Falsi miti e successi immeritati: il potere ce l’ha il pubblico

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Sapete cosa sono i bias cognitivi?

Sono dei piccoli “bug” che risiedono nella nostra psiche. Ce li abbiamo tutti e generano comportamenti identificabili più o meno facilmente, che si traducono in posizioni talvolta irrazionali, giudizi erronei, scelte immotivate, spinte solamente da istinti subconsci che lì per lì non identifichiamo. Niente di grave, perlopiù comportamenti comuni che conosciamo tutti, ma comunque qualcosa che è possibile riconoscere ed evitare. Se volete saperne di più, potete approfondire su questo articolo ben fatto sul blog di psicologia Lo Spirito del Tempo. Che probabilmente non conoscete in quanto poco condiviso a livello social, ma che ci fa piacere supportare. Il perché lo capirete tra un attimo.

I primi due bias in quell’articolo, quelli più comuni, sono il bias di conferma e il bias di gruppo. Il primo è quello che ci spinge a condividere o apprezzare più facilmente le parole/posizioni delle persone che più spesso sono d’accordo con noi, una sorta di buona predisposizione verso le persone che stimiamo, che ci fa essere d’accordo per istinto, anche quando magari dicono qualcosa che, detta da altre bocche, non ci troverebbe d’accordo. Il secondo, invece, è quello che ci motiva a comportarci in maniera simile ai membri dei gruppi (sociali, intellettuali, familiari, ecc.) di cui facciamo parte. È quello che ci fa seguire i comportamenti della “folla”, per istinto.

Salvini
Il discreto fascino social di Salveenee

Riconoscete i comportamenti di cui stiamo parlando?

Sono fenomeni che succedono spessissimo, nei social network e in generale nel web. Sono le forze misteriose che vi spingono a condividere più facilmente un articolo perché scritto nella vostra testata giornalistica preferita, mentre vi tratterrebbe dal clic se lo stesso articolo comparisse su… che so, Il Giornale di Sallusti. Sono gli istinti che vi spingono ad essere d’accordo in maniera esplicita, spudorata, quasi autistica, con quanto dicono opinionisti “popolari“, praticamente senza nemmeno il bisogno di leggere attentamente quanto hanno scritto, mentre vi fanno scattare la vena critica della contestazione argomentata se la stessa posizione la esprime uno con cui generalmente non siete d’accordo. Che so, Sallusti. Comportamenti sociali ben noti sui quali si basano molte delle strategie di marketing moderne, che qualcuno riesce a controllare e qualcun altro no, ma che in una certa misura abbiamo tutti.

facebook_like
Use caution

Perché ve ne parlo?

Per farvi notare le anomalie che tali comportamenti generano nei fenomeni mediatici/giornalistici contemporanei. Anomalie che generano una strana asimmetria tra il contenuto di determinati articoli o frasi e il successo di pubblico che essi ottengono, legato ormai più a una questione di moda che al vero valore dell’articolo in sé. Per farvi un esempio: in questo periodo nel pubblico facebook italiano è boom di condivisioni delle frasi incazzate di Vittorio Sgarbi. Le stesse frasi che Sgarbi ha sempre detto, ma che negli ultimi tempi stanno ottenendo un ritorno di pubblico decuplicato non perché adesso le frasi sono più incisive o più fondate sui temi correnti, ma semplicemente perché oggi condividere Sgarbi va un sacco di moda. La stessa tendenza che qualche anno fa ci portava a condividere Travaglio, che poi ha avuto un lieve declino mediatico nel dopo-Berlusconi. La stessa tendenza che oggi stanno vivendo Balasso o Mentana, invece che Scanzi o Giglioli. Guardate i risultati della ricerca su youtube per “discorso di capodanno“.

BalassoMattarella
Balasso batte Mattarella dieci a uno. E il sottoscritto ha pure contribuito.

