📌 In questo approfondimento
Sebbene il survival thriller La Bocca del Diavolo si basi su una trama di finzione piuttosto che su una storia vera, la sua claustrofobica ambientazione sotterranea è stata girata all’interno della grotta di Tham Lot, nell’entroterra della Thailandia. Le premesse del film toccano concetti reali di biologia marina, facendo leva sulle straordinarie capacità di osmoregolazione dello squalo leuca e sulla sua necessità di ventilazione dinamica. Ma un superpredatore potrebbe davvero sopravvivere all’interno di una grotta allagata, e come si confronta la vera location delle riprese con l’insidiosa trappola marina della pellicola? Ecco l’analisi completa tra realtà geografica e accuratezza biologica.
Arriva un altro thriller di squali e situazioni estreme da cui è impossibile sopravvivere: La Bocca del Diavolo è uscito su Prime Video a Luglio ed è subito schizzato in cima tra i film più visti del momento. E ovviamente, la domanda che scatta è sempre la stessa: la storia del film è reale, o quantomeno realistica? Esiste davvero una cava in Thailandia chiamata La Bocca del diavolo, o i luoghi reali sono differenti?
Insomma, ancora una volta dobbiamo approfondire il realism di un film di sopravvivenza e squali, come abbiamo fatto di recente con Thrash. Questa volta però le cose si fanno più interessanti: la cava reale in Thailandia esiste, ma è geograficamente differente da quella del film. Inoltre, ci tocca scoprire di più sugli suqli leuca e su quanto davvero sarebbero in grado di sopravvivere in una cava stretta come La bocca del diavolo.
Un po’ di geografia, un po’ di biologia, e alla fine di questo articolo saprete tutto su quanto reale sia la storia de La Bocca del Diavolo.
La vera location de La bocca del diavolo: la grotta di Tham Lot e il film
Ne La bocca del diavolo, un gruppo di turisti si avventura in una grotta isolata proprio sulla costa thailandese. A prima vista la situazione sembra abbastanza plausibile: la caverna si trova a ridosso dell’oceano, dove forti mareggiate e alte maree spingono regolarmente l’acqua di mare in profondità attraverso ingressi rocciosi rialzati. Ogni tanto la marea trascina dentro qualche creatura marina, per lo più piccoli pesci. Questa volta, però, c’è una sorpresa: uno squalo leuca è rimasto intrappolato all’interno.
In realtà, cercando sulla mappa della Thailandia non troverete nessuna grotta chiamata ufficialmente “La bocca del diavolo”. Sebbene la caverna del film sia inventata, le scene sono state girate in una vera grotta thailandese: la Tham Lot Cave, situata nella provincia settentrionale di Mae Hong Son.

In realtà, la grotta di Tham Lot non si trova nemmeno lontanamente vicino all’oceano. È completamente nell’entroterra, immersa tra foreste e montagne anziché affacciata su spiagge costiere, e l’acqua che la attraversa è quella dolce del fiume Nam Lang. Niente onde dell’oceano, niente mareggiate e, soprattutto, nessun predatore marino.
Si tratta di un complesso sotterraneo enorme, decisamente più ampio rispetto ai stretti cunicoli che si vedono nel film. Il fiume scorre nella caverna principale per oltre 500 metri, aprendosi in sale immense con colonne calcaree che arrivano anche a 20 metri d’altezza. Per esplorare tutta la sezione accessibile ci vogliono circa un’ora e mezza o due. Ma i visitatori non attraversano i canali a nuoto: si muovono su zattere di bambù guidate dalla gente del posto con lanterne a gas, scendendo poi su scalinate in legno per esplorare le sale superiori.
Se quello che cercate è l’esperienza reale di nuotare dentro una grotta allagata e collegata al mare in Thailandia, dovete puntare a sud, verso le isole. L’esempio più celebre è la Emerald Cave (Tham Morakot), sull’isola di Koh Muk nella provincia di Trang. Per entrare bisogna letteralmente nuotare al buio attraverso un tunnel marino lungo 80 metri sfruttando la bassa marea, per poi riemergere in una laguna nascosta e baciata dal sole, stretta tra alte pareti rocciose a picco sul mare.
