La rosa ed il leone, come avremo modo di approfondire nel corso della trattazione, sono tra i simboli principali della città di Sofia, capitale della Bulgaria.
Come Plodviv, anche Sofia affonda radici nell’età neolitica: i primi insediamenti risalirebbero al VI millennio a.C., come dimostrano alcuni reperti ritrovati nella zona nord-orientale della città e nei pressi della Galleria Nazionale d’Arte che, dal momento della scoperta, rappresenta per tradizione il cuore pulsante della capitale bulgara. All’età del bronzo (secondo millennio a.C.) appartengono, invece, alcuni resti recuperati nella zona delle Terme minerali centrali, anche se le informazioni anche indirette su questo periodo sono veramente molto scarne. Si suppone, tuttavia, che il sito sia stato abitato ininterrottamente fino ai nostri giorni. Chiediamoci, a questo punto, quali siano state le prime testimonianze storiche che attestino l’esistenza di un insediamento umano nell’area occupata dall’attuale Sofia. Il primo autorevole autore dell’antichità, che fece riferimento alla zona, fu Tucidide nel V secolo a.C. a proposito delle tribù di Traci che si erano stabiliti nella parte meridionale della penisola balcanica. Tucidide individuò come epicentro dei loro insediamenti proprio la zona montuosa occupata attualmente dalle città di Sofia, Pernik e Pirot. Successivamente i Greci chiamarono il principale agglomerato urbano di quel territorio Serdonopolis dal nome della tribù tracia (Serdi) che in quel luogo era maggioritaria. Dopo la conquista da parte di Filippo II di Macedonia, nel terzo decennio a.C., i territori dei Serdi furono annessi alla Repubblica Romana e il loro centro principale prese il nome di Serdica. Come testimoniano ancora oggi gli scavi archeologici ben conservati ed esposti al pubblico, in epoca imperiale, soprattutto nel II secolo d.C. quando governava Marco Aurelio, Serdica diventò una città ricca ed importante con il diritto di coniare le proprie monete e dotata di una cinta muraria che per secoli avrebbe definito i suoi confini. Serdica fu insignita del titolo di municipio, arricchendosi di prestigiosi edifici, tra i quali le terme pubbliche, un anfiteatro, una basilica civica ed un vasto foro. La città rappresentava anche una tappa fondamentale per coloro che percorrevano la cosiddetta “via militaris” che collegava Singidunum (l’attuale Belgrado) a Costantinopoli. A Serdica nacquero due imperatori romani: Aureliano e Galerio. Quest’ultimo con il suo editto del 311, emanato proprio a Serdica, consentendo la professione della religione cristiana, mise di fatto fine alle persecuzioni di Diocleziano. Si trattò del primo editto favorevole ai Cristiani, precedendo di due anni quello di Milano firmato da Licinio e da Costantino. Quando Roma alla fine del III secolo iniziò a perdere il suo ruolo di guida dell’immenso apparato statale, gli imperatori cominciarono a soggiornare per lungo tempo nelle province. Oltre ai già citati Aureliano e Galerio, peraltro nativi del luogo, anche Costantino soggiornò per lunghi periodi a Serdica e, secondo alcune fonti, avrebbe sviluppato un particolare legame con quella città, chiamandola “la mia Roma” e considerando perfino di preferirla a Costantinopoli come futura capitale tetrarchica. Dopo un periodo di splendore, tra il IV ed il V secolo Serdica fu distrutta completamente dagli Unni nel 447 a.C., per poi essere ricostruita e fortificata da Giustiniano circa un secolo dopo. In epoca medievale, Serdica, il cui nome si era nel frattempo slavizzato in Sredec, fu la sede principale, a fasi alterne, del primo e del secondo impero bulgaro (tra i due imperi ci furono secoli di dominazione bizantina). Nel 1382 la città, che nel frattempo era stata chiamata Sofia, dal nome della grande basilica (Santa Sofia), che era stata edificata qualche anno prima, fu annessa all’impero ottomano. Da allora, per circa cinque secoli, Sofia fece parte dell’impero ottomano, diventando anche la capitale della provincia di Rumelia, fino all’indipendenza ottenuta nel 1878. Risolte alcune complesse vicissitudini di unificazione territoriale, Sofia diventò definitivamente la capitale della Bulgaria nel 1908, quando fu dichiarata la piena indipendenza sotto lo zar Ferdinando I. Dopo la seconda guerra mondiale, la monarchia fu abolita e Sofia diventò la capitale della Repubblica Popolare di Bulgaria, una delle dittature comuniste più fedeli all’Unione Sovietica. Con l’iconico ed epocale abbattimento del muro di Berlino nel 1989, la Bulgaria si è trovata ad attraversare un travagliato periodo di transizione da un’economia centralizzata e collettivizzata ad una di tipo liberale e di mercato. Il processo complessivo di rinnovamento politico, sociale ed economico è risultato più lento e difficoltoso rispetto ad altri Paesi dell’Europa orientale. Nonostante le numerose crisi finanziarie e la lentezza delle modifiche nel campo delle privatizzazioni delle aziende e delle banche, la Bulgaria nel 2004 è entrata nell’Alleanza Atlantica (NATO) e tre anni dopo, nel 2007, è diventata membro dell’Unione Europea, riuscendo a completare buona parte delle riforme avviate dopo la caduta del regime comunista.
