Secondo il principio di indeterminazione di Heisenberg non è possibile misurare simultaneamente con assoluta precisione tre film alla volta. L’atto stesso di osservare modifica il fenomeno osservato, quindi l’osservatore influisce sui film, ma ci proviamo lo stesso.
Il cinebus fiancheggia cartelloni pubblicitari dallo sguardo tragico. Più si avvicina all’auditorium più l’occhiata di Monica Guerritore si insinua nei finestrini del tram. Anni di duro lavoro precedono l’uscita del film che la drammaturga scrive, dirige e interpreta. Alla Festa del Cinema di Roma la sala è stracolma e freme aspettando che le luci si spengano e Anna – lavoro urgente e necessario quanto gli inutili biopic in circolazione – illumini lo schermo.
Poi c’è Libero De Rienzo, una figura schizofrenica raccontata/ricordata nella staticità di un salotto caldo e borghese, dove le figure spalmate sul divano fraseggiano aneddoti e sviolinate. La sala di Libero sempre comunque mai è mezza vuota nonostante si tratti della più piccola del Giulio Cesare.
Entrambi cominciano con la questione dei premi. Anna vaga per i vicoli zozzamente ripuliti/ricostruiti di Roma mentre aspetta una telefonata dall’Academy. Libero è meravigliosamente sé stesso mentre ritira il David al miglior attore non protagonista manifestando per la Palestina, smarcandosi con l’eleganza di Brando e il coraggio di Piccola Piuma. Peccato che il documentario si esaurisca in quel filmato di repertorio. Il girato si srotola da copione, gli amici di Libero parlano a ruota libera dove gli argomenti girano e rigirano attorno a Santa Maradona. Il cigolio continuo della ruota, tolte alcune eccezioni, si appiattisce fino all’acufene: frasi ridondanti, seppur sincere o commosse, su quanto Libero sia stato un genio fuori dalle gabbie del cinema. Allo stesso modo Anna impasta rimpasta la sua grande carriera, il suo grande amore, la sua grande visione in scenette estemporanee così telefonate da mandare in confusione i laser delle maschere in sala manco fosse un concerto dei Pink Floyd.
Siamo letteralmente quattro gatti, uno più spelacchiato e diffidente dell’altro, quando in mezzo a queste due opere che fanno di tutto per venire meno alla memoria del soggetto trattato, entra a gamba tesa Kenny Dalglish. Lo scozzese brutto e ignorante che lascia la scuola per salire in cattedra e insegnare al mondo cosa sia l’intelligenza nel calcio. Asif Kapadia, premio oscar per Amy, usa solo immagini di repertorio oltre la voce fuori campo di Kenny che, guarda un po’, è ancora vivo! Nessuna scena di questo ex calciatore settantaquattrenne che viene microfonato, neessun bicchiere d’acqua, battutina o lacrimuccia durante la strage dell’Heysel. Nessuna intervista in camere d’albergo o ville intappetate, neanche un siparietto, eppure ne avrebbero da scomodare, visto che tra i filmati di repertorio sbuca anche Paul McCartney.
La situazione è un po’ diversa per Anna. In una scena pietosa si tenta di riabilitare senza veli il nome di Montanelli (che poi assomiglia a Marinelli/ Mussolini) con un dialogo che a definire ammiccante scoppierebbero gli occhi. Mentre Libero Sempre Comunque Mai si avvale di alcune figure sincere che tentano di salvare l’intervista mettendoci del loro, senza filtri ma rispettando comunque l’intimità dell’amico portano intimità e aneddoti, ma non mancano quelli che sembrano passati lì per caso, che a giudicare dall’acchittamento estetico/lessicale che mettono in posa stonerebbero pure su Cioè.
Ma nonostante ciò si arriva a un’ora di documentario con la commozione nel petto, e in fondo chi se ne frega del formato standardizzato usato in Libero Sempre Comunque Mai se le parole di Sartoretti, Germano, Golino e Santamaria ci portano un po’ più vicini a Libero, se gli occhi di Ponti e Risi non mentono, loro che più di tutti hanno esaltato i suoi spazi, fisici e mentali in Santa Maradona (non c’è l’intervento di Accorsi) e Fortapàsc, loro e pochi altri danno il senso che giustifica un documentario che, nonostante i propri limiti, si lascia guardare.
Nell’altra sala il cerone di Tommaso Ragno che interpreta Rossellini arriva fin sopra i capelli, ma non è niente rispetto agli sguardi filo macchina della Guerritore mentre fissano il vuoto per un tempo interminabile dopo aver gracchiato una frase a effetto. Il problema di Anna non è che la Magnani sia un angelo inviolabile a cui nessuno potrà mai avvicinarsi, ma è che sia scritto, diretto e interpretato peggio delle pubblicità progresso degli anni Novanta contro la droga. Non è neanche colpa dei settecento personaggi illustri che vengono buttati con il paracadute, Rossellini è solo il primo della lista e ovviamente il più accostato alla Magnani, ma anche alla Festa del Cinema, non solo nel docufilm Roberto Rossellini – più di una vita, ma anche in una scena chiave di Nouvelle Vague di Linklater. Rossellini un tanto al chilo, insieme a tutte le ragioni del perché manchi così tanto… anche se Le Città di pianura… ma questa è un’altra storia. Fatto sta che sfilano Fallaci, Atwood ma con il salvagente si salva solo Zavatteri che veste Moravia, capo d’alta moda che per un attimo illude gli animi, ma probabilmente perché la sua parte è più corta del titolo del film. E infatti poco dopo il mio vicino di posto prende e se ne va.