Un altro luogo iconico è la Viking Cave nelle isole Phi Phi, famosa per i suoi enormi ingressi in pietra calcarea sul mare. E uscendo dai confini thailandesi, posti come la Grotta Azzurra a Capri o la grotta di Benagil in Portogallo regalano esattamente quella stessa sensazione unica di entrare a nuoto o in kayak dentro caverne allagate dall’oceano. E tranquilli, lì dentro ad aspettarvi non ci sarà nessun tipo di squalo.
Uno squalo leuca può davvero rimanere intrappolato in una grotta?
Passiamo ora allo squalo leuca. Da un punto di vista puramente fisico e biologico, in realtà è possibile: uno squalo leuca potrebbe finire dentro un sistema di grotte costiere. Durante violente mareggiate o maree insolitamente alte, le correnti possono spingere grandi predatori marini attraverso passaggi sommersi fino all’interno di caverne soggette alle maree. Una volta passata la tempesta e sceso il livello dell’acqua, stretti passaggi subacquei o secche di sabbia possono agire come una trappola naturale, lasciando l’animale bloccato in una piscina sotterranea isolata fino alla marea successiva.
Ciò che rende lo squalo leuca incredibilmente adatto a sopravvivere in uno scenario simile è la sua eccezionale adattabilità biologica. A differenza di quasi tutti gli altri predatori dell’oceano, lo squalo leuca è eurialino: possiede cioè un sistema di osmoregolazione specializzato che gli permette di regolare l’equilibrio salino interno. Può passare senza problemi dall’acqua di mare pura alle foci salmastre o perfino all’acqua dolce. Le grotte costiere sono spesso soggette a forti infiltrazioni di acqua dolce provenienti da fiumi sotterranei, cosa che causerebbe uno shock letale a un classico squalo marino. Uno squalo leuca, invece, è in grado di gestire le variazioni di salinità senza alcun problema.
Tuttavia, la sua reale sopravvivenza a lungo termine dipende tutta dalle dimensioni della grotta. Gli squali leuca hanno bisogno di muoversi continuamente per respirare. Mentre alcuni squali di fondo possono rimanere immobili e pompare acqua attraverso le branchie, lo squalo leuca fa grande affidamento sul movimento continuo in avanti (la cosiddetta ventilazione dinamica o ram ventilation) per far scorrere l’acqua ossigenata. Perché uno squalo leuca intrappolato possa rimanere in vita, la vasca naturale nella caverna deve essere sufficientemente ampia da consentirgli di nuotare a ciclo continuo, senza incastrarsi in strette fessure rocciose o rimanere a corto di ossigeno.
Se uno squalo dovesse effettivamente sopravvivere alla trappola, la sua presenza all’interno della grotta sarebbe davvero terrificante. Lo squalo leuca (Carcharhinus leucas) è famoso tra i biologi marini per essere eccezionalmente aggressivo, fortemente territoriale e dotato di livelli di testosterone tra i più alti in tutto il regno animale. Insieme al grande squalo bianco e allo squalo tigre, è responsabile della maggior parte degli attacchi non provocati agli esseri umani in tutto il mondo. Prendete un superpredatore già aggressivo di suo, bloccatelo in uno spazio buio e claustrofobico in cui si sente in trappola e sotto stress, e i suoi istinti predatori e difensivi schizzerebbero alle stelle.
Nonostante alcuni di questi dettagli suonino estremamente plausibili, è bene chiarirlo subito: non c’è alcuna storia vera dietro La bocca del diavolo. Nessun turista è mai rimasto intrappolato in una grotta thailandese insieme a uno squalo leuca, e nessun fatto di cronaca reale ha ispirato la pellicola. Il film è una pura opera di finzione, che prende elementi reali di biologia marina e geografia delle maree per costruire uno scenario di sopravvivenza estremo.
Tra scienza reale e horror
La bocca del diavolo quindi si muove in quella terra di mezzo tipica dei survival thriller moderni: prendere fenomeni naturali autentici ed esasperarli per ottenere la massima tensione cinematografica. La trappola legata alle maree nel film è del tutto inventata, e la vera location delle riprese a Tham Lot è un tranquillo sistema fluviale dell’entroterra piuttosto che un’insidia collegata all’oceano. Tuttavia, ancorando la creatura alla reale biologia dello squalo leuca, la pellicola riesce a costruire uno scenario che appare inquietantemente credibile.
Non vi capiterà certo di imbattervi in uno squalo mentre navigate nelle acque sotterranee di Mae Hong Son, ma La bocca del diavolo funziona proprio perché ci ricorda quanto la natura possa far paura quando la scienza incontra una grande idea di finzione.