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“Non sono un’assassina”: il finale di The Runner e il suo vero significato

📌 In questo approfondimento

Nel finale di The Runner su Prime Video, l’avvocato Maia riesce a neutralizzare un spietato ricatto senza trasformarsi in un’assassina. Mettendo in scena la falsa esecuzione del testimone chiave Tafa con proiettili a salve, Maia «controlla la narrativa» per salvare suo figlio Noah e ripulire il proprio nome. Questo articolo analizza nei dettagli come ha organizzato la finzione, la verità sulla morte di suo padre e cosa rivela il gesto finale con lo smartphone sul messaggio più profondo del film.

Questa analisi è disponibile anche in inglese: “I’m Not a Killer”: The Runner’s Ending & Its Real Meaning

È stato come correre insieme a Maia per tutto il film. The Runner si è aperto con una delle paure più grandi per ogni genitore: venire contattati da qualcuno che ha rapito il proprio figlio. Da lì, il film si è trasformato in un thriller criminale in cui la protagonista viene ricattata e costretta a uccidere un testimone chiave che di lì a un’ora entrerà in tribunale per dare una testimonianza decisiva nel processo contro un potente boss.

Il rapimento del piccolo Noah, dunque, era solo il mezzo usato dal mafioso per salvarsi al processo. Assoldare un freelancer professionista per preparare un’impresa impossibile: trasformare un’avvocato onesto in una madre terrorizzata che arriverebbe ad uccidere pur di salvare il proprio figlio. Non era stato messo in conto, però, l’abilità di Maia di trovare una soluzione impossibile alla situazione. E quindi, una volta arrivati al finale di The Runner, si sente il bisogno di risposte definitive: davvero Maia ha sparato al testimone Tafa? Qual è stato il modo in cui la protagonista ha “controllato la narrativa,” salvandosi da una situazione impossibile? E qual è la verita sulla morte del padre, è vero che è stata Maia ad ucciderlo?

Il film riesce a fornire le risposte in maniera esplicita, ma vale la pena metterle nero su bianco per coglierne il significato nascosto.

Senza via d’uscita

Dopo aver seguito Maia correre per Londra e raggiungere l’albergo dove alloggia Tafa, in realtà quello che vediamo non lascia spazio a dubbi. La protagonista entra nella hall, imbocca l’ascensore, entra nella camera di Tafa, estrae la pistola e gli spara più volte. Tafa cade a terra sanguinante, Maia riceve il messaggio dal freelancer con il numero di camera di Noah, riesce a raggiungerlo e a iniettarli la dose di glucagone che lo salverà da una letale crisi ipoglicemica.

Poi però, le cose si evolvono in maniera inaspettata. Maia viene scortata fuori dalla polizia, che non la arresta, anzi la aiuta a riprendere fiato. Tafa, perfettamente in salute, lascia l’albergo, diretto verso il tribunale dove la sua testimonianza incastrerà il mafioso Mr. Boyd. Tutte le uscite dell’albergo sono state bloccate, per catturare lo specialista. E sarà proprio Noah a riconoscerlo, inconsciamente: Maia si accorge che il bambino se la fa addosso appena vede il viso di un uomo travestito da paramedico e attira l’attenzione della polizia, sparando un colpo nella sua direzione. Lo specialista non muore, viene portato via dalla polizia, e Maia dice a voce alta: “Non sono un’assassina.” E non si rompe nemmeno il vetro della finestra che separa Maia dall’uomo che le ha parlato per tutto il film.

The Runner - Official Trailer | Prime Video

Sembra quasi la negazione della realtà. Ma la spiegazione, in realtà, è semplice.

Controllare la narrativa: la spiegazione del finale di The Runner

In realtà, Maia ha preparato accuratamente l’incontro finale con Tafa in modo che lo specialista veda coi suoi occhi Tafa morire sotto i suoi colpi di pistola. Ma in realtà, Maia non l’ha ucciso: ha semplicemente “controllato la narrativa” che veniva mostrata al freelancer, in modo da convincerlo di essere riuscito nella sua missione.