Il viaggio onirico tra i vicoli di Roma è costruito quanto la sequenza di scene che si susseguono con personaggi e ambienti che trasudano il lato più oscuro e velenoso della fiction. Ma non è solo la direzione degli attori, i dialoghi, le situazioni o il punto di vista, è il fatto che appaiono sempre apparenti. C’è un formicolio che sale sul braccio per ogni scena e, salvo un paio di battute fatte della Guerritore, il resto è una messa in scena nel senso meno cinematografico del termine.
Guardando questi tre lavori a ridosso l’uno degli altri è lampante l’approccio convenzionale e autocompiaciuto su cui si spalmano Anna e Libero, al quale seguono quasi tutte le biografie uscite negli ultimi anni, da Olivetti alla Carrà, ma non è solo una cosa nostra, anche e soprattutto a Los Angeles il piattume si spreca sulla valle. Usare un espediente narrativo invece che un altro per raccontare un personaggio, come hanno fatto ad esempio Iain Forsyth e Jane Pollard inventando un ministero della Non Dimenticanza per giustificarne le interviste in Broken English.
Oppure la scelta di Kapadia di aggrappare il racconto a quella voce fuori campo, che tolti gli esperti o addetti al settore – il Kenny che conoscevo io era un bambino basso e con il cappuccio arancione – non verrebbe riconosciuta manco dalla moglie, quella voce che mai cede alla nostalgia o alla commozione ma che accompagna lo spettatore con rispetto e solennità senza trucchi, aggrappandosi alle inflessioni, all’accento e alle rarissime volte in cui trema. Kenny Dalglish, la voce di un calciatore che ti lascia qualcosa anche se non hai mai visto una partita in vita tua.
Ai titoli di coda di Libero cade un silenzio di piombo. Sulle spalle pesano la tragedia di aver perso e soprattutto, come capita troppo spesso e forse capiterà sempre, di non aver valorizzato davvero l’universo dei grandi come di Libero De Rienzo. Ma in fondo sai che le figure mitologiche non si possono leggere o comprendere, vanno guardate e tanto basta a insegnarti qualcosa. In fondo le figure di Libero e Kenny si equivalgono, sono entrambi fedeli con sé stessi, Libero che rimaneva libero anche sul set e Kenny che boicotta un campionato per rispettare le volontà di un centinaio di famiglie. Un centinaio contro i milioni dei milioni che volevano il contrario.
Oltre al primo film su Anna Magnani, che coincide con i cinquant’anni dalla morte (e a questo punto maledirei tutte le ricorrenze che generano mostri cominciando a mettermi in guardia dai cinquanta di Pasolini), la Guerritore ha messo in scena anche uno spettacolo, questa volta sul palco a lei più congeniale: “Una conferenza-performance a ingresso libero dal titolo ‘La nascita di un film’” dove il parquet del teatro diventa un foglio che coinvolge lo spettatore nella sceneggiatura. Il forfait del mio vicino di poltrona farebbe pensare ai più scettici e maliziosi che l’esperimento di Anna non sia poi riuscito granché, ma il vuoto lasciato da quella losca figura dileguatasi nel buio, ha fatto in modo che udissi l’accento bergamasco della mia vicina, una signora attempata che non ha fatto altro che spiegare all’amica ogni scena del film e che durante i titoli di coda, afferma: “Questo film è proprio bello, mi sono anche commossa”. La guardo sperando che si volti a farmi l’occhiolino, ma le lenti dei suoi occhiali sono colme di gioia e allora desisto dal domandarle il perché e, trascinando i piedi, guadagno l’uscita.
Il tentativo mal riuscito di mettere in relazione questi tre soggetti è nato soprattutto da una domanda: abbiamo bisogno di ricostruire la vita delle figure che ammiriamo? Perché ha tutta l’aria di una corsa all’oro dove conta solo arrivare primi, e soprattutto: com’è possibile raccontare qualcuno che nel racconto stesso dichiari apertamente di ripugnare i lavori come quelli che si stanno facendo su loro stessi? Oltre a Rossellini non sono riuscito a vedere il documentario su Rino Gaetano, Jeff Buckley, Ellroy, Urbani, Dacia Maraini sul Giappone, Velázquez e molti altri, solo per citare quelli alla Festa del Cinema di Roma. Una mole di documentari e biopic che ogni anno invadono il mondo a un ritmo insostenibile paragonabile solo alle autopubblicazioni editoriali. Quanti di questi rispettano davvero il soggetto che scomodano? Uno degli scandali più famosi rimane quello di The Imitation Game, che di fedele sul personaggio di Alan Turing riportava solo il nome. Nessuno impone una fedeltà assoluta, ne è un esempio riuscito Duse di Pietro Marcello, che rimodella il personaggio su Valeria Bruni Tedeschi senza stravolgerne il contenuto.
Ma nonostante tutto aspetto di vedere Mr. Scorsese di Rebecca Miller, dimostrando non solo di possedere un’ipocrisia peggiore dei modelli citati, ma di non aver imparato niente da tutto quello detto finora. L’unica cosa che mi fa stare un pelino meglio è quella di prendermi la colpa in quanto osservatore che, tornando al principio di indeterminazione di Heisenberg, cambia il film stesso. È tutta colpa mia/nostra che guardiamo e giustifichiamo.