Breve storia del cinema horror

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L’horror, culla di incubi e di spaventi, di nervi scossi e di brividi, è il genere che più di ogni altro ha dimostrato di saper passare indenne (più o meno) i decenni trascorsi dalla nascita del cinema fino ai giorni nostri. Presente fin dagli albori del cinema, cruccio e intuizione già dei primissimi registi del cinema muto e fondamentalmente mai passato di moda fino ai giorni nostri, l’horror ha segnato lo scandire del tempo nell’evoluzione del cinema e dell’interazione tra pubblico e grande schermo.

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Immagine realizzata da Filmmaker IQ

Col passare del tempo i temi, le tecniche e gli stili si sono evoluti, a determinare un cambio di percezione dell’intero immaginario umano, del nostro rapporto con la paura. Per cui, una storia del cinema horror non è solo un viaggio attraverso uno dei generi cinematografici più longevi della storia: è anche la storia di come sono cambiate le cose che ci fanno paura, tra il secolo scorso e quello corrente. Cento anni di storia dei timori del genere umano: per imparare a conoscere noi stessi e la nostra stessa storia.


Dal cinema muto agli anni ’40: la fase gotica

Con il cinema muto, la potenza espressiva del mezzo cinematografico era rilegata strettamente alle immagini, non potendo usufruire del suono per creare quel fascio sonoro che più avanti sarebbe diventato una marca stilistica propria del genere. Perciò, i registi dovettero elaborare un certo tipo di inquadrature che, con la complicità dell’apparato scenografico e della recitazione marcata degli attori, riuscissero a far provare allo spettatore quel senso di terrore opportuno. Tra gli esempi più celebri e studiati del periodo muto, è doveroso o ricordare almeno Il Golem – Come venne al mondo (1920) di Carl Boese e Paul Wegener, Il gabinetto del dottor Caligari (1920) di Robert Wiene, e ovviamente Nosferatu il Vampiro (1922) di F. W. Murnau.

Non è un caso che i film citati siano stati realizzati in Germania con una certa derivazione dall’espressionismo pittorico, e comunque prima dell’avvento del Nazismo che considerò l’espressionismo “un’arte degenerata“. Raramente come in questi casi, l’arte venne usata al servizio di un genere specifico come l’horror, raggiungendo vette stilistiche e formali che difficilmente si sarebbero ripetute in seguito.

Come la pittura, anche la letteratura servì (e serve tuttora) come base di partenza per la creazione di icone cinematografiche tipiche del genere, come dimostrano gli anni Trenta e Quaranta che vedono una fioritura considerevole di film (quasi tutti prodotti dalla Universal, che si specializzò in questo genere) tratti da opere letterarie dell’Ottocento. Tra i più importanti Dracula (1931) interpretato da Bela Lugosi, Frankenstein (1931) interpretato da Boris Karloff e Il dottor Jekyll (1931) di Rouben Mamoulian. Questi film, insieme a Il bacio della pantera (1942) di Jacques Tourneur, fecero in modo di far uscire il genere horror dalla cosiddetta “serie b”, grazie anche alle interpretazioni degli attori che divennero vere e proprie icone, sfociando poi in fenomeni di costume ripresi e ripetuti nel cinema postmoderno.


Dagli anni ’50 ai ’70: fantascienza, psicologia, occulto

Se è vero che il cinema va sempre considerato in riferimento al contesto socio-culturale in cui vive, ecco che negli anni Cinquanta vediamo comparire al cinema un nutrito numero di film di fantascienza in concomitanza con la conquista spaziale da parte degli USA e della Russia. Inevitabile che l’horror, con la sua portata e il suo ascendente sul pubblico, non inglobasse anche la fantascienza, producendo film di notevole interesse come La cosa da un altro mondo (1951) di Christian Nyby e Howard Hawks e L’invasione degli ultracorpi (1956) di Don Siegel in cui la minaccia aliena si rivela efficace metafora degli avvenimenti reali dell’epoca.

