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Il doppio significato di “She Used to Be Mine” in Don’t Say Good Luck: l’addio di Sophie alla sua giovinezza

📌 In questo approfondimento

Nel film Netflix Don’t Say Good Luck, l’interpretazione di “She Used to Be Mine” lega il musical di Broadway Waitress di Sara Bareilles alla tragica storia personale di Sophie. Mentre sua madre combatte contro un cancro terminale, l’iconico brano si trasforma da storia di un’età adulta soffocante a straziante addio alla giovinezza perduta di Sophie. Nelle prossime righe analizziamo come Sophie incanali il dolore interiore di Jenna nel suo lutto reale, trasformando l’esibizione finale in un potente momento di sopravvivenza emotiva.

Questa analisi è disponibile anche in inglese: The Double Meaning of “She Used to Be Mine” in Don’t Say Good Luck: Sophie’s Eulogy for Her Lost Youth

C’è un momento in Don’t Say Good Luck, quando la regista del musical Waitress parla a Sophie mentre si prepara nel ruolo della protagonista, e la spinge a essere “Jenna, non Sophie.” È un invito a dare autenticità al personaggio che sta per interpretare, portandoci dentro un po’ della sua vita reale, delle cose che prova per davvero. È da lì che viene il suggerimento di chiedere a sua madre cosa si provava ad essere incinta di lei: quello che viene chiesto a Sophie è di “diventare Jenna,” proiettando le sue emozioni del momento in quelle del suo personaggio.

Ci spostiamo al finale di Don’t Say Good Luck, e ci rendiamo conto che Sophie ci è riuscita: quando la sua Jenna canta la canzone-simbolo del musical, She Used To Be Mine, la protagonista riesce a connettere il significato originale di quel brano con la sua storia personale. E una canzone che parla di un’innocenza perduta troppo in fretta diventa un forzato addio all’adolescenza, mentre il mondo ti costringe a diventare adulto dall’oggi al domani.

“She Used To Be Mine”: la canzone originale di Waitress in Don’t Say Good Luck

Per chi non lo sapesse, Waitress è un musical reale che è stato un successo strepitoso a Broadway nel 2016. Erede del film omonimo del 2007, il musical fu diretto da Diane Paulus e le musiche originali sono state composte dalla cantautrice Sara Bareilles, scritte dedicatamente sulla protagonista Jenna e sugli altri personaggi della storia.

She Used To Be Mine, una delle canzoni principali del musical, è dunque uno dei tanti momenti di confessione e sfogo emotivo di Jenna in Waitress. Nel musical, Jenna è una giovane ragazza che lavora in una pasticceria e scopre di essere incinta.

Sara Bareilles - She Used To Be Mine | Waitress

La notizia le cambia la vita, dal momento che quella col marito Earl è una relazione abusiva che la fa stare male: realizzare che sta per dare alla luce un bambino come frutto di una relazione fallimentare apre gli occhi a Jenna, che si rende conto di aver sprecato la sua vita con scelte non sempre orientate a ciò che voleva realmente.

Nel suo significato originale in Waitress, dunque, She Used To Be Mine è una canzone che racconta il dolore di vedere la propria gioventù e la propria innocenza lontana nel tempo: Jenna guarda alla sua presente e ammette che le cose che è diventata le hanno rubato l’identità.

It’s not simple to say
Most days I don’t recognize me
These shoes and this apron
That place and its patrons
Have taken more than I gave ‘em

Non è facile da dire
La maggior parte dei giorni non mi riconosco
Queste scarpe e questo grembiule
Quel posto e i suoi clienti
Hanno preso più di quanto io gli abbia dato

La protagonista non si riconosce in ciò che è oggi, e inizia a parlare della ragazza che è stata in terza persona, come se fosse una personalità ormai distaccata: “Lei” è proprio se stessa da giovane, con i suoi sogni, le sue imperfezioni, ma con un fuoco unico, che avrebbe potuto trasformarla in una donna piena di orgoglio e autostima.

