📌 In questa analisi
Svelare la vera storia dietro La Mano di Dante rivela un passato ampiamente riscritto dalla finzione: nessun manoscritto originale della Divina Commedia è sopravvissuto e il matrimonio con Gemma fu spezzato dall’esilio. Eppure, dietro le quinte del film, si nasconde un brutale dramma medievale fatto di guerre politiche e una leggenda dimenticata che attribuisce a sua moglie il salvataggio segreto dell’Inferno. Scopri i veri tradimenti che hanno trasformato questa tragedia storica in giustizia poetica.
Questa analisi è disponibile anche in inglese: The Erased History Behind In the Hand of Dante: The Divine Comedy, Gemma, and Beatrice
La Mano di Dante non è solo un film capace di riportare in vita la gloria e il significato della figura di Dante Alighieri per la storia della letteratura, ma fa qualcosa in più: portarci indietro nella storia vera che ebbe luogo intorno a Firenze nel quattordicesimo secolo, costringendoci a scoprire quanta parte del film Netflix è realtà e quanto frutto dell’immaginazione.
È il solito punto di vista affascinante che accompagna le più interessanti uscire streaming degli ultimi tempi. Nello specifico, il film è tratto da un romanzo, quindi un’opera di finzione letteraria: La Mano di Dante è stato scritto nel 2002 da Nick Tosches, lui stesso si è inserito come lo scrittore protagonista all’interno della storia, e l’assunto che le dà origine è uno dei sogni proibiti dei bibliografi di tutto il mondo, ossia scoprire il manoscritto originale della Divina Commedia scritta da Dante sette secoli fa.
Dal momento che il film riesce a intrecciare con abilità elementi storici reali con espedienti di finzione, le domande sorgono naturali: qual è la storia vera del manoscritto originale della Divina Commedia? È vero che non è sopravvissuta alcuna opera letteraria scritta di pugno da Dante? E quanto è realistico il rapporto tra Dante e Gemma, e quell’amore riscattato che il protagonista mette in scena nei giorni presenti?
La Mano di Dante ci dà la possibilità di scoprire una storia che molti di noi non hanno mai studiato: quella che segnò la vita uno degli scrittori più importanti della storia dell’uomo, la copia originale di uno dei libri più analizzati di sempre, e le vicende politiche e sociali che hanno influito in quel periodo.
La vera storia del manoscritto originale della Divina Commedia
Quando Dante la scrisse, probabilmente non avrebbe mai immaginato che la Divina Commedia sarebbe diventata uno dei libri più studiati e glorificati dall’uomo, specialmente in Europa. La sua rappresentazione dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, con i personaggi che lo popolano e il protagonista che ci passa attraverso, simboleggia la redenzione dell’umanità dai suoi peccati: una storia densa di contenuti filosofici, teologici, e politici che serve sia da testimonianza storica per uno dei periodi più caotici della storia Europea e anche da tappa fondamentale per l’evoluzione della lingua e della produzione letteraria dell’uomo.
Dante ci mise diversi anni a scriverla, terminandola poco prima della morte. E per decenni, dopo la sua morte, storici e bibliografi fecero scattare una vera e propria caccia senza frontiere, cercando di recuperare i manoscritti originali scritti da Dante. Ma la storia vera è quella che ripetono i protagonisti de La Mano di Dante: non è sopravvissuta una singola pagina originale scritta da Dante Alighieri ai giorni nostri.
Dante scrisse la Divina Commedia durante gli anni del suo esilio, mentre passava da una corte all’altra del Nord Italia. L’Inferno e il Purgatorio iniziarono a diffondersi già mentre era in vita, e iniziarono ad essere copiate e distribuite già in quel periodo, mentre le copie del Paradiso iniziarono dopo la sua morte, visto che Dante terminò quei canti poco prima di morire. Tra le copie più antiche della Divina Commedia sopravvissute fino ai giorni nostri ci sono i tre esemplari scritti da Giovanni Boccaccio, che fece molto per trasformare la figura di Dante nel mito che è oggi. E anche le copie manoscritte da Boccaccio sono state realizzate a partire da altre copie prodotte precedentemente, non dagli originali.
I manoscritti originali scritti da Dante sono probabilmente andati deteriorandosi man mano che le copie procedevano, fino a perdersi nella storia. Ed è vero, ad oggi non si ha testimonianza alcuna della calligrafia di Dante. L’aneddoto che dà vita al film La Mano di Dante è pura finzione: non esistono misteriose copie autografe di Dante conservate negli archivi Vaticani o trafugati da mafiosi siciliani.
Anche il dettaglio introdotto da Nick Tosches verso la fine del film, quando dice che un certo Niccolò Niccoli fece arrivare una lettera di Dante ai giorni nostri, è un elemento di fantasia. Ma come gli altri, è pescato dalla realtà di quel periodo: Niccolò Niccoli fu uno dei cacciatori di libri antichi più attivi nel secolo successivo alla morte di Dante: visse a Firenze alcuni decenni dopo la morte di Dante ed era vicino a Leonardo Bruni, che in quegli anni scrisse la biografia di Dante e disse chiaramente di aver letto molte lettere scritte di pugno da Dante, descrivendo la sua calligrafia come “sottile e allungata.”