Con i suoi circa 1 milione e 500 mila abitanti (la Bulgaria ne conta complessivamente 6 milioni e 400 mila), Sofia è responsabile di quasi il 40% del PIL nazionale, attirando facilmente investitori stranieri intenzionati a subappaltare ivi le proprie attività, perché invogliati da una bassa tassazione e dal modesto livello dei salari medi. La trasformazione economica della città è ben testimoniata dai nuovi ampi vali, fiancheggiati da locali ad uso commerciale, che culminano in un avveniristico quartiere chiamato Business Centre. La maggior parte della attrazioni turistiche si concentra nel centro storico, in particolare intorno al Vitosha Bulevard, cuore dello shopping e della movida, pieno di ristoranti e di caffè all’aperto. La strada, con i suoi tipici mattoni gialli, come in altri percorsi della capitale bulgara, parte da piazza Santa Domenica fino ad arrivare ai sontuosi giardini del parco che precede il Palazzo Nazionale della Cultura, contraddistinto da una spettacolare serie di vasche a gradoni che culminano in un gioco luminoso di fontane. Ed è proprio l’acqua uno degli elementi più preziosi di Sofia: nella città si trovano numerose sorgenti termali pubbliche che si presentano sotto forma di fontanelle all’aperto sparse un po’ ovunque nel centro storico. L’acqua, che sgorga direttamente dalle tubature ad una temperatura tra i 45 e i 47 gradi, è ricca di minerali e di zolfo con un leggero sapore sulfureo ed è considerata benefica per la digestione e per la pelle. Le fontanelle tradizionalmente più note sono quelle situate nella zona antistante le Terme minerali centrali, l’edificio dove oggi si trova il Museo di Storia di Sofia, in prossimità della fermata della metro Serdica, il cui nome già lascia presagire la presenza di un esteso complesso di vestigia del periodo romano che possono essere ammirate dai passanti all’aperto. Nel medesimo ampio piazzale sorge la moschea Banja Basi, l’unica moschea della capitale bulgara rimasta aperta al pubblico. Nell’itinerario del turista non può mancare Piazza dell’Indipendenza, con i suoi portici imponenti, sulla quale si affacciano i tre principali edifici governativi. E’ di sera che la piazza dà il meglio di sé, quando un’illuminazione dorata si riflette in un felice gioco di specchi e di colori. L’edificio centrale ospita la sede dell’Assemblea nazionale bulgara, ma un tempo, come si comprende dall’architettura, era il quartier generale del partito comunista. Dopo il 1989 la stella rossa posta in cima al palazzo fu sostituita con la bandiera bulgara. Da un lato della piazza troviamo il Consiglio dei Ministri e dall’altro un mix un po’ stravagante composto dagli uffici presidenziali, dall’hotel Balkan ed dal ministero dell’Istruzione. Proseguendo si incontra l’elegante Bulevard Tsar Osvoboditel, il viale più scenografico e storico della città, sul quale si affacciano gli edifici istituzionali ed i musei più importanti. Attraversando uno dei tanti parchi cittadini, si ammira il magnifico edificio neoclassico del Teatro Nazionale Ivan Vazov, davanti al quale è collocata una serie di fontane sovrastate dalla statua metallica di una ballerina. Più avanti si nota, per le sue alte cupole, la suggestiva chiesa russa di San Nicola (Tsurkva Sveta Nikolai), a pochi passi dall’ambasciata russa ed anche molto vicina all’ambasciata italiana, dietro la quale si apre la via degli artisti, dove si susseguono caratteristici banchi di ambulanti