Portato su terreni musicali, che è quello di cui in genere ci occupiamo: quante volte vi ritrovate a condividere col massimo trasporto un articolo di Vice, rispetto a uno di DJ Mag o Rolling Stone? Molte di più, probabilmente, perché Vice è sulla cresta dell’onda mediatica più o meno da qualche anno, mentre DJ Mag è quello della copertina a Paris Hilton e Rolling Stone quello del video Rocker vs. DJ. E per lo stesso meccanismo, la condivisione di massa è più facile sul nuovo singolo di Thom Yorke, Villalobos o Burial rispetto a quello di Ten Walls l’omofobo o di Richie Hawtin il venduto. Perché il trend mediatico oggi vede Burial e Villalobos come miti generazionali mentre gli altri due come demoni da scacciare. Questo è esattamente lo status che gli articoli giornalistici più populisti hanno sottolineato e questo è esattamente quello che noi stessi, in quanto lettori di istinto, pensiamo in prima istanza. Prima ancora di sentire il nuovo pezzo di Burial. Che se magari lo avesse fatto Skream ci avrebbe fatto cagare.

Quali sono le conseguenze di tutto ciò?

Le conseguenze sono prettamente di natura pratica. Quel che succede è che gli artisti e i magazine che hanno un certo prestigio pregresso vedranno il proprio successo procedere per l’inerzia dell’istinto social naturale e agiranno solo nell’ottica di preservare la propria esposizione mediatica invece che la propria originalità stilistica. Camperanno di rendita, insomma. Mentre nel frattempo altri artisti e magazine emergenti produrranno la vera qualità ma partiranno sempre con una zavorra che li farà faticare un mondo prima di raggiungere il meritato successo mediatico.

Succede che Burial continuerà a fare una traccia ogni 18 mesi, sempre con lo stesso rullante 2-step vecchio di dieci anni e le stesse vocine in riverbero che nel 2007 significavano novità stilistica mentre ora sono solo un cliché, ma continuerà a farlo perché il gioco mediaticamente continua a funzionare un macello, mentre in ambito dubstep nel frattempo Faze Miyake (qui sotto) ha tirato fuori nel 2015 un gran bell’EP denso di qualità e nuove idee e nessuno se l’è filato di striscio perché la Rinse, sai, “ormai è roba superata“. Per non parlare di tutti i nomi nuovi che tentano ogni anno di farsi conoscere dal pubblico di genere e scoprono che è una missione praticamente impossibile, perché i magazine che dovrebbero parlare di nuovi nomi parlano in realtà dei nomi che per natura attirano più clic. Cioè quelli già noti a tutti.

 

Tutto però – e qui è il punto – dipende da voi lettori. Che svincolandovi da bias e meccanismi istintivi di pancia potete supportare attivamente la musica e il giornalismo di qualità con la vostra risposta. Che se percepisce qualità, la condivide e la appoggia con pari energia indipendentemente da qual è il nome che l’ha prodotta. Condividendo in massa il singolo del più ignoto dei nuovi produttori anche più di Burial, se la musica che ha prodotto è migliore. O l’articolo dell’ultimo degli Aural Crave più che La Repubblica, se per pura casualità facessimo un saggio più lucido di quelli di Assante e Castaldo. Agendo solo in base alla natura dell’oggetto, non all’hype che ci gira intorno. Così, un po’ per volta, un po’ per uno, le cose possono prendere una piega diversa, la qualità può ricevere il meritato successo, gli artisti emergenti non moriranno di fame in eterno e i nomi blasonati non si crogioleranno sugli allori per via del successo passato, provando a confermare la qualità che i propri fan meritano o, in caso contrario, vedendo il proprio pubblico virare verso nomi nuovi più meritevoli. Un concetto di giustizia mediatica un po’ utopico ma in fondo benefico, quantomeno come orizzonte a tendere.

E un paio di bias in meno nella vostra condotta quotidiana di lettori. Che di sicuro non guasta.

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