Oltre il mistero, Unchosen su Netflix è un’autopsia della natura umana: spieghiamo il significato del finale, il vero ruolo di Sam e come il male si insinua nelle nostre vite attraverso la manipolazione.
Questa analisi è disponibile anche in inglese.
La storia raccontata da Unchosen ha un fascino che non si coglie a primo impatto. Sarà che la serie inizia suggerendo che possa basata su eventi reali (no, Unchosen non è basato su una storia vera, è un’opera di pura finzione), o sarà che le interazioni tra i personaggi hanno una componente umana molto marcata, ma l’arco narrativo dello show Netflix sa come raggiungerci su un livello profondamente personale.
La verità è che Unchosen ha molto a che fare con i naturali conflitti interiori che tutti noi condividiamo. In una serie in cui ogni personaggio maschile possiede un lato oscuro e ogni personaggio femminile porta con sé un lato vittimistico, diventa istintivo riflettere sulle difficoltà esistenziali degli esseri umani ritratti: sono tutti individui che tentano disperatamente di “fare la cosa giusta,” eppure si scontrano inevitabilmente con le debolezze intrinseche della propria natura.
In tutto questo si inserisce Sam: l’outsider che penetra nella comunità e inizia a sfruttarne le debolezze per tornaconto personale. Il suo rapporto con Rosie sembra inizialmente fondarsi su premesse sane, ma la vera natura di Sam si rivela rapidamente ai suoi occhi e ai nostri, costringendoci ad affrontare la più difficile delle domande: Sam è una persona davvero malvagia o è una vittima del male che lui stesso ha ricevuto in passato?
I comportamenti umani in Unchosen possono assumere un significato che richiede un’interpretazione attenta, e il finale di Unchosen è particolarmente simbolico, lasciando molti punti aperti. Diventa necessario chiudere il cerchio, ed è un fardello che spetta solo ed esclusivamente a noi.
Sam, Rosie e la Fellowship of the Divine: chi è davvero l’Unchosen?
Il titolo della serie accenna già al significato nascosto della storia: spostando l’attenzione sugli “Unchosen” (traducibile dall’inglese come “i non eletti”), la trama ci sfida a identificare chi sia davvero il prescelto, e se il cuore umano possa essere davvero categorizzato in termini così netti e binari. La scena d’apertura, del resto, è profondamente significativa: la paura del Rapimento — il giorno del giudizio così fervidamente predicato dal culto — è ciò che spinge la giovane Grace a fuggire all’avvicinarsi della tempesta, portandola a un passo dalla morte.
Da qui, arriviamo a comprendere la prospettiva di Rosie e della Fellowship of the Divine: l’obbligo morale di distaccarsi dal mondo esterno e abbracciare l’isolamento, proibendo l’uso della tecnologia e i contatti con gli estranei. Ai loro occhi, sono gli eletti di Dio, le uniche anime che saranno salvate alla fine dei tempi; il resto del mondo è intrinsecamente malvagio e deve essere tenuto a distanza, per non rischiare di esserne corrotti.
Rosie, tuttavia, è colei che si trova di fronte a eventi difficili da interpretare. Sam, l’uomo apparso dal nulla per salvare sua figlia Grace da morte certa nel fiume, è un «unchosen» — un estraneo proveniente dal mondo esterno, fondamentalmente diverso da loro. Eppure, la sua comparsa ha il sapore di un intervento divino, rendendo quasi impossibile per lei risolvere il conflitto interiore tra i segreti che Sam la costringe a custodire e la naturale empatia che prova per quest’uomo sperduto.
Col senno di poi, sapendo come si evolveranno gli eventi di Unchosen, possiamo già interpretare l’arrivo di Sam come un simbolo di come il male ci inganna, celando la sua vera natura dietro una maschera di necessità. Ma allo stesso tempo, il male può regnare solo manipolando le debolezze umane: il successo finale di Sam funge da specchio spietato di come il fondamentalismo di un culto sia costruito su una premessa che, in ultima analisi, è insostenibile per la natura umana.