Gli anni Sessanta vedono uno spostamento dall’esterno, cioè dall’alieno che giunge da un altrove, all’interno, cioè con i demoni interiori e con la psiche umana capace di creare personalità doppie. Il caso più emblematico di questo approccio è senz’altro Psycho (1960) di Alfred Hitchcock, film che segna una sorta di spartiacque nella filmografia del regista inglese: con la mente schizofrenica di Norman Bates, il cinema si frantuma, la forma cade in mille pezzi di montaggio come dimostra la celeberrima scena della doccia. Tre anni dopo, con Gli Uccelli, sempre Hitchcock darà un nuovo scossone ai nervi dello spettatore: la natura non era mai stata così brutale. Ma sarà George A. Romero, nel 1968, a segnare un punto di cesura nella storia del cinema horror con La Notte dei Morti Viventi: gli zombi invadono la terra e il cinema, dimostrandosi l’altra faccia della medaglia di una società ormai sull’orlo del collasso.

Con la New Hollywood degli anni Settanta, il collasso giunge a compimento. L’horror diventa sempre più metafora dell’oggi, mostrando tutta la sua portata dirompente. I casi di Rosemary’s BabyNastro rosso a New York (1968, vero apripista dell’horror del decennio successivo) di Roman Polanski e L’esorcista (1973) di William Friedkin, con le loro storie demoniache, mostrano un’America sempre più chiusa su se stessa, privilegiando infatti spazi chiusi come un hotel o un appartamento in cui muovere i personaggi e creare un senso di claustrofobia oltre che di vera e propria angoscia. E il Vietnam si fa sentire, come dimostrano L’ultima casa a sinistra (1972) di Wes Craven e Non aprite quella porta (1974) di Tobe Hooper: dall’orrore della guerra si passa, per estensione, all’orrore di provincia.

L’Italia, nello stesso periodo, dà il suo contributo al genere con Dario Argento e i suoi due film più celebrati all’estero: Profondo rosso (1975), che resta sul versante del thriller, e Suspiria (1977) con cui il regista romano sperimenta tecniche di ripresa davvero innovative per l’epoca. Sul finire del decennio, anche se i precedenti di Craven e Hooper ne avevano anticipato le tematiche, giunge lo slasher, branca dell’horror in cui il sangue la fa da padrone e dove gli omicidi si susseguono per mano di un maniaco omicida: Halloween – La notte delle streghe (1978) di John Carpenter è uno dei punti più alti del sottogenere slasher, ma il capostipite illustre (e spesso dimenticato) va cercato in Italia con Reazione a catena (1971) di Mario Bava.


Gli anni ’80: l’estraneo, l’alieno e il postmodernismo

Se negli anni Settanta abbiamo visto un cinema horror molto attento alle dinamiche sociali e politiche del periodo come la guerra in Vietnam o alle molteplici dimensioni dell’occulto, gli anni Ottanta si aprono con due film che danno il via a serie cinematografiche con protagonisti due personaggi destinati a entrare nell’immaginario collettivo: Venerdì 13 (1980, regia di Sean S. Cunningham) e Nightmare (1984, regia di Wes Craven). Jason Voohrees e Freddy Krueger si aggiungono all’olimpo delle creature orrorifiche più spaventose di sempre.

Ci sono casi, però, in cui l’horror funge da cornice narrativa dentro la quale vengono mostrate situazioni particolari e per mettere in campo alcune innovazioni tecniche considerevoli. Il caso più sensazionale in questo senso è costituito da Shining (1980) di Stanley Kubrick, regista specializzato nell’affrontare in chiave personale i generi cinematografici e riscriverne i canoni. Il personaggio di Jack Torrance (interpretato da un istrionico Jack Nicholson) è un essere umano che perde, a mano a mano, la propria coscienza dell’essere e smarrendo la cognizione del presente; le riprese ottenute con la steady cam, tra le prime ad essere effettuate, saranno ripetute e copiate da chiunque.

