Yule è la ricorrenza celtico/germanica del solstizio d’inverno che nell’emisfero boreale cade intorno al 21 dicembre ed in quello australe il 21 giugno. L’etimologia del nome è alquanto controversa. Sembra, comunque, che Yule non sia altro che la variante inglese del termine norreno Jol e del tedesco Jul. I glottologi sono abbastanza concordi nel ritenere che derivi dalla parola norrena Hjol, traducibile in lingua italiana con “ruota”. Ciò farebbe pensare all’immaginaria ruota dell’anno solare: nel giorno del solstizio invernale, il sole si troverebbe al suo estremo inferiore, ricominciando l’ascesa che si concluderebbe il giorno del solstizio d’estate.
L’origine della festa pagana di Yule è ancora avvolta dal mistero, anche se si riscontrano numerosi riferimenti alle sue celebrazioni nelle poetiche saghe islandesi, elaborate soprattutto in epoca medievale. Si sa, comunque, con ragionevole certezza, che il periodo di Yule era dedicato al riposo ed ai festeggiamenti con danze e banchetti e che culminava con il sacrificio di un maiale in onore del dio norreno Freyr. Tale divinità, tra le sue molteplici attribuzioni, incarnava i principi della bellezza e della fecondità. Si trattava di una forma attenuata di culto dionisiaco, se vogliamo paragonare Yule ai riti celebrati nel bacino del Mar Mediterraneo. In altri scritti, abbiamo già richiamato le evidenti somiglianze tra il pantheon greco-romano e quello norreno. Alcune convergenze cultuali possono far pensare ad una comune derivazione indoeuropea.
In epoca cristiana, i missionari, allo scopo di convertire il maggior numero possibile di persone, cercarono di adattare alla dottrina cristiana numerosi simboli pagani. La volontà della Chiesa di Roma di plasmare simboli preesistenti alle nuove esigenze religiose è ben testimoniata da alcuni scritti che papa Gregorio Magno inviò ai suoi prelati sparsi per l’Europa. Si pensi alla progressiva sovrapposizione dell’immagine di San Nicola di Bari che finì con il soppiantare Odino, trasformandosi poi in una figura intermedia, una sorta di “personificazione dell’inverno”, chiamata Sinterklaas, per diventare poi, con il passare del tempo, il più recente e popolare Santa Claus/Babbo Natale.
Tra le più antiche testimonianze dirette della festa di Yule, vi è quella dello storico bizantino Procopius, risalente al sesto secolo, secondo il quale gli abitanti della Scandinavia, da lui stesso indicata come “Thule”, celebravano una “festa per il ritorno del sole”, ma non in coincidenza con il solstizio invernale. Anche lo storico Thietmar di Merseburg sostenne che il grande blot di Lejre, in Danimarca, corrispondente più o meno alla ricorrenza di Yule, si celebrasse tra la seconda e la terza decade di gennaio. Le precitate fonti letterarie hanno fatto dubitare alcuni studiosi sul fatto che le popolazioni nordiche festeggiassero Yule effettivamente nel periodo del solstizio invernale, avvalorando la tesi che tale corrispondenza sia stata interpretata ex post, alla luce dei Saturnalia romani, nonché del Sol invictus legato al culto di Mitra, ed alla sovrapposizione del Natale cristiano.
Molti simboli delle odierne festività natalizie derivano proprio da Yule, come l’uso decorativo del vischio, importante elemento della spiritualità celtico-druidica, nonché l’agrifoglio e la tradizione dell’addobbo dell’albero, legato alle antiche leggende dei sempreverdi, di cui l’abete rappresenta ancora oggi l’esempio più significativo. L’albero sempreverde, che riesce a conservare le sue foglie verdi per l’intero anno, era un chiaro simbolo della vita che riesce a superare anche i rigori dell’inverno che, soprattutto alle latitudini settentrionali, portava gelo ed oscurità. La tradizione di addobbare l’albero era sentita come momento di aggregazione delle famiglie e delle comunità, in un momento dell’anno che induce alla riflessione ed alla introspezione, nell’attesa del risveglio primaverile. I Celti veneravano il vischio di quercia come pianta sacra, al punto che veniva raccolto dal più anziano dei sacerdoti Druidi con un falcetto d’oro. Gli stessi officianti erano soliti, poi, immergerlo in una bacinella dorata colma d’acqua che veniva distribuita al popolo. La quercia, per le tribù celtiche, rappresentava il segno lasciato dalle divinità sulla terra, credenza che in apparenza veniva avvalorata dal fatto che quel tipo di albero era spesso colpito dai fulmini. Nella religiosità nord-europea, pertanto, si immaginava che il vischio scendesse direttamente dal cielo mediante i lampi, costituendo un segno tangibile della discesa di esseri soprannaturali sul nostro pianeta.