Essere «eletti» o «non eletti» diventa quindi una questione secondaria. La vera domanda che la serie pone è molto più intima: chi tra loro sta davvero vivendo una vita nel rispetto di noi stessi e di ciò che siamo?
La debolezza degli uomini in Unchosen: Adam, Isaac e Mr. Phillips
Nessun uomo può davvero trovare la salvezza all’interno della setta di Unchosen. Ognuno di loro nasconde un lato oscuro pronunciato, e il rigido fondamentalismo religioso della Fellowship of the Divine impedisce loro di affrontarlo davvero.
La traiettoria di Isaac, da questo punto di vista, è emblematica: è l’unico ad aver smesso di credere di poter annientare il proprio lato umano attraverso la preghiera, il pentimento e la punizione. Dopo una vita di lotta, sceglie il compromesso con se stesso — l’accettazione di un amore per la moglie ormai appassito, il legame con una donna esterna alla comunità e il possesso segreto di un cellulare, tecnologia rigorosamente proibita dalla setta.
Naturalmente, il senso di colpa di Isaac diventa insopportabile, costantemente alimentato dalla retorica religiosa che governa la comunità. In un atto di coraggio, Isaac si rivolge a suo fratello Adam, consegnando il telefono e dichiarandosi pronto al pentimento. Ciò che riceve in cambio, tuttavia, è l’umiliazione pubblica e una punizione mortificante: prigioniero nella propria casa, privato di ogni contatto con la propria famiglia, finché il suo lato oscuro non sarà magicamente «guarito».
Eppure, l’isolamento e il trattamento barbarico di Adam ottengono solo l’effetto opposto: lo allontanano ulteriormente. Riconosciuta l’incompatibilità fondamentale tra i dettami religiosi e la propria natura, Isaac decide di fuggire, sperando che il mondo esterno possa offrire un contesto più affine al suo spirito. Paradossalmente, sceglie di essere «rinnegato», vedendo la macchia indelebile impressa dalla comunità come una potenziale liberazione per la propria anima.
Ma chi altri, all’interno della Fellowship of the Divine, può davvero arrogarsi il diritto di predicare un’adesione così rigida a queste regole? Mr. Phillips, pastore e guida spirituale della comunità, è in realtà un uomocol vizio dell’alcol e l’abitudine di abusare delle donne che cercano il suo consiglio. E Adam, che lotta così disperatamente per soddisfare le aspettative riposte in lui quando viene eletto tra gli anziani della setta, è un uomo che cede facilmente ai peccati dell’odio e alla sottomissione delle donne ai suoi comandi — per non parlare degli istinti sessuali latenti che emergono nel momento in cui Sam inizia a provocarli.
Così, Unchosen si trasforma in una giostra spietata di ogni possibile debolezza umana: ira, lussuria, sete di potere, egoismo, ipocrisia. Demoni che l’uomo comune è costretto ad affrontare nella vita, ma che per chi è immerso in una comunità religiosa estremista devono essere marchiati come peccati da sradicare attraverso la preghiera e la penitenza. Esigendo che l’uomo agisca esclusivamente in nome del divino — demonizzando gli istinti umani come peccati e pretendendone l’immediata eliminazione — Unchosen riesce a mostrarci, con una naturalezza inquietante, perché certi dogmi religiosi non facciano altro che frantumare lo spirito umano.
Sam e il narcisismo del male
Sam si staglia davanti a questa comunità — così ossessionata dall’idea di purezza — come un predatore che osserva un gregge privo di protezione. È crudelmente abile nel riconoscere l’insostenibilità fondamentale dei loro precetti: ogni sua parola, ogni sua azione, diventa orientata a manipolare questi individui per i propri scopi.