che offrono per lo più ai turisti icone ortodosse e dipinti locali. Procedendo si arriva nel cuore antico della capitale bulgara, con la chiesa di Santa Sofia costruita nel V secolo, al centro di una delle più importanti necropoli dell’originaria Serdica. Fu proprio questa basilica, dedicata ad una “santa misterica”, che dall’omonimo termine greco evoca sapienza e conoscenza, a dare il nuovo e definitivo nome alla città nel quattordicesimo secolo. Santa Sofia consente un’affascinante visita di un percorso sotterraneo, chiamato Sofia underground, dove si trova una vasta necropoli romana, ricca di tombe e di mosaici, ed i resti di tre edifici religiosi precedenti costruiti nello stesso sito. Di fronte alla chiesa di Santa Sofia, separata da un ampio viale alberato, si erge maestosa la cattedrale di Aleksandr Nevskij, che rappresenta il simbolo più conosciuto della capitale bulgara e dell’intero Paese. Si tratta di una cattedrale ortodossa in stile neo-bizantino, la più grande della penisola balcanica, superata per dimensioni soltanto dal Tempio di San Sava a Belgrado, la capitale della Serbia. La costruzione della cattedrale cominciò nel 1882, ma dopo alcune interruzioni, terminò soltanto nel 1912. Fino al 1920 la chiesa fu dedicata ai santi Cirillo e Metodio, gli inventori della scrittura chiamata appunto”cirillica”, diffusa in Bulgaria, in Russia, in Serbia ed in altri Paesi dell’ex Unione Sovietica, mentre la denominazione attuale le fu assegnata nel 1924. Alla costruzione della cattedrale, concepita per onorare la memoria dei 200.000 soldati russi caduti nella guerra contro l’impero ottomano, pur progettata da un architetto russo e finanziata in gran parte dallo zar, parteciparono esperti ed artisti provenienti dall’intera Europa, come del resto dimostra lo stile composito che la caratterizza. Allo stile neo-bizantino esterno, infatti, si contrappone lo stile italiano della parte interna, in gran parte formata da alabastro. L’edificio è davvero imponente, coprendo un’area di circa 3170 metri quadrati e potendo accogliere, secondo le stime ufficiali, fino a 10000 persone. Ad impressionare sono soprattutto le cupole dorate, di cui quella centrale misura 45 metri di altezza e la torre campanaria che raggiunge i 53 metri e che comprende ben 12 campane dal peso complessivo di diverse tonnellate. Ma la chiesa più antica di Sofia è considerata la cosiddetta “Rotonda di San Giorgio”, una chiesa a pianta circolare paleocristiana edificata nell’epoca della fiorente Serdica, sui resti di un preesistente tempio pagano. La “Rotonda” è situata nel cortile dell’Hotel Balkan e della sede del Presidente della Bulgaria. Gli archeologi ritengono che la chiesa si trovi nel fulcro della parte costantiniana di Serdica, non lontana dal palazzo dell’imperatore passato alla storia per il motto “in hoc signo vinces”. Nella consapevolezza di aver tralasciato qualche pregevole edificio di culto, non si può non menzionare la Chiesa di Bojana, situata a sud della capitale nell’omonimo quartiere, che dal 1979 è stata dichiarata patrimonio UNESCO dell’umanità. La chiesa, eretta tra la fine del X secolo e l’inizio dell’ IX, è famosa per i suoi magnifici affreschi dall’eccezionale vivacità espressiva. Sui muri della chiesa si contano ben 89 scene diverse con 240 figure umane, il cui autore rimane tuttora sconosciuto, anche se gli esperti ritengono che sia appartenuto alla scuola artistica di Veliko Tarnovo.