L’horror degli anni Ottanta si contraddistingue da quello del decennio precedente per un’immagine più patinata e per la rinuncia, salvo qualche caso singolo, a parlare per metafora del presente. Ma gli anni Ottanta sono gli anni in cui il cinema postmoderno muove i suoi primi passi, ragion per cui vediamo comparire sul grande schermo alcuni remake di celebri film del passato come La Cosa (1982) di John Carpenter.

Non solo remake però: il cinema horror del periodo, ma anche il cinema in generale, strizza l’occhio ai b-movie degli anni Cinquanta per realizzare film che parlino allo spettatore edonista del decennio. Ecco quindi che l’horror, oltre che della mente, parla anche del corpo, che non è solo ed esclusivamente il corpo umano (la poetica del body horror di David Cronenberg, soprattutto con La Mosca), ma anche del corpo estraneo che si contamina con quello umano come in Alien (1979) di Ridley Scott e nei successivi sequel per arrivare alla creazione di esseri antropomorfi (o xenomorfi) che fanno da contrappunto ai corpi levigati degli anni Ottanta; gli stessi corpi che verranno letteralmente sfatti e cannibalizzati da Brian Yuzna in Society – The Horror (1989), vero e proprio punto culminante di una derisione dell’edonismo e del piacere personale tanto in voga nell’America di Reagan.


Gli anni ’90: il filone giapponese e lo psycho-horror

Gli anni Novanta vedono un prosieguo dei serial cinematografici come Venerdì 13 e Nightmare, pur riscontrando molto raramente il favore di pubblico e critica, mentre si fa sempre più strada la visione orrorifico-apocalittica di John Carpenter che realizza uno dei suoi film migliori con Il Seme della Follia (1994): qui, vengono affrontate con una lucidità spiazzante le tematiche realtà/finzione e cinema/letteratura, lasciando lo spettatore immerso in una spirale senza via di uscita. Ma il cinema postmoderno non può arrestarsi e, in pieno recupero di un cinema antico ma mai scaduto, il regista Francis Ford Coppola realizza la sua versione di Dracula di Bram Stoker (1992), puntando sulla componente erotica.

Poi, l’ironia si fa sempre più presente per cui il cinema horror diventa al contempo omaggio e parodia del cinema horror stesso; il film Scream (1996) di Wes Craven è un continuo gioco citazionistico in cui vengono omaggiati gli horror classici e, al contempo, ne vengono derisi i codici interni. Nel panorama cinematografico dell’orrore, si fa avanti anche il Giappone con alcuni film, denominati j-horror, che faranno scuola anche per  il cinema di genere americano. Film come Ring (1998) di Hideo Nakata (di cui verrà realizzato un remake americano diretto da Gore Verbinski) è un esempio perfetto di come l’horror funga da chiave per parlare, e affrontare, le paure contemporanee. Questo ci dice che, a fine millennio, a fare paura è una videocassetta che uccide chi la guarda, così come noi abbiamo paura nel guardare coloro che la guardano.

Nel 1999 arriva un film che, nel bene e nel male, è destinato a fungere da matrice per l’horror a venire. The Blair Witch Project di Daniel Myrick e Eduardo Sanchez gioca sul confine labile tra documentario e finzione e, per merito anche di un marketing virale mai visto prima, il film ottiene un ottimo successo quantomeno in termini di botteghino a fronte di un budget davvero basso. Così, questo film riscrive non solo il modo di realizzare un horror, ma anche il modo di produrlo, dando vita più avanti al sottogenere del cosiddetto found footage che si diffonderà negli anni Duemila (ci arriviamo tra un attimo).

Ma il 1999 è anche l’anno di Il Sesto Senso di M. Night Shyamalan il quale, come anche il cinema horror giapponese, riesce a creare tensione e spavento senza l’ausilio di sangue o effetti visivi ricercati; quello che verrà ricordato di questo film, tanto da essere utilizzato dal regista anche in film successivi, è il colpo di scena che sul finale ribalta completamente il punto di vista.