La festa di Yule era considerata, allo stesso tempo, sia una ricorrenza di morte che di trasformazione e di rinascita. Il Re Oscuro, chiamato anche Vecchio Sole, moriva diventando il Sole Bambino che rinasceva dall’utero della Dea. Un’antica leggenda celtica racconta l’immaginaria vicenda di due fratelli: Re Quercia e Re Agrifoglio che ogni anno dovevano combattere una battaglia senza fine per ottenere la supremazia del regno di appartenenza. Ciascuno dei due fratelli, però, aveva una preferenza opposta rispetto a quella dell’altro. Re Quercia desiderava un territorio caldo, luminoso e soleggiato per tutto l’anno, mentre Re Agrifoglio aspirava ad un mondo sempre oscuro e freddo. A ciò si aggiungeva un’altra curiosa circostanza: i due re erano innamorati della stessa donna. Quest’ultima, per non vederli litigare, propose loro di governare il regno sei mesi ciascuno. Infatti Re Quercia raggiungeva il massimo del vigore durante la stagione estiva, mentre Re Agrifoglio si esaltava nelle gelide giornate d’inverno. Soltanto un evento traumatico mise fine al conflitto tra i due rivali, quando Re Agrifoglio, disperato, nel corso dell’ennesimo scontro, si convinse di aver ucciso Re Quercia, che era pur sempre suo fratello. A questo punto, la donna di cui erano entrambi innamorati e che simbolicamente rappresentava la saggezza, gli fece capire che Re Quercia non era morto, ma che si sarebbe ripreso con l’avvento della primavera. E così, in un ciclo continuo di morte e di rinascita, i due fratelli continuarono a guidare il regno sei mesi ciascuno. La leggenda, come si evince chiaramente dalla trama, ha un profondo significato spirituale, volendo interpretare il periodo dell’oscurità solstiziale come il momento più propizio per ritrovare il proprio equilibrio interiore, abbandonando le vecchie abitudini ed abbracciando nuove opportunità di rinnovamento. Anche se i giorni più freddi dell’inverno sono ancora attesi, il Sole comincia la sua risalita avviandosi lentamente, ma inesorabilmente, verso la stagione primaverile. Presso alcune tribù celtiche, nelle notti di Yule, le donne pazienti e completamente avvolte dall’oscurità attendevano i rispettivi uomini che portavano loro una candela per accendere il fuoco.
Dal punto di vista semantico, la festa di Yule, cadendo nel periodo del solstizio d’inverno, il giorno più breve e la notte più lunga dell’anno, evocava il potere della rinascita, proprio nel momento in cui la natura sembra fermarsi nella più totale oscurità. Questa fase potrebbe essere definita una sorta di “transizione energetica”, in cui la tradizione pagana concentrava sincreticamente sia il potere delle tenebre che quello della luce. A riprova dell’importanza che si dava all’astro del nostro sistema stellare, in molte parti del mondo, furono costruiti monumenti orientati in maniera astronomica, che servivano sia a segnare il ciclo del tempo solare, alla stregua di un calendario, sia ad eseguire determinate pratiche cultuali, come veri e propri templi. Tra questi Stonehenge, nel Regno Unito, di cui mi sono occupato in altri scritti, è l’esempio forse più lampante.
Uno dei rituali più popolari era il cosiddetto “ceppo di Yule”, decorato con alcuni dei simboli già menzionati in precedenza, come il vischio e l’agrifoglio, a cui si aggiungevano nastri colorati. Al giorno d’oggi, alcuni movimenti neo-pagani o semplicemente laici continuano tale tradizione, decorando una candela con rametti di sempreverde o di cannella.
E per lungo tempo la consuetudine di celebrare la festa di Yule è sopravvissuta, sotto varie forme, soprattutto nell’area territoriale dei Paesi scandinavi. Già nel Medioevo numerose fonti scritte attestavano come alcuni sovrani cristiani incontrassero notevoli difficoltà nell’imporre il divieto di rievocare gli ancestrali rituali di Yule. In alcune circostanze, l’usanza pagana si mescolava ad elementi cristiani, dando vita a forme di festeggiamento inedite e destinate a resistere nei secoli successivi. Ad esempio, in Norvegia, nelle zone rurali, marito e moglie bevevano birra o sidro e recitavano la formula: “Alla salute di Cristo e di Santa Maria per un buon anno e per la pace”, unendo l’antica abitudine di bere alcolici al rito religioso della nuova dottrina, quella cristiana, ormai dilagante ed imposta dai governanti principalmente per motivazioni di carattere politico. Anche nel frenetico mondo contemporaneo, come accennato nel corso della trattazione, alcuni aspetti legati alla tradizione di Yule sono ancora presenti in numerose culture. In Svezia si continua a fabbricare un caprone di paglia, animale sacro al dio Thor, che avrà il compito di portare i regali di Yule/Natale ai bambini.
In estrema sintesi, possiamo agevolmente affermare che una gran quantità di simboli della festa di Yule è confluita nel Natale cristiano, ma voler ridurre quest’ultima solennità ad una sorta di continuazione cristocentrica della tradizionale ricorrenza pagana è, a mio avviso, un’esagerazione. Alcuni temi, come il culto del sole, l’esaltazione del ciclo di morte e di rinascita, la dea madre fecondata dalla divinità, sono di certo comuni a gran parte delle civiltà antiche, non solo dislocate nel bacino del Mediterraneo e nella parte settentrionale del nostro continente, ma anche in aree geografiche notevolmente distanti, come l’India, l’America centro-meridionale e l’estremo Oriente.
Per un ulteriore approfondimento sulle tradizioni legate al Natale, rimando al mio articolo, Alle origini del Natale: significato, tradizione e simboli, pubblicato su questo stesso sito il 17 dicembre 2019.