestiti da hip hoppers. Degno di nota è anche l’utilizzo del ‘morphing‘, rivoluzionaria tecnologia digitale grazie a cui i volti di svariate comparse che cantano il brano in playback trasmutano l’uno nell’altro in modo fluido, a prescindere dai lineamenti e dai colori di ciascuno.

Da un punto di vista squisitamente estetico, il video si presenta slegato e demenziale, un coacervo di personaggi e ambientazioni che si susseguono alla rinfusa e che acquisiscono una ragion d’essere dinnanzi al messaggio (in verità abbastanza evidente) posto alla base del tutto: rendere Black Or White non solo un richiamo all’uguaglianza etnica ma anche la celebrazione del multiculturalismo. Un concept sviluppato da Michael e dal regista John Landis senza pretendere di inseguire la perfezione audiovisiva raggiunta con Thriller nel 1982 ma, piuttosto, sfruttando il ricco budget a disposizione e plasmando un variopinto guazzabuglio che risultasse perlomeno coerente.

Tuttavia, a sfavore dell’impegno profuso e delle nobili intenzioni, furono ben altri particolari a finire nell’occhio del ciclone: subito dopo la sequenza del morphing, una pantera nera che gironzola indomita per l’ultimo dei set allestiti abbandona gli studi di registrazione e prende le sembianze del cantante, dando inizio ad un segmento finale, della durata di quattro minuti circa, in cui l’obiettivo delle cineprese è puntato su un frenetico assolo di tip tap eseguito da Jackson nel contesto notturno di un sobborgo urbano. Michael ostenta i migliori scatti e i passi più rappresentativi dello stile che lo hanno reso immortale, ispirati ai maestri Gene Kelly e James Brown, oltre a pose reminiscenti dei popolari Minstrel Show, nati in America a inizio Ottocento, in cui cantori e musicisti bianchi si dipingevano la faccia di nero (a eccezione del muso) e intrattenevano gli astanti con numeri comici e movenze goffe, dileggiando gli schiavi africani. Dopodiché, l’imprevibile: Michael sale sul tetto di un’automobile, sfascia i vetri della vettura con una mazza da golf e lascia scivolare languidamente la mano destra verso il basso ventre, strofinandosi le parti intime con una certa insistenza, per poi alzarsi la cerniera dei pantaloni e scagliare un bidone dell’immondizia contro la vetrina di un negozio (quasi certamente un accenno alla scena madre di Do The Right Thing di Spike Lee, durante la quale uno dei protagonisti, Mokkie, scatena un’insurrezione lanciando proprio un bidone della spazzatura contro la vetrina della pizzeria in cui lavora e dove un ragazzo di colore è appena morto strangolato per intervento delle forze dell’ordine). La sequenza raggiunge infine l’apice quando l’insegna di un hotel di lusso va in corto circuito e si schianta al suolo con la sola forza delle grida liberatorie di Michael.

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La Panther Dance di Michael Jackson

Quegli sfregamenti, a dire il vero, non andarono giù né a Landis né al coreografo Vince Paterson. Entrambi non nascosero una certa riluttanza nel vedere e riprendere Michael in atteggiamenti tutt’altro che equivoci, durati anche più del dovuto se si pensa che esiste una discreta porzione di girato (successivamente esclusa dal montaggio per ferma volontà del regista) in cui Jackson persevera a simulare la propria lascivia autoerotica in modo ancor più palese. D’altronde, la scena pop dei primi anni ’90 aveva cominciato a varcare il limite dei tabù socioculturali proponendo musica in una nuova veste e, soprattutto, ipersessualizzandola: Madonna usava esibirsi in Like A Virgin trastullandosi su di un letto matrimoniale e mimando amplessi durante ogni singola tappa del controverso Blond Ambition Tour, al quale seguì lo scalpore provocato dal video di Justify My Love. Prince, dal canto suo, sdoganava la nudità maschile presentando il singolo Gett Off sul palco dei Video Music Awards del ’91 e sfoggiando un indimenticabile abito giallo neon, in pizzo, rimasto negli annali per la trasparenza di quel finissimo strato di velo che rendeva le chiappe di Rogers ben visibili alla platea (e in mondovisione), mentre il corpo di ballo, sullo sfondo, inscenava un’orgia ambientata in piena età romana. Soltanto Michael mancava all’appello nella classe più trasgressiva e impenitente del panorama mainstream.

In un’epoca in cui l’avvento dei social network non era minimamente contemplato dalla mente umana (e Internet rappresentava ancora l’avanguardia), lo strumento attraverso il quale il pubblico medio poteva dar voce alle proprie opinioni circa tutto quello che andava in onda era rappresentato dai programmi radiofonici e dai centralini delle emittenti televisive, preposti a raccogliere quasi sempre a caldo il responso degli spettatori. Pertanto, a distanza di poche ore dal debutto, il call center della Fox venne sommerso di lamentele da parte di genitori che bollarono il mini film di Black Or White come diseducativo e promotore di atti vandalici, puntando l’attenzione sui quattro minuti finali e ignorando, di fatto, tutto ciò che precedeva le scene incriminate: del resto, a piazzarsi davanti al piccolo schermo quella sera di novembre erano stati soprattutto minorenni, complice la scelta di collocare la première subito dopo un episodio della celebre serie animata The Simpsons, sulla Fox, e includere a fine video un cameo con Homer che riprende il figlio Bart per il volume troppo alto della TV mentre il clip sta andando in onda (una furbata metatelevisiva che soltanto Landis poteva ideare).

