Esplora la storia vera dietro Star City e l’ossessione dell’umanità per Venere: dal progetto sovietico TMK degli anni ’60 alla fattibilità odierna delle missioni con equipaggio in orbita intorno ad altri pianeti.
Questa storia è disponibile anche in inglese:
The Beautiful Ambition of Star City: Inside the Real Soviet Obsession with Venus
Star City, atterrato su Apple TV+ con la prima stagione nel 2026, offre una nuova opportunità di rivisitare la storia attraverso il ritratto di quella realtà alternativa che appartiene a For All Mankind. E ancora una volta, la curiosità su quanto realistiche siano le possibilità esplorate nella serie vince su tutto: nonostante sappiamo tutti benissimo che ciò che vediamo non è una storia vera, la verosomiglianza di alcuni aspetti della trama ci spinge a scoprire di più e capire quanto ancorate nella storia siano alcune sfumature della serie.
Sappiamo benissimo che il primo uomo ad atterrare sulla Luna storicamente non fu un astronauta dell’Unione Sovietica. Questa è la grande precondizione che dà origine all’intero universo di For All Mankind e Star City: un mondo alternativo in cui la corsa allo spazio negli anni ’60 veniva vinta dall’Unione Sovietica invece che dagli Stati Uniti, cambiando drasticamente il corso della storia. Star City ci offfre quell’universo dall’altro punto di vista, quello sovietico, in cui la gloria del successo dà la giusta motivazione per le tappe successive della conquista dello spazio.
Nella prima stagione, osserviamo i vertici dell’Unione Sovietica mettere pressione al Chief Engineer Sergei Korolev (una figura chiave appartenente alla storia vera) per le prossime tappe della conquista umana della Luna, dopo il successo dell’atterraggio dell’uomo. Ma quel che vediamo è un Korolev ossessionato da una missione ancora più ambiziosa: quella di portare l’uomo su Venere. E da spettatori, viene spontaneo chiederci quanto ci sia di vero nelle missioni spaziali verso Venere durante la Guerra Fredda, e quanto vicina alla realtà fu questa magnifica ossessione dell’Unione Sovietica.
Dalla Luna a Venere: la storia vera dietro Star City
Nel 1969, l’uomo posò piede per la prima volta sulla Luna, e questa è una storia vera. A cambiare sono solo i protagonisti: nel mondo reale fu l’astronauta americano Neil Armstrong, mentre in Star City è il russo Alexei Leonov.
Sia nella storia vera che nell’universo di For All Mankind e Star City, questa è una tappa cruciale dell’evoluzione dell’uomo: la corsa allo spazio degli anni ’60 era il simbolo delle potenzialità su cui gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica competevano. Due società che predicavano un modo di vivere completamente diverso, una contro l’altra a combattere ideologicamente e tecnologicamente su diversi fronti, cercando di affermare una vittoria simbolica sull’altro. E niente contava di più in quel periodo dei successi spaziali, come emblema della capacità di questi due universi di portare l’umanità un passo avanti.
Entrambe le superpotenze avevano investito enormi capitali nel tentativo di ottenere un risultato plateale prima dell’altra. L’obiettivo di fare atterrare un uomo sulla Luna era alla portata delle tecnologie del tempo ma richiedeva un’accelerazione delle tempistiche, perché in ballo c’era il prestigio di passare alla storia come la nazione più avanzata del mondo. Johnson da una parte e Brezhnev dall’altra iniettarono una porzione stratosferica del PIL nei programmi spaziali, con l’obiettivo di ottenere un risultato tangibile prima del 1970. E così fu, con Neil Armstrong a toccare il suolo lunare il 21 Luglio 1969.
Il raggiungimento di quell’obiettivo simbolico cambiò drasticamente la prospettiva della competizione. La “corsa” era finita, era stato stabilito un vincitore, e da quel momento in poi l’evoluzione dell’astronomia umana assunse un ritmo più lento, meno ossessionato dalla propaganda politica. E per entrambe le superpotenze, questo significava definire nuovi obiettivi e procedere con determinazione verso frontiere di natura diversa.
