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Michael, il biopic al cinema: molte luci e qualche ombra

Inconsciamente, aspettavamo un biopic su Michael Jackson dal 25 giugno 2009, giorno della sua morte. Michael, diretto da Antoine Fuqua — regista di Training Day, The Equalizer e del remake de I Magnifici 7 — racconta una parte della storia del King of Pop: dal 1966, quando muove i suoi primi passi nei Jackson Five insieme ai fratelli Marlon, Jermaine, Tito e Jackie (Randy si unirà al gruppo solo nel 1975), fino al 1988, anno dell’esibizione allo stadio di Wembley.

Nei suoi 140 minuti, il film si sviluppa come una favola: c’è il protagonista, Michael Jackson, e c’è il villain, suo padre Joseph. La struttura narrativa è chiara: una situazione iniziale che mostra il giovane Michael imprigionato nella morsa familiare costruita dal padre, e un approdo finale in cui si realizza il coronamento dei suoi sogni — e, più in generale, dell’ambizione universale di essere amati.

Il riferimento più evidente è Peter Pan — una delle opere più amate da Michael Jackson, che chiamò il suo ranch Neverland — e si inserisce con coerenza in un racconto liberamente ispirato alla sua vita. Come Bohemian Rhapsody, anche Michael si configura come un film evento, più orientato all’autocelebrazione che a un’indagine approfondita degli aspetti più introspettivi dell’artista.

Michael | Official Trailer

Nonostante una certa bidimensionalità nel tratteggiare il protagonista, il film trova i suoi punti di forza nel ritmo, nella spettacolarizzazione e nella prova dell’attore principale, Jaafar Jackson. È proprio il caso di dirlo: nasce una stella.

Al suo debutto, Jaafar Jackson riesce a reggere il peso del cognome e, al tempo stesso, a rilanciarlo con un’interpretazione personale e sentita, che evita il rischio della caricatura. Le performance musicali sono ricostruite con grande cura, una precisione che però non si riflette nella scrittura, soprattutto nella coesione narrativa.

Il film paga infatti una struttura frammentata, con troppe ellissi e una limitata attenzione al fact-checking: elementi sempre più marginali nei biopic musicali che, a partire da Bohemian Rhapsody — prodotto anche da Graham King, qui nuovamente coinvolto — privilegiano l’estetica patinata rispetto alla profondità.

Michael resta comunque una riuscita operazione commerciale — supervisionata dagli eredi — che evita gli aspetti più controversi, come le accuse di pedofilia, per concentrarsi quasi esclusivamente sulla dimensione musicale. In attesa di capire se il possibile sequel — sempre più concreto — adotterà uno sguardo più critico, Michael si conferma un prodotto efficace: un film travolgente che, senza ambizioni particolarmente elevate, intrattiene per due ore come un lungo videoclip.

Dimitri Grego

Dimitri Grego

Dimitri scrive storie di musica su AuralcraveView Author posts