Nel suo rapporto con Rosie, Sam si comporta da perfetto narcisista patologico. Si manifesta inizialmente come una vittima del sistema in cerca di salvezza, poi come un vettore straordinario di quell’amore puro che Rosie crede di meritare e, infine, come la figura del «Principe Azzurro» disposta a salvarla dal male. Nel frattempo, però, la sua natura malevola emerge attraverso il passato e il presente. Quando viene finalmente costretto a guardarsi attraverso lo specchio degli occhi di Rosie, ricorre alla classica giustificazione di una «natura sbagliata» e di un’intrinseca incapacità di cambiare. È il male che si maschera da vittima dei propri impulsi per evitare di assumersi responsabilità, costringendo infine le sue vittime ad accettare la sua presenza come una parte inevitabile della vita.
Il modo in cui Sam manipola Adam, Mr. Phillips e persino la giovane Grace — convincendo chiunque delle sue nobili intenzioni — riflette, per molti versi, il modo in cui gran parte delle religioni mondiali descrive l’operato del diavolo. Ma se Sam rappresenta il diavolo, gli uomini della Fellowship of the Divine sono tutt’altro che figli di Dio ingiustamente ingannati da una forza superiore. Sono le loro stesse debolezze a condannarli; il loro lato oscuro è rimasto intatto proprio perché la setta in cui vivono non ha mai permesso loro di farci davvero i conti. Costringendoli a combattere il peccato seppellendolo sotto strati di preghiera, la comunità non ha fatto altro che garantire che quel peccato rimanesse vivo dentro di loro, covando nel subconscio per poi esplodere nel momento in cui una tentazione — o la malvagità del mondo — ha iniziato a nutrirlo.
In definitiva, è il secolare dualismo tra una visione religiosa e una visione psicologica dell’uomo. In questa luce, Unchosen si trasforma in una parabola nascosta della condizione umana stessa.
La spiegazione del finale di Unchosen: la liberazione di Rosie e la vittoria di Sam
Nel finale di Unchosen, assistiamo a due traiettorie diametralmente opposte. Da un lato, Rosie riesce a svincolarsi dalla morsa della setta in cui è sempre vissuta, ormai convinta che la sua componente umana sia incompatibile con un simile stile di vita. Non sentendosi più al sicuro o protetta da quella comunità, sceglie di abbandonarla e ricominciare da capo con la giovane Grace.
Di fronte a questa scelta, Adam si rende conto di essere stato il carceriere di Rosie. Sopraffatto dal senso di colpa, accetta la sua decisione e arriva persino ad accompagnarla: un gesto che segnala l’accettazione delle proprie responsabilità. Qui vediamo emergere l’unica azione autentica che un uomo possa compiere di fronte ai propri lati oscuri: farsene carico e impegnarsi a integrarli nel miglior modo possibile nella propria vita, nel tentativo di forgiare un’esistenza che sia la più sana possibile.
Questo è l’esatto opposto del percorso di Sam. Rifiutandosi di porre un limite alla propria oscurità e costringendo invece il resto del mondo ad accettare la sua malevolenza, Sam cerca di piegare la realtà alla sua personale filosofia di vita. Questa strategia ha successo solo se gli individui possiedono debolezze manipolabili: ed è esattamente così che Sam trionfa su Adam. Il video che usa per mortificarlo è quello che causa la sparizione di Adam dalla narrazione — spinto, probabilmente, verso un esilio volontario per espiare le proprie colpe.
La comunità resta così senza una guida. Passa un anno, e il finale di Unchosen ci presenta la più improbabile delle conclusioni: Sam che entra nella sede della Fellowship of the Divine come il nuovo pastore alla guida del gregge. È un simbolo spaventoso di come certi gruppi sociali abbiano un disperato bisogno di un leader, a prescindere da quanto quell’individuo possa essere compatibile o degno di tale posizione.
Con il suo sorprendente finale, Unchosen suggerisce che gli stessi sistemi che costruiamo per «salvare» le nostre anime — siano essi strutture religiose o isolamento sociale — sono spesso solo l’impalcatura per i nostri più profondi fallimenti umani. L’ascesa di Sam al pulpito non è un trionfo del divino, ma nemmeno il trionfo del male: è il trionfo del vuoto.