L’idea di trovare oggi il manoscritto originale della Divina Commedia sarebbe davvero una scoperta di valore inestimabile. La cosa più vicina che abbiamo oggi sono le tre copie della Divina Commedia manoscritte da Giovanni Boccaccio in tre momenti separati della sua vita: la prima versione, scritta tra gli anni 1340 e i 1350, è conservata all’Archivio e biblioteca capitolare della Cattedrale di Toledo; la seconda, copiata intorno al 1360, è nella biblioteca Riccardiana a Firenze e contiene anche delle illustrazioni dell’Inferno, realizzate successivamente da chi fu in possesso di quel manoscritto negli anni a seguire (per anni si pensò che fu lo stesso Boccaccio a realizzare quelle illustrazioni, ma la teoria fu confutata di recente); la terza copia fu realizzata a metà degli anni 1360 e oggi fa parte della collezione della Biblioteca Apostolica Vaticana.

Dante, Beatrice e Gemma: tra amore e idealizzazione
L’altra grande curiosità che sorge sulla storia vera di Dante Alighieri riguarda il modo in cui La Mano di Dante dipinge i rapporti tra il sommo poeta, la sua musa Beatrice e la moglie Gemma. Nel film, Dante viene presentato come uno scrittore che dedica il suo capolavoro interamente a Beatrice, che rappresenta la guida del protagonista attraverso il Paradiso, ma nella realtà Dante non le aveva mai nemmeno rivolto la parola. Dall’altra parte, la moglie Gemma non è mai stata presente in maniera esplicita nella produzione letteraria di Dante.
Tutto questo fa effettivamente parte della storia vera. Beatrice “Bice” Portinari fu una donna che visse contemporaneamente a Dante nella Firenze di fine 1200: Dante Alighieri la vide per la prima volta all’età di nove anni e ne rimase estasiato. Da allora, Beatrice divenne la musa di Dante nelle sue principali opere letterarie, nonostante nella vita reale i due non si fossero mai rivolti la parola. Si trattava del cosiddetto “amor cortese,” una attrazione fisica e spirituale per una donna irraggiungibile, spesso appartenente a ceti sociali differenti.
Gemma, invece, è Gemma Donati, che divenne la moglie di Dante Alighieri nel 1285. Il loro era il tipico matrimonio combinato dalle famiglie già quando i due erano giovani. La letteratura che raccontò la vita di Dante negli anni a seguire ha dipinto la vita coniugale di Dante in toni piuttosto negativi: lo stesso Boccaccio, nel suo Trattatello in laude di Dante, descrisse la relazione con Gemma come fonte continua di problemi e sofferenze.
Probabilmente, c’era una ragione strettamente politica dietro a quella teoria. La famiglia Donati, a cui apparteneva Gemma, era alla guida della fazione dei guelfi neri, che volevano il papa a comando della città e all’inizio del 1300 presero in mano Firenze. Dante, invece, era un esponente politico della fazione opposta, i guelfi bianchi, che propugnavano per una Firenze indipendente. Quando i guelfi neri passarono al comando di Firenze, mandarono Dante in esilio per sempre: Dante quindi passò il resto della sua vita consapevole che la famiglia di sua moglie era quella responsabile della fuga a cui è stato costretto nell’ultima fase della sua esistenza.
In quell’esilio, il ruolo di Gemma era ovviamente passivo (la donna non aveva particolare peso nella società del Medioevo). Secondo molti, Dante non vide mai più sua moglie e i suoi figli dopo l’esilio e si dedicò completamente alla scrittura. Ed è vero, la sua musa Beatrice resterà sempre una presenza importante dei suoi scritti, mentre la moglie Gemma non verrà mai menzionata esplicitamente. Quello che vediamo ne La Mano di Dante, in cui osserviamo Dante Alighieri con un vistoso senso di colpa per non aver riconosciuto a dovere l’amore per la moglie, è in realtà un elemento di finzione. Non c’è mai stata riconciliazione tra Dante e Gemma: lei spenderà il resto della sua vita crescendo i figli di Dante, mentre lui resterà in esilio e scriverà fino alla sua morte, nel 1321.
Poi, come sempre, accanto alla storia si sviluppa la leggenda, e quella nasce ancora una volta dal Trattatello in laude di Dante di Boccaccio: secondo quanto scritto in quel libro, poco prima della salita al potere dei guelfi neri, Gemma si premurò di spostare gli scritti più importanti scritti da Dante e li affidò a famiglie amiche che vivevano fuori città. Alcuni anni dopo, degli amici di famiglia passarono in rassegna quei manoscritti e trovarono i primi sette canti dell’Inferno, che si credevano perduti. Secondo la versione di Boccaccio, degli amici comuni si assicurarono che i canti arrivassero a Dante, che quando li vide provò un senso di liberazione, consapevole ora di poter continuare la sua opera. Sarebbe per questo che l’ottavo canto inizia come se Dante ricominciasse un discorso precedentemente interrotto:
Io dico, seguitando, ch’assai prima…
Questa però è solo la storia raccontata da Boccaccio, e sono in molti a guardarla con sospetto. Secondo la maggior parte degli studiosi, in realtà, Dante scrisse l’intera Divina Commedia durante i suoi anni in esilio, e quella di Boccaccio sarebbe solo una versione romanzata dei fatti per dare toni drammatici alla nascita dell’opera. Se fosse vero, però, la premura di Gemma di nascondere gli scritti di Dante sarebbe stata decisiva per far sì che la Divina Commedia arrivasse ai giorni nostri.
La Mano di Dante ci mostra una versione di Gemma che finalmente viene vista da Dante come il vero amore della sua vita, e anche se questa non è la storia vera della vita dello scrittore, la si può vedere come il riscatto che la moglie rimasta nell’ombra meriterebbe. D’altronde, la vita di Dante sembra essa stessa uscita da un thriller moderno, e si presta bene a ogni tipo di rivisitazione romanzata.