Come anticipato in premessa, la rosa ed il leone sono i simboli più rappresentativi della città di Sofia. In particolare la rosa è forse il simbolo “ufficioso”più amato dai cittadini della capitale e dell’intera Bulgaria. Ciò si deve soprattutto a quell’area geografica chiamata Valle delle Rose, la zona di Rozova Dolina, situata tra i monti Balcani, che è considerata il centro della prestigiosa Rosa damascena o Rosa di Kazanlak, dal nome dell’omonima località. Qui, fin dal 1903, si organizza ogni anno il festival delle rose, durante i mesi di aprile e di maggio, quando la fioritura del nobile fiore raggiunge il suo momento apicale. La Bulgaria ha conquistato il primato nella produzione di olio di rose a livello europeo, riuscendo ad esportare una grande quantità di questo ingrediente prezioso per gli usi cosmetici e di profumeria. La rosa damascena, nota comunemente anche con il nome di rosa di Castiglia, era conosciuta fin dall’antichità per le sue proprietà medicinali e per i suoi derivati adatti alla profumeria. Si pensa che l’origine sia iraniana, introdotta poi in Europa al tempo dell’espansione ottomana. L’attribuzione dell’aggettivo “damascena” si deve alla credenza, secondo la quale, le prime piante rosacee di questo tipo sarebbero state portate in Europa da Roberto I di Dreux, che partecipò all’assedio di Damasco nel 1148 durante la seconda Crociata. Passeggiando per le strade di Sofia, la rosa appare trasfigurata quale simbolo eterno ed onnipresente, come si può notare nei negozi di souvenir, nei parchi ed anche in numerosi dettagli dell’architettura urbana. Anche i murales di street art, abbastanza diffusi nelle vie del centro, ritraggono figure femminili con la chioma adornata dal tradizionale fiore nazionale. Nella tradizione mitologica bulgara, vi è un racconto che riguarda proprio la rosa. La leggenda narra che il fiore ebbe origine dall’amore tra il dio Mart e la dea Bellona, la cui corona di rose sarebbe poi caduta ai piedi dei Monti Balcani, per formare la Valle delle Rose. Alle nozze fra le due divinità, altre dee regalarono alla sposa una corona intrecciata di rose rosse. Ma Bellona avrebbe rifiutato il titolo di “dea della pace”, che quel dono avrebbe consacrato, preferendo quello già acquisito di “dea della guerra”, con il gesto di lasciar cadere la corona di rose rosse.
Il leone poi è il simbolo nazionale della Bulgaria e compare anche al centro dello stemma della città di Sofia nella forma di “leone rampante” (ai quattro lati sono raffigurati la basilica di Santa Sofia, una figura umanizzata dell’antica città di Serdica così come ricavata da una moneta antica, un baldacchino dorato con una statua di Apollo Medico ed, infine, il monte Vitosha, mentre in basso è inciso con i caratteri cirillici il motto: “Cresce, ma non invecchia”). Ovunque ti giri, nel centro di Sofia, le immagini dei leoni sono un po’ ovunque, parimenti diffuse sugli edifici come sui cancelli, sulle fontane come sui ponti. Non si tratta di un’effigie di carattere meramente decorativo, ma di un vero e proprio simbolo identitario della capitale bulgara. Le più antiche rappresentazioni araldiche del leone, come emblema della famiglia reale bulgara, risalgono alla fine del tredicesimo secolo, anche se qualche decennio dopo apparve l’immagine dei “tre leoni rossi”. Nei circa cinque secoli di dominazione ottomana, il leone sparì dallo stemma, ma rimase nell’immaginario della resiliente popolazione bulgara, per riemergere con prepotenza nel 1878, quando fu riacquistata l’indipendenza. E non bisogna dimenticare che anche la moneta bulgara, il lev, in corso fino al mese di gennaio di quest’anno, prima che fosse adottato l ‘euro, porta proprio il nome del regale felino.
Uno dei luoghi più iconici di Sofia è il “ponte dei leoni”, che attraversa il torrente Vladaiska, ormai ridotto ad un esile rivolo d’acqua, situato all’incrocio tra il viale Maria Luisa ed il viale Slivnica. Prima dell’indipendenza, nello stesso luogo sorgeva il ponte dipinto ed il piazzale era utilizzato per le esecuzioni capitali. Il ponte dei leoni, dunque, con le sue quattro statue del re degli animali, fu costruito alla fine del diciannovesimo secolo, quale ulteriore segno di orgoglio nazionale per l’indipendenza raggiunta. Un’altra statua altamente significativa è quella collocata davanti alla Biblioteca Nazionale: le sfere poste tra le zampe del leone indicano la conoscenza e la sapienza. Altrettanto iconico è il grande felino scolpito in pietra vicino alla chiesa di Santa Sofia, davanti al Monumento del Milite Ignoto che, vegliando sulla fiamma eterna, non esprime forza e potenza ma lutto e dolore.
Un leone in pietra sosta imperturbabile al passare dei decenni e dei regimi, fin dagli anni Trenta del secolo scorso, di fronte al palazzo del Ministero degli Interni: ha un’espressione seducente ed inafferrabile, perché sembra che scruti lontano qualcosa di inafferrabile nel tempo e nello spazio, incarnando lo spirito sofferente di una terra fiera a partire dai Traci fino ai nostri giorni.