She’s imperfect but she tries
She is good but she lies
She is hard on herself
She is broken and won’t ask for help
[…]
She is gone but she used to be mine

Lei è imperfetta ma ci prova
È buona ma mente
È dura con se stessa
È spezzata e non chiederà aiuto
[…]
Lei non c’è più, ma un tempo era mia

She Used To Be Mine in Waitress è dunque una canzone dedicata al lato più autentico di noi stessi che è andato perduto nel tempo. Nel caso di Jenna, la vita è passata troppo in fretta e, senza che se ne accorgesse, l’ha resa una donna adulta e insoddisfatta, quando invece la sua energia giovane avrebbe potuto spingerla a fare della sua vita qualcosa di migliore. Ma quell’energia orma si è spenta, e Jenna la celebra cantando questi versi col cuore in mano.

E allo stesso tempo, in Don’t Say Good Luck, Sophie si rende conto che quella canzone parla anche un po’ di lei.

Il significato della canzone per Sophie in Don’t Say Good Luck

Nel film Netflix, anche Sophie ha la sua dose personale di dolore e disperazione adolescenziale. Dovrebbe essere semplicemente una ragazza concentrata sui suoi studi, le attrazioni per i suoi coetanei, la sua passione per la recitazione e la sorpresa di essere stata scelta per il ruolo principale nel musical a cui partecipa, ma la vita aveva altro in serbo per lei: il cancro di sua madre è tornato, e ora le restano pochi mesi di vita.

Sophie dunque è una ragazza attanagliata dalla morsa dei conflitti interiori, con il dolore per la malattia della madre da una parte, e la difficoltà di cercare di evitare che questa tragedia personale abbia un impatto distruttivo sulla sua vita, specialmente in un periodo della crescita così particolare.

Don’t Say Good Luck | Sunny Sandler | Official Trailer | Netflix

Come le dice anche il padre, stiamo tutti facendo del nostro meglio per evitare che faccia così male, ma forse è impossibile. E così, anche Sophie, come Jenna, è costretta ad ammettere di essere diventata adulta troppo in fretta, per colpa degli eventi della vita. Per questo, quando Don’t Say Good Luck arriva al finale e vediamo Sophie cantare She Used To Be Mine nel musical Waitress, ci rendiamo conto che la protagonista sta parlando anche della sua vita reale.

And it’s not what I asked for
Sometimes life just slips in through a backdoor
And carves out a person
Who makes you believe it’s all true
And now I’ve got you

E non è quello che avevo chiesto
A volte la vita scivola dentro da una porta sul retro
E scolpisce una persona che ti fa credere che sia tutto vero
E ora ho te

Sophie si rivolge alla versione adulta di sé, arrivata all’improvviso mentre la vita prendeva forma, e la affronta. Sa di essere diventata donna troppo velocemente, ma vuole affrontare il presente con la giusta grinta. La giovane ragazza piena di entusiasmo e ottimismo che c’era prima forse è andata via in maniera definitiva, ma c’è ancora modo di salvarne un pezzo abbastanza grande da renderla una persona di cui essere fiera. Riscrivere gli eventi che sono accaduti nel nostro passato non è possibile, ma esistono ancora i finali che non hanno ancora preso forma, e siamo ancora in tempo per deciderne le sorti.

And you’re not what I asked for
If I’m honest, I know I would give it all back
For a chance to start over
And rewrite an ending or two
For the girl that I knew

E tu non sei quello che avevo chiesto
Se devo essere sincera, so che restituirei tutto
Per una possibilità di ricominciare da capo
E riscrivere un finale o due
Per la ragazza che conoscevo

She Used To Be Mine diventa così la canzone con cui anche Sophie riprende in mano le reditin della propria vita. La ragazza ricostruisce il set di Waitress nel giardino di casa e Don’t Say Good Luck si chiude con Sophie che canta quella specifica canzone solo per sua madre, il suo pubblico esclusivo, a celebrare uno degli ultimi momenti significativi prima che la vita se la porti via.

Non si è mai davvero pronti per eventi come questi che ci rubano i nostri equilibri senza permesso. Ma vivere significa trasformare tutto quel che ci accade in quello che diventeremo, e sta sempre a noi consentire a ogni gioia e a ogni dolore di plasmarci nel modo che più ci rende fieri.

Carlo Affatigato

Carlo Affatigato

Carlo Affatigato è il fondatore e Direttore Editoriale di Auralcrave. Ingegnere di formazione con un background in psicologia e life coaching, è analista culturale e scrittore professionista dal 2008. Carlo è specializzato nell'estrarre significati nascosti e intenzioni umane dalle storie globali di tendenza, unendo il rigore scientifico a una lente umanistica per spiegare l'impatto psicologico dei nostri momenti culturali più significativi.View Author posts

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