È quello che vediamo nell’episodio 2 di Star City: nella serie, l’Unione Sovietica si impose come prossimo obiettivo quello di stabilire una stazione spaziale sulla Luna, ovviamente prima degli Stati Uniti. Ma il grande obiettivo del Chief Engineer Korolev che vediamo sullo schermo è un altro, ossia quello di permettere all’uomo di mettere piede su Venere. Un’ambizione di tutt’altro livello, che apre lo scenario a un’affascinante prospettiva di natura differente: quanto è vera la storia delle missioni spaziali su Venere all’interno della corsa allo spazio anni ’60?
L’uomo e Venere: una fascinazione mai doma
L’ossessione del genere umano per Venere è in effetti una storia vera, che comincia all’inizio degli anni ’60. Essendo il pianeta immediatamente più vicino al sole rispetto alla Terra, la distanza media tra noi e Venere lo rendeva l’obiettivo apparentemente più fattibile nella dimensione successiva delle missioni spaziali, ossia quella di conquistare il primo vero pianeta. Negli anni ’60, l’uomo sapeva molto poco di Venere: un pianeta costantemente avvolto da uno spesso strato di nuvole che impediva di vedere la superficie attraverso i telescopi e lasciava grande spazio all’immaginazione. Di fatto, all’inizio degli anni ’60, molti scienziati ritenevano plausibile che la superficie di Venere fosse ospitale, con un ambiente mite, compatibile con una “passeggiata spaziale.”
Quando le missioni spaziali verso Venere iniziarono a diventare realtà, la verità colpì l’essere umano come un pugno sullo stomaco. La prima nazione ad avvicinarsi a Venere fu effettivamente l’Unione Sovietica nel 1961, otto anni prima dell’atterraggio dell’uomo sulla Luna, con le due missioni Venera 1. In particolare, la nave spaziale Sputnik 8 fu il primo oggetto prodotto dall’uomo ad avvicinarsi a meno di 100.000 km da Venere, senza però riuscire a inviare misurazioni verso la Terra. In quegli anni, la ragione di quel fallimento fu attribuita al surriscaldamento dovuto ai raggi del sole.
Le prime avvisaglie di una verità di natura completamente diversa arrivarono nel 1962, con la missione NASA Mariner 2. Fu ufficialmente la prima missione spaziale verso Venere a considerarsi un successo: una sonda riuscì ad effettuare delle misurazioni di temperatura dell’atmosfera di Venere, e riportò un dato scioccante: gli strati alti dell’atmosfera su Venere riportavano una temperatura di circa 500º C. Essendo più vicino al sole rispetto alla Terra, si era già ipotizzato che Venere fosse un pianeta più caldo e con una maggiore pressione atmosferica, ma le misurazioni di Mariner 2 polverizzarono anche le ipotesi più ottimistiche.
La sfida restava aperta, e le missioni spaziali continuarono. Nel 1967, la missione Sovietica Venera 4 segnò il primo ingresso all’interno della atmosfera di Venere. La sonda aprì il paracadute ad una altitudine di 52 chilometri dalla superficie di Venere, per poi avvicinarsi fino a 26 chilometri di altezza, raggiungendo una temperatura di 262º C e una pressione di 22 atmosfere terrestri. A quel punto le trasmissioni si interruppero bruscamente, ma sulla Terra arrivarono informazioni importanti sulla composizione dell’atmosfera di Venere vicina alla superficie.
Negli anni successivi, fu sempre più chiaro come la superficie di Venere fosse completamente inaccessibile all’uomo. Venere si trasformò in una sfida a chi avrebbe fatto durare più a lungo la presenza e le misurazioni delle sonde vicino al pianeta. Dal momento che le temperature e la pressione atmosferica erano già capaci di distruggere la maggior parte dei metalli pesanti sulla Terra, le missioni spaziali si concentrarono sul far durare il più a lungo possibile i veicoli spaziali in prossimità di Venere.
Col passare degli anni, i successi dell’uomo divennero più importanti. Nel 1970, la missione sovietica Venera 7 registrò il primo atterraggio morbido sulla superficie di Venere e per venti minuti riuscì a trasmettere informazioni sulla Terra. Nel 1975 Venera 9 (di nuovo una missione sovietica) riuscì per la prima volta a trasmettere immagini della superficie di Venere sulla Terra, e nel 1981 Venera 13 registrò per la prima volta i suoni sulla superficie del pianeta.