Dal duemila ad oggi: torture porn, found footage e nuovo occulto

Con gli anni Duemila, l’horror si fa più splatter con Saw – L’enigmista (2004) di James Wan e Hostel (2005) di Eli Roth, in cui l’horror è in mano a omicidi davvero efferati e sanguinolenti con la messa in scena di strumenti di morte sempre più ricercati. Il primo dei due citati, poi, darà vita a una serie di film che ripetono gli stessi schemi, ma trovando ugualmente un certo riscontro presso il pubblico. È l’inizio del cosiddetto torture porn, un altro sottogenere horror che punta all’esaltazione sfrenata della violenza e del sadismo, secondo cui la morte (ove arriva) è la culminazione di un lungo calvario di sofferenza dei protagonisti. Altri esempi apprezzati di tale filone sono due film francesi, Martyrs (2008) di Pascal Laugier e À L’intérieur (2007) di Alexandre Bustillo e Julien Maury.

Negli ultimi anni, poi, si è fatta sempre più presente la dose di horror girati con la tecnica del found footage. Memori di The Blair Witch Project, questi horror vengono girati con una telecamera a mano e in digitale per dare la sensazione che quello che si sta guardando sia accaduto realmente e che il materiale video sia stato trovato in seguito a una vicenda poco chiara. Alcuni esempi di questo tipo di horror sono Paranormal Activity (2007) di Oren Peli Rec (2007) di Jaume Balaguerò e Paco Plaza; nel primo caso, una giovane coppia installa in casa una serie di videocamere per riprendere gli eventi inspiegabili che accadono di notte, mentre nel secondo assistiamo alla messa in onda di un programma che riprende il terrore all’interno di un condominio. Il falso documentario e il found footage sfociano poi in altri generi più o meno legati all’horror come Cloverfield (2008) di Matt Reeves.

L’horror del nuovo millennio è consapevole della difficoltà nel percorrere strade nuove e punta sempre di più sul found footage non rendendosi conto che anche questa tecnica sta mostrando la corda. Ecco che allora ci si aggiorna tecnologicamente e mediante i social network si affrontano le paure dettate da intenet, come in Unfriended (2015) di Levan Gabriadze o Friend Request – La morte ha il tuo profilo (2016) di Simon Verhoeven. Perché dopo i sogni, gli alieni e le creature immaginifiche, la paura ha un nuovo volto: lo schermo del computer.

Inoltre, nel nuovo millennio le produzioni legate in maniera diretta e indiretta a James Wan hanno agevolato la nuova diffusione dell’occulto e del soprannaturale nel genere horror. I nostri sono i giorni della scienza avanzata, che tutto spiega e nulla lascia sconosciuto, e del progresso, che permea la vita quotidiana impedendo al mistero di entrare. Di conseguenza, l’unica vera paura rimasta, quella su cui l’horror sta scommettendo più di tutti, è quella per i demoni e per l’occulto, che resta una delle ultime cose ancora fuori da ogni spiegazione logica e potenzialmente minacciose per la normale prosecuzione della vita quotidiana. Film come Insidious (2010), Sinister (2012), il filone The ConjuringAnnabelle e il più recente Lights Out vanno in tal senso.

Dalle prime produzioni del secolo scorso ad oggi, l’horror continua a rappresentare la catarsi dell’essere umano di fronte ai propri timori, plasmandosi di volta in volta verso quanto di nuovo ci terrorizza. Il progresso e la tecnologia ne cambiano le caratteristiche ma non i significati: il cinema horror continuerà ad aiutarci a fronteggiare le nostre ansie e prepararci all’impossibile, anche in futuro.

Andrea Vantini

(Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Universal Movies e gentilmente concesso ad Aural Crave per la ripubblicazione. I contributi non presenti nell’articolo originale sono stati introdotti da Carlo Affatigato.)

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