Non solo Moderat: il successo della Monkeytown in cinque dischi

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Aprile è stato il mese del ritorno dei Moderat. Di un ritorno che ci ha mostrato i Moderat in una forma fresca e rinnovata, per essere precisi. È come vi avevamo detto in sede di recensione: il nuovo album ha segnato il passo avanti dei Modeselektor e di Apparat da realtà artistiche in possesso di un sound personale consolidato a parti di un progetto più grande che mira a offrire la musica giusta per il pubblico moderno. E in questo senso, questo terzo album segue un percorso che si applica in realtà al generale percorso della Monkeytown Records, l’etichetta dei Modeselektor su cui – oltre ai Moderat – pubblicano diversi artisti di spessore che han definito il sound dell’elettronica da ascolto contemporanea.

No, non è un’esagerazione. A ripensare la storia della Monkeytown dalla nascita ad oggi, sembra uno di quei giochi di ruolo in cui tu scegli il personaggio perché conosci già i poteri speciali che avrai una volta passata la prima metà della trama. Fu fondata nel 2009 dai Modeselektor, che ai tempi avevano due album accolti discretamente all’attivo, un contratto stabile con un’etichetta dall’ottima visibilità qual era la BPitch Control di Ellen Allien e fondamentalmente tutto da guadagnare in una scelta volta ad aprire nuovi orizzonti. Eppure, Monkeytown nasceva in fondo come il loro parco giochi personale. Nei primi anni ci bazzicavano praticamente solo loro e Siriusmo, più i vari nomi della sublabel 50 Weapons, che in realtà era pensata fin dall’inizio come una parentesi limitata dedicata ai singoli da dancefloor (“sole 50 uscite e poi la si chiude“, e così è stato). Poi, dopo il loro terzo album e l’ingresso in un nuovo livello di autorevolezza internazionale, le cose si sono evolute rapidamente e i padroni di casa hanno iniziato a fare sul serio. Facendo parlare di sé e dei loro amici in maniera sistematica, grazie alla pubblicazione di dischi via via più sorprendenti, proprio perché fuori dal carattere noto della coppia berlinese.

È così che si dà vita a una delle realtà più stimate e originali della scena elettronica odierna: non scommettendo sui propri suoni rappresentativi (che – diciamolo – sono suoni estremamente fantasiosi e irriverenti ma fondamentalmente di nicchia, la Monkeytown non sarebbe ciò che è adesso se avesse insistito sull’identità stilistica nota dei Modeselektor), ma coinvolgendo artisti capaci di costruire un ambiente diverso, spingendo le compilation Modeselektion (che volume dopo volume diventeranno via via sempre più sorprendenti per qualità e varietà dei nomi coinvolti) e iniziando ad imporre i propri gusti sulla scena, forti del proprio seguito e della costante attenzione nel non proporre mai suoni prevedibili. E così si è proceduto fino ad ora, accogliendo sotto il proprio tetto i nuovi beats, l’elettronica cantata, gli apici emozionali e pure qualche esotismo d’importazione, ossia tutto quello che più ha fatto parlare di sé in ambito elettronico questo decennio.

I Moderat sono stati uno dei primi propulsori, ovvio. Forse il più efficace. Ma è il frutto di un lavoro di costruzione d’immagine perseguito con la massima cura, in cui tutti i frutti meritano un proprio spazio. I cinque dischi che seguono rappresentano un percorso di (ri)scoperta ideale della Monkeytown e del ruolo assunto negli ambienti europei dagli inizi ad oggi. Da qui in poi, un solo imperativo: insistere nella sorpresa e non ripetersi mai.


Modeselektor – Monkeytown

I Modeselektor nella loro definitiva veste eclettica. Prima del disco che prende il nome dalla loro stessa etichetta, erano stati più o meno un gruppo fantasioso che partiva da premesse dubstep e techno per andare oltre. Monkeytown li ha resi il gruppo inafferrabile che sono adesso. Capaci di accompagnare le spirali fumose di Thom Yorke in Shipwreck come di fabbricare bombe da live come Evil Twin. Il disco-guida al sound Modeselektor e la promessa che il meglio deve ancora venire. Rocambolesco.


Lazer Sword – Memory

Un modo di seguire la scia post-dubstep di quegli anni? Può darsi, almeno cronologicamente parlando. Era il 2012, le esperienze Machinedrum e Sepalcure si facevano sentire tutte e quello dei Lazer Sword non era più una vera novità. Memory però fu uno dei più acuti in ambito modern beats, una di quelle operazioni di perfezionamento che di tanto in tanto ci vogliono, e che di solito realizzano i risultati più riconoscibili e fruibili del loro genere. In più compì la svolta: Monkeytown ora bazzica anche i suoni dell’hype. Affilato.


Alex Banks – Illuminate

Lì ci accorgemmo che Monkeytown poteva ormai cambiare le regole del gioco: il 2014 fu l’anno in cui esplose un mini-filone preciso che, in un equilibrio stabile tra sound storicvo (il trip hop) e moderno (le teorie ritmiche), puntava a realizzare una nuova connessione emozionale con l’ascoltatore. Fu l’anno di Sohn, Max Cooper e Christian Löffler ed “elettronica emotiva” fu una definizione che prese piede. La novità, per Monkeytown Records, è che stavolta non si era semplici inseguitori. Stavolta pubblicarono Illuminate, che fu il disco capostipite di quell’onda nonché una delle uscite discografiche migliori di quell’anno. Per giunta imponendo un nome nuovo, Alex Banks, fino ad allora praticamente sconosciuto. Bossy.


Dark Sky – Imagin

A un certo punto, gli effetti del nuovo posizionamento della Moneytown nello scacchiere internazionale funzionavano così: loro annunciavano un nuovo nome – tipicamente quasi sconosciuto fino a quel momento, e tutto il mondo si chiedeva subito quale nuovo sound stava per nascere. Non dentro la label, ma nella scena intera. Coi Dark Sky, nel 2014, fu chiaro il ritorno dell’elettronica cantata. Quella che dopo James Blake era andata tra alti e bassi, spinta solo da personalità cantautoriali forti. I Dark Sky fecero parte di una seconda ondata che dura ancora oggi. Il loro non fu un disco perfetto, anzi era migliorabile sotto diversi aspetti, ma i singoli funzionavano e, alla fine, erano la presenza giusta in un momento propizio per quel sound. Sinuosi.


Howling – Sacred Ground

Qui arriviamo agli anni recenti. Oggi la Monkeytown fondamentalmente partorisce trend, che riguardano non più soltanto una schiera di ascoltatori dall’orecchio allenato per certe sonorità di nicchia, ma il pubblico più largo di coloro che amano mettersi alla prova coi sound moderni. Adesso Monkeytown significa eleganza elettronica che piace al grande pubblico. Moderat, appunto, ma non solo: Gajek, Robot Koch, Funkstörung. Una metamorfosi stupefacente, se si pensa che erano partiti come un pentolone electrotechno schizoide. Gli Howling furono la scommessa intelligent pop dell’anno scorso. Un discorso di carattere e sorprese che continua ancora oggi. Carismatici.

 

(articolo apparso originariamente, in versione ridotta, sul Mucchio Selvaggio di Aprile 2016)

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