E la storia continua: la Russia sta lavorando ad una futura missione Venera 17 (nota anche come Venera-D, dalla parola russa che significa “di lunga durata”), col piano di operare sulla superficie di Venere per più di tre ore.
L’ossessione di Sergei Korolev in Star City: la storia vera del progetto dell’uomo su Venere
A questo punto la domanda sorge spontanea: se già agli inizi degli anni ’60 era chiaro che le temperature e la pressione atmosferica di Venere fossero proibitive, non è irrealistico che un luminare come Korolev nel 1969 ipotizzi l’idea dell’uomo su Venere? Nella storia vera, Korolev morì nel 1966, ma anche nell’ipotesi di Star City in cui sarebbe sopravvissuto, come poteva immaginare l’uomo su Venere, date le informazioni in possesso dalla scienza in quel periodo?
La risposta sta in un ambizioso progetto spaziale che l’Unione Sovietica aveva negli anni ’60: si chiamava progetto TMK e l’intenzione finale era di inviare una crew spaziale in orbita intorno ai pianeti più vicini alla Terra, Marte e Venere, per poi farli tornare sulla Terra.
La storia di questo affascinante progetto è raccontata in questo articolo su National Interest: mentre gli Americani stavano concentrando gran parte dei loro sforzi nella missione sulla Luna, già negli anni ’50 l’Unione Sovietica aveva inziato a teorizzare l’invio di una crew di astronauti su Marte, e ben presto il progetto iniziò a includere la possibilità di atterrare sulla sua superficie.
Quello di cui parla Korolev nella realtà parallela di Star City è presumibilmente un riferimento di lusso alla variante TMK-MAVR, che predeveva un passaggio nell’orbita di Venere dopo che la crew avesse completato il viaggio intorno a Marte. Si parla di progetti che a quel tempo erano molto prematuri, e che infatti non videro mai la luce: l’Unione Sovietica interruppe gli studi nella seconda metà degli anni ’60, dopo aver raggiunto la consapevolezza che i razzi più avanzati dell’epoca non avevano la potenza sufficiente per inviare nello spazio una struttura del peso necessario per gestire un viaggio su Marte.
In un’abile e affascinante rivisitazione della storia, Star City ci mostra come l’ambizione di fare avvicinare l’uomo su Venere (e su Marte) fosse ancora presente nelle ambizioni dell’Unione Sovietica durante la guerra fredda: Korolev era stato davvero il propulsore di quei progetti, fino a pochi mesi prima di morire.
La fattibilità odierna e i progetti futuri
Rispetto agli anni ’60, la tecnologia a disposizione dall’uomo oggi è molto più avanzata. I problemi di propulsione sono stati risolti, e a provarlo è l’attività dello Space Launch System (SLS) della NASA, che giusto pochi mesi fa, ad Aprile 2026, ha inviato una crew di quattro astronauti in orbita intorno alla Luna.
E accanto alla sfida tecnica di inviare sullo spazio veicoli dal peso di diverse tonnellate, la scienza ha anche provato la capacità di far sopravvivere l’essere umano sullo spazio per lunghi periodi, con casi in cui gli astronauti sono rimasti nell’International Space Station per più di un anno.
Di fatto, recentemente si è tornato a delineare degli studi di fattibilità per l’invio di una crew spaziale intorno a Marte: questo concept pubblicato nel 2023 include persino un passaggio intorno all’orbita di Venere, per facilitare il viaggio di ritorno sfruttando la gravità della sua orbita. In altre parole, la visione dell’Unione Sovietica anni ’60 e del progetto TMK è ancora in vita, e chissà che nel prossimo decennio non vedremo una reale missione spaziale mandare con successo un team di astronauti vicino a Marte.
Nel frattempo, a noi comuni mortali che fantastichiamo davanti allo schermo della nostra televisione, non resta che farci affascinare dalle ambizioni mostrate in Star City dagli scienziati anni ’60: un modo di riportare un pezzo di storia vera ai nostri giorni e ricordarci che, già sessant’anni fa, l’uomo stava già immaginando di poter realizzare una missione spaziale in fase di studio ancora oggi.