In due momenti fugaci durante la corsa di Maia, la protagonista riesce a lasciare dei messaggi chiave a dei perfetti sconosciuti per strada. Al passeggero nella metro lascia il cellulare rubato con su scritte le indicazioni su come contattare il collega Ted su una linea non controllata e informarlo di quanto sta accadendo. Poi, più avanti, in una pausa significativa, lascia un messaggio col rossetto sul vetro di un barbiere, con le indicazioni per la polizia: è necessario preparare una pistola carica a salve e simulare il sanguinamento di Tafa.

Questi due messaggi fanno sì che Ted e la polizia preparino tutto per l’arrivo di Maia all’hotel. Lasciano il caricatore a salve nell’ascensore, Maia lo trova e sa che le sue azioni sono al sicuro: spara a Tafa sapendo che il sangue è finto. Serve soltanto a far credere allo specialista di essere riuscito nella sua missione.

Il detective che accoglie Maia alla fine è quello che ha coordinato i preparativi, insieme a Ted. E quando Maia spara nella direzione dello specialista, lo fa ovviamente usando i proiettili a salve. Noah è salvo, il freelancer viene arrestato, Mr. Boyd andrà in prigione, e persino i vetri dell’alberto sono illesi. Perché Maia “non è un’assassina.” Il che ci porta ovviamente alla morte del padre: nel momento chiave del film, Maia convince lo specialista a darle una seconda possibilità confessando di essere stata lei ad uccidere il padre anni prima.

La domanda, dunque, è ovvia: Maia è o non è un’assassina?

Maia ha ucciso il padre in The Runner?

Come spiega Maia a Ted nel finale di The Runner, la protagonista ha semplicemente raccontato “la storia che lo specialista voleva sentire.” Il freelancer era convinto che il padre fosse un violento, e quando Maia si accorge che il ricattatore non conta più su di lei e sta agendo da solo, uccidendo Noah e Tafa con una bomba, si inventa una storia che riconquista la sua fiducia.

A noi non resta che credere nelle parole di Maia, perché è quello che ha dimostrato nel film con i fatti. Lei non è un’assassina. Non ha ucciso Tafa, attraverso quella rocambolesca via d’uscita a una situazione incredibile, e non ha ucciso nemmeno suo padre, che probabilmente era tutt’altro che violento. Quello che contava era che la storia funzionasse, e in effetti faceva leva su tutto quello di cui era già convinto lo specialista. È così che Maia riconquista la sua fiducia e ha la possibilità di raggiungere l’albergo e salvare Noah.

Molla quel telefono: il vero significato di The Runner

Alla fine, il film riesce a svelare la propria natura e a lasciare un messaggio forte, che con rapimenti, mafiosi e narrative c’entra poco. Quella che vediamo per tutto il film è una Londra distratta, immersa completamente dentro i cellulari che ormai sono diventati l’unica cosa che cattura la nostra attenzione. Fa grande fatica Maia a comunicare con i passanti, perché sono tutti presi dai loro schermi, mentre se cerca una possibilità di rubare uno smartphone per strada… beh, di occasioni ce ne sono praticamente infinite.

Nel finale di The Runner, Maia riceve ancora una volta una telefonata anonima. Non può essere il ricattatore, che ormai è nelle mani della polizia, sarà sicuramente un altro scam che le comunica una improbabile vincita. Ma non importa: Maia è di nuovo con suo figlio, e quella vicenda le ha insegnato ad odiare lo schermo che l’ha tenuta sotto ostaggio per oltre un’ora. Lancia lo smartphone dal finestrino dell’auto e torna ad abbracciare Noah. Sperando che il mondo sollevi lo sguardo da quei dispositivi di distrazione di massa una volta per tutte.

Gal Gadot as Maia running in the official movie poster for The Runner
Carlo Affatigato

Carlo Affatigato

Carlo Affatigato è il fondatore e Direttore Editoriale di Auralcrave. Ingegnere di formazione con un background in psicologia e life coaching, è analista culturale e scrittore professionista dal 2008. Carlo è specializzato nell'estrarre significati nascosti e intenzioni umane dalle storie globali di tendenza, unendo il rigore scientifico a una lente umanistica per spiegare l'impatto psicologico dei nostri momenti culturali più significativi.View Author posts