Come da prassi, i media sfruttarono il sentimento collettivo nei riguardi del cortometraggio di Jackson cercando di infangarlo in qualunque modo. Si arrivò perfino ad ipotizzare che il tutto fosse una banale mossa pubblicitaria volta a permettere alla popstar di vendere più copie del singolo e dell’LP e alla Sony/Epic di far quadrare un po’ di bilanci dopo il mega contratto da 65 milioni di dollari rinnovato con Michael qualche mese prima. Di qui, la decisione di controllare il danno emettendo un comunicato stampa in cui Jackson si diceva intristito nell’apprendere che il video avesse provocato tanto sdegno e disapprovazione, mentre ai vari canali veniva spedita un’edit alternativa del clip, priva dei quattro minuti tanto criticati e dunque più family friendly. Anche la versione integrale subì delle modifiche, sebbene relegata da MTV e VH1 alla programmazione notturna: il segmento della discordia venne infatti rieditato con l’aggiunta di scritte e graffiti a sfondo razzista sulle superfici che Michael riduceva in frantumi, al fin di rendere il motivo di quei gesti più didascalico. Sulla vetrina del negozio apparve così lo slogan ‘KKK rules‘, con la sigla distintiva del Ku Klux Klan, mentre sui vetri della macchina il simbolo della svastica e le frasi discriminatorie ‘Nigger go home‘ (‘Tornatene a casa, negro‘) e ‘No more wetbacks‘ (‘Niente più sporchi messicani‘). Quanto scottante è il tema affrontato se guardiamo agli ultimi fatti avvenuti nella cittadina di Charlottesville, in Virginia, proprio ad opera di membri del Ku Klux Klan, neonazisti e suprematisti bianchi, nonché al muro divisorio (per nulla metaforico ma reale e concreto) che l’attuale presidente Trump ha intenzione di erigere fra Stati Uniti e America Latina?

La parola chiave è sempre contestualizzare: il set in cui si svolge la sequenza finale del video è un ghetto metropolitano ricostruito ad arte. L’impulso distruttivo di Jacko aveva come scopo implicito quello di rispecchiare l’aria di rivolta che si respirava nei quartieri afroamericani di Los Angeles all’indomani del brutale pestaggio subìto nella San Fernando Valley da un tassista di colore, Rodney King, nel marzo del ’91, per mano di quattro poliziotti armati di manganello. Un atto ignobile, per giunta ripreso da un testimone oculare, che aveva scosso l’opinione pubblica e inasprito l’ira della black community quando fu mostrato in TV. A contornare l’uscita di Black Or White era un clima di intolleranza reciproca fra bianchi e neri, destinato a trascendere poco dopo, nell’aprile del 1992, allorché la Corte si pronunciò a favore degli agenti che avevano aggredito King e in numerose città statunitensi si scatenarono sommosse contro chiunque avesse la pelle chiara, talmente feroci e cruente da spingere l’allora presidente George Bush Senior a spedire truppe militari in zona. Se pensiamo all’omicidio del quindicenne Jordan Edwards, in Texas (freddato proprio quest’anno da un agente di polizia stradale bianco) e alla propaganda del Black Lives Matter, ci rendiamo conto di assistere anche in questo caso ad un ricorso storico: mutatis mutandis, la temperie di quel periodo sta inevitabilmente tornando ad esasperare quella odierna.

Qualche anno più tardi, nel 1999, Michael spiegherà di persona le finalità del video durante un’intervista trasmessa su MTV in occasione dello speciale che omaggia i 100 video migliori di sempre, dicendo di aver voluto ”sfogare attraverso quell’assolo di danza conclusivo tutta la rabbia e la frustrazione provate verso il pregiudizio, l’odio razziale e il bigottismo”, cedendo agli istinti più selvaggi che l’uomo, animale politico, ha pur sempre bisogno di appagare. Lasciarsi andare, evidentemente, significava anche (e non a torto) procurarsi piacere da solo, ma con Michael bisogna andare un po’ oltre le apparenze: la metamorfosi in pantera, ad esempio, non è per niente casuale se consideriamo che l’immagine del grande felino nero era stata adottata, tempo addietro, come emblema dal Black Panther Party, un movimento sociale alquanto sovversivo, e poco pacifico, nato negli anni ’60 e volto a tutelare la dignità degli afroamericani. In più, quando esce dal set in cui stanno avendo luogo le ultime riprese del video, la pantera ringhia contro una statua di George Washington, paladino della libertà di parola e di espressione per chi è bianco, famigerato enslaver per gli africani d’America. Al netto di una simile lettura, anche le scene in cui Michael simula la masturbazione diventano un gesto provocatorio (e beffardo) atto a ridicolizzare lo stereotipo che vuole l’uomo nero itifallico e costantemente arrapato.

Insomma, benché la stampa di allora abbia decentrato l’attenzione sullo scandalo e sulle sempre più frequenti sedute di depigmentazione a cui Michael usava sottoporsi per sbiancare la propria pelle e combattere (si scoprirà più in là) il disagio della vitiligine acuta, l’andamento ciclico della storia ha pian piano reso giustizia a Black Or White e a tutto ciò che questo brano rappresenta, facendo apparire il relativo video quasi più attuale oggi che ieri e dimostrando che sotto il sole, ahinoi, non c’è davvero niente di nuovo.

Dangerous, l’album di Black or White, è su Amazon.

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