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L’altra Venezia82: un reportage in 28 film

Sono carico, sudato, impaziente, la mano trema mentre aspetta che il raggio infrarosso del palmare scaldi il codice a barre, che a catena il bip di accesso riecheggi nel Palazzo del Casinò e la voce di benvenuto della maschera mi lasci defluire attraverso le gelide folate di aria condizionata della Sala Perla. Invece no. Gli abbonamenti partono il giorno dopo l’inaugurazione della 82° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia.

Alla stazione Santa Lucia penetro in una bolla di sapone estemporanea ripiena di turisti pronti a cannibalizzare la città eppure, i cartelli dicono di stare attenti ai gabbiani. Quando sbarco al Lido invece mi sento scivolare in una gocciolina di pioggia senza tempo ripiena di nuvole di panna. Ho uno zaino che sta per esplodere, tre abbonamenti e una scia di sudore appiccicaticcio pronto a cristallizzarsi sulla stoffa dei sedili in sala. Ma questo non avverrà se non compro subito il biglietto e per farlo bisogna entrare sulla piattaforma di Vivaticket, attivare il ticket alert e sperare che resusciti un posto: eppure i cartelli dicono di stare attenti ai gabbiani mentre gli accreditati sfilano con il tesserino appeso al collo, la borsetta in omaggio e quel maledetto sorrisino idrofobo da cinefilo, ricordo quando l’anno scorso anch’io ero uno di loro e come me la godevo mentre sorpassavo quei poveri spettatori con il pigiama a righe schiacciati dietro il nastro rosso della recinzione pronti a scannarsi per gli ultimi brandelli di un sedile. Ma quest’anno non posso neanche essere tra quelli là perché da pubblico non posso fare la fila per la rush line. Prendo finalmente coscienza che il gabbiano sono io, ma non mi lascerò scoraggiare anzi, durante questa Venenzia82 ho intenzione di saccheggiare ogni briciola di film caduta agli accreditati più distratti.

Affondo subito gli artigli su una poltrona della Sala Darsena, quale migliore inizio di un film macedone su un pezzo della vita di Madre Teresa di Calcutta. La prima cosa da fare è impedire a Mother di Teona Strugar Mitevska di risalire il fiume Ngube della mia memoria fino a Corinna Negri. La regista scarnifica pezzi di lebbrosi e pezzi del genere biografico benedicendo una sequenza con Hard Rock Hallelujah dei Lordi, gruppo heavy metal finlandese che mi aiuta anche a coprire i rallenty degli sbucciatori di caramelle al mio fianco. La trama di Mitevska racconta la miseria di un convento a pane e acqua dove i sorrisi riempiono il banchetto. Le scene di vestizione e svestizione di Corinna bf2dsjafb cioè volevo dire Maria Teresa, funziona meglio di un film della Marvel e, senza anticipare oltre, mi concedo un’ultima nota per i titoli di coda con Hunter di Anna Calvi.

Prima di lasciarmi andare al vero motivo per cui sono al Lido: il gelato al pistacchio di Magiche voglie, intravedo un paio di vecchietti che sul tappeto rosso si sorreggono a vicenda. La folla grida Francis, Francis! Manco fosse suo cugino mentre una saggia signora chiede: “Ma perché Herzog vi fa schifo?” Ecco di seguito una foto dei protagonisti.

La mattina dopo è finalmente arrivato il tempo di sfoderare uno dei miei tre abbonamenti, quello per la Sala Corinto alle ore 11:00 per la rassegna Venezia Classici. Senza trapelare emozioni risuona il palmare dei due 007 che pattugliano la Sala Corinto con il loro abito e occhiali scuri marca MIB. Aprono le porte al restauro del miglior film iraniano di tutti i tempi secondo il sondaggio di Picture World: Bashu Gharibeh Kouchak, nome facile da ricordare. È un film persiano di Baharam Beyzai del 1985 e bloccato dalla censura fino al 1989. Un capolavoro di scrittura e d’immagine dove il concetto di guerra, migrazione e paura dello straniero vengono impersonificati da un bambino dalla pelle scura: Adnan Afravian, che prima del film era un venditore di frutta ambulante. Dopo le riprese è stato completamente abbandonato a sé stesso concludendo nell’oblio la sua unica esperienza nel cinema. Oggi vende sigarette e cd ad Ahvaz o almeno così riporta la sua pagina Wikipedia persiana.

A fine proiezione corro sotto le nuvole come uno struzzo (o uno stronzo) tra i controlli e la folla che si accalca davanti al tappeto rosso, non solo perché sono in ritardo ma anche per riscaldarmi dai venti artici che contraddistinguono la Sala Corinto, talmente forti da sentirne il rumore bianco in sottofondo. In Sala Perla, per la SIC (La Settimana Internazionale della Critica è una sezione autonoma e parallela organizzata dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani), inaugura Les Immortelles di Caroline Deruas Peano. Il primo tempo ricorda una caramella Rossana: dolcissima e nostalgica: due ragazze francesi mordono l’adolescenza degli anni Novanta attraverso l’esplorazione di musica e corpi. È un vero peccato che la seconda metà del film non riesca a reggere con la prima. Ma bisogna dire che il singolo inciso da Calypso Valois ti si pianta nel cervello quasi come i racconti del mio vicino di abbonamento su cos’ha visto, cosa vede e che vedrà.

Mentre schizzo in Sala Darsena ingoio un paio di liquirizie per ingannare il digiuno e godermi, nella sezione Orizzonti (film giudicati rappresentativi di nuove tendenze estetiche ed espressive del cinema mondiale) Il Rapimento di Arabella e… oh! Dico solo che Stanis lo definirebbe molto poco italiano. Le influenze della regista Carolina Cavalli sono evidenti ma il modo in cui riesce a rubare senza copiare non è una cosa che si vede tutti i giorni, anzi, in Italia non si vede proprio e le mie attempate vicine sgranocchiatrici di ghiaia sembrano approvare. La Cavalli dirige con polso e follia una gigantesca Lucrezia Guglielmino, un istrionico Marco Bonadei ma anche una stella hollywoodiana come Chris Pine.

Lucrezia Guglielmino sollevata da Marco Bonadei.

Fuori dalla sala un diluvio torrenziale mi blocca al telefono con mia madre: “Perché alla tv non ti vedo mai davanti al tappeto rosso con tutti gli altri?”. Poi per dimostrarmi che è al passo coi tempi (lei ha detto “sul pezzo”) mi domanda se ho dato un’occhiata al thriller del nuovo film di Paolo Sorrentino. Mamma & Sorrentino: e c’è chi dice che Parthenope ha fatto anche cose buone. Le ricordo che non guardo i TRAILER, che thriller è il singolo del suo cantante preferito, oltre a un genere cinematografico ormai raro e che sono qui per vedere altro. Mi riattacca.

Il mattino dopo, toh! Zorro! Ah no, ma ci siamo andati molto vicini: Hugo Fregonese nel 1951 traspone l’ennesima avventura dalla penna affilata di Johnston McCulley: Mark of Renegade. Che goduria questi restauri, ma non faccio in tempo a masticarli che Agon, l’esordio di Giulio Bertelli, mette in scena il dramma sportivo di tre atlete che si preparano alle olimpiadi di Ludoj. La judoka Alice Bellandi, interpretata da una splendida Alice Bellandi, porta il dolore fisico in Sala Perla con tutta la sala operatoria in questo fantastico docu…ah mi dite che è un film, un mockumentary? Non lo so, intanto scorrono scene alla Com’è fatto su DMAX. Sono disorientato, forse avrei dovuto intuirlo da Ludoj, non lo so ma mi piace e sono immerso nel film fino al momento in cui il mio vicino si sveglia e comincia a battere le mani. Il disturbo post-traumatico da reduce del Vietnam lo ha convinto che il titolo del capitolo su sfondo nero fosse la fine del film. Tutta la sala si gira verso di noi mentre lui ripiomba nel sonno come Abraham Simpson e io rientro la testa nel guscio dei sedili.

L’anno scorso Bogdan Mureșanu mise in scena una imperdibile commedia corale ambientata durante l’ultimo attimo del regime di Ceausescu, gli valse il più che meritato premio della categoria Orizzonti (vedi Caleidoscopio di realtà e finzione: la nostra intervista a Bogdan Mureșanu). Un anno dopo nella stessa Sala Darsena e nella stessa categoria Mihai Mincan ci riporta nello stesso periodo ma cambiando radicalmente registro e puntando l’attenzione sui bambini scomparsi secondo il punto di vista di una coetanea di dieci anni. Un approccio delicato e introspettivo nonostante morda quando ci si avvicina troppo. Durante il Q&A (domanda e risposta) alla fine della proiezione, gli domando del titolo Dinți de lapte (denti da latte) e risponde che ha tre significati: “Il primo è fisico e si riferisce all’unica cosa che la madre conserva della figlia scomparsa; il secondo è metaforico e riguarda la caduta dei denti da latte per fare spazio a quelli permanenti, simbolo di crescita e passaggio all’età adulta; il terzo si riferisce al latte, un alimento che tende a guastarsi”. Gli stringo la mano e mi confida con gli occhi ancora lucidi che i denti da latte nel film sono di sua figlia.

Istvan Teglas, Marina Palii, Emma Ioana Mogos e il regista Mihai Mincan.

Intanto le nuvole continuano a scaricarsi sulla mostra, l’umidità raggiunge percentuali da rettilario ma alle 19:00 raggiungo lo stesso il Glass Studio della Rai per “La più grande trasmissione alla radio dai tempi di Marconi”. Fino ad oggi Alberto Crespi e Steve Della Casa hanno portato la Mostra a casa mia, adesso che alla Mostra ci sono davvero il minimo che possa fare è presentarmi ogni giorno puntuale durante la diretta per ringraziarli. Qualcuno potrebbe chiamarla molestia, io la chiamo viva Hollywood Party!

Alberto Crespi, Aleksandr Sokurov e Steve Della Casa.

Il giorno dopo i figli di Zion della Sala Corinto scortano l’icona horror Barbara Steele, protagonista de Lo Spettro di Riccardo Freda che nel 1963 firmava la pellicola sotto lo pseudonimo: Robert Hampton. Forse perché il film fu tratto da La vecchia poltrona, romanzo di Pino Belli che, oltre a non vedere una lira, non seppe neanche dell’esistenza del film. Il restauro è fatto così bene che quando la sedia a rotelle scivola giù per le scale si vedono pure le corde. Poco importa perché la trama tra i due amanti e lo spettro è così goduriosa che viene da chiedersi se mai torneremo a fare un horror così in Italia.

Barbara Steele

Saluto Barbara e sguiscio come un poderacer tra i controlli e la folla mentre in Sala Perla Beatrice Fiorentino (Delegata Genereale SIC) presenta Ish di Imran Perretta: al microfono con la kefiah palestinese inviata il pubblico alla manifestazione del pomeriggio. Il film in formato quattro terzi in bianco e nero segue il dodicenne palestinese Ish nel quartiere Luton di Londra. Un ritratto grandioso sulla persecuzione e l’isolamento dei rifugiati attraverso dialoghi e interpretazioni che abbracciano l’improvvisazione. Alla fine della proiezione mi avvicino per chiedere al regista, di madre bengalese e padre italiano, se la scritta “free Gaza” scarabocchiata sulla cabina telefonica nel film sia ancora lì: purtroppo no.

Il regista Imran Perretta, il protagonista Farhan Hasnat e gli interpreti Joy Crookes e Is’Haaq Hasan Haque

Anche se non c’è mezzo trafiletto su nessuna delle riviste disponibili alla mostra, alla stazione del Lido per la marcia indetta da V4P (Venice for Palestine) sono accorse genti di tutte le età, etnie ed estrazioni sociali. Scambio due chiacchiere con Marco Bonadei e tra la folla intravedo il resto del cast e la regista del Rapimento di Arabella. Si parte sulle onde delle barchette di carta dai colori palestinesi che verranno fatte salpare sul bagnasciuga adiacente alla Mostra. Incrocio anche Zackari Delmas e ovviamente Imran Perretta a cui indico l’adesivo “Alberto Trentini libero” appiccicato sulla cabina telefonica.

Marco Bonadei (Il Rapimento di Arabella)
Imran Perretta (Ish)

La marcia è trainata dagli interventi di operatori umanitari, palestinesi in esilio e tanti attivisti. Oltre ai fumogeni si respira rabbia e indignazione per l’immobilità occidentale schiantata di fronte alla realtà dei numeri. Nel frattempo, abbiamo attraversato il corso e tutto Viale Marconi fino all’ingresso della Mostra dove ovviamente non ci è concesso arrivare fino al Palazzo del Casinò.

Decido di prendermi alcune ore per assorbire gli interventi, che seppur numerosi sono stati tutti forti e precisi. Parole come carestia, colonizzazione e genocidio resteranno incollati ai pini di Viale Marconi per tutto il resto della Mostra.

Dopo il consueto gelato, a mezzanotte e un quarto riesco a trovare un biglietto per l’anteprima in Sala Grande de La Valle Dei Sorrisi di Paolo Strippoli presentato fuori concorso. Quante probabilità c’erano di sentire parlare di nuovo di judo? Michele Riondino è un ex campione di judo che accetta l’incarico come docente di educazione fisica in una scuola in mezzo alle Alpi. La scrittura è fine e puntuale nel costruire un mondo credibile fatto di spiritualismo e allegra inquietudine. Il film ha tutto quello che serve per andare molto bene anche fuori i confini nazionali e riesco già a intravedere un Celebrity Deathmatch tra Riondino e Bellandi. È fatto così bene su così tanti aspetti che risponde alla domanda di prima: bentornato horror italiano.

Paolo Strippoli con il cast.

È già l’ultimo di agosto, ho perso la proiezione del mattino, il sole è tornato sulla laguna e illumina i graffiti della manifestazione sui cartelloni pubblicitari. Visto che il digiuno è parte integrante di chi realizza il sogno di venire alla Mostra per vedere cinque o sei film senza essere giudicato, è difficile non cedere al profumino dei club sandwich migliori del mondo. Questo chioschetto, esterno ma non lontano dalla Mostra, è un rifugio consigliato dalla più grande frequentatrice di festival che conosco: Lara, che i film se li rivede pure al cinema, dice che The Tale of Sylian di Tamara Kotevska è il suo preferito di quest’anno. Prendo appunti e li ingoio insieme al sandwich.

Arrivo disorientato e colpevole in Sala Perla dove al quinto giorno di fila il signore brizzolato che ricorda un sudato Anthony Hopkins a fine pasto, non ha ancora capito che il sedile dove banchetta con tutto il suo armamentario è il mio, ma non sarebbe un problema se in questi cinque giorni avesse trovato il tempo di sfiorare una doccia, lavandino, fontana, pioggia, mare o almeno sostituito la camicia a maniche corte che per quanto possieda una vita propria, bisognerà prima o poi iscriverla a scuola. Concentro tutto me stesso per sorridere senza mostrare i denti, come fece Sheldon con Raj, nel timore di ringhiargli. Non fa niente, perché Gorgonà di Evi Kalogiropoulou mi distrae portandomi in un universo post apocalittico e cyberpunk in Grecia! Una stazione petrolifera è l’ultimo sostentamento di una società patriarcale dove una donna venduta per una tanica di benzina è il fulcro che mancava per sollevare il dominio maschile in uno scontro tra corpi perfetti e armi che si inceppano. Il film è scritto male e interpretato peggio ma ha delle atmosfere fumettistiche molto riuscite e sono certo che a feticisti tarantiniani di film di serie B farà gridare al miracolo.

Evi Kalogiropoulou con il cast

Il tempo di vedere passare Jude Law e Paul Dano per non sentire più mia madre che in Sala Darsena entra il sorriso più contagioso della Mostra: Willem Dafoe è il direttore dell’albergo Intercontinental di Vienna in The Souffleur di Gastón Solnicki, regista argentino che nel film interpreta il magnate, anch’esso argentino, che acquista l’hotel con l’intenzione di demolirlo. Il criticabilissimo film viene realizzato quasi in assenza di sceneggiatura e spesso con l’approdo dei veri dipendenti dell’Hotel. Pediniamo Dafoe tra i cunicoli della cucina alla lavanderia, passando per il bar spingendoci fino al sarto di fiducia. È così tenero che non te ne frega assolutamente niente di sentire o meno una trama, desideri solo vederlo gironzolare mangiucchiando e cazziando. Le mie amiche di poltrona non la pensano come me, emettono dei lamenti sommessi e mi salutano subito alla fine della proiezione. Io mi francobollo come sempre in prima fila per godermi il siparietto che Solnicki e Defoe imbastiscono con la povera traduttrice, tra l’altro bravissima.

Gastón Solnicki, Willem Dafoe e la traduttrice di cui purtroppo non conosco il nome.

La sera, ancora sporco di gelato, riesco a trovare un biglietto per Broken English (fuori concorso) in Sala Astra, l’ultima invenzione della coppia Jane Pollard e Iain Forsyth. Il documentario su Marianne Faithfull è un ritratto che parla tantissimo di oggi, oltre all’eredità musicale e poetica della protagonista, riesce a ricostruire con i fatti una vera critica ai mezzi d’informazione sugli stereotipi di genere e le loro conseguenze. Visto che sempre più film si travestono da documentari questo decide di vestirsi da film. É il Ministero della Non Dimenticanza a essere il coprotagonista dal timbro legnoso e il fare analogico. Dalla cabina di regia Tilda Swinton convoca personaggi del calibro di Thurston Moore, Anna Calvi (questa volta in carne ed ossa) e Nik Cave; aiutandoci a districare il passato è il presente di Marianne Faithfull. 

Il primo settembre a Venezia Classici è tempo di Giappone: Kagi, pellicola del 1959 di Kon Ichikawa e tratta dal romanzo La Chiave di Jun’ichirō Tanizaki, da cui anche Tinto Brass trasse l’omonimo film. Le succose perversioni d’oriente impastate agli intrighi omicida di un marito che oggi sarebbe membro onorario del gruppo Facebook “mia moglie”, lievitano nelle mani di Ichikawa che i più ricordano per L’arpa Birmana e che oramai è inserito a pieno titolo tra i più grandi del cinema giapponese.

Dopo Maria Teresa arriva l’esorcista algerino messo in scena in Roqia di Yanis Koussim in concorso per la SIC. Ancora una volta la messa in scena è segnata dalla camera a mano Parkinson che rincorre i personaggi avanti e indietro nel tempo in stile documentaristico. Il sound design mefistofelico è così riuscito che entro in paranoia. Con la coda dell’occhio comincio a spiare tutte le stranezze del mio vicino dal fetore cinematografico: realizzo che si tratta di una conseguenza latente del fatto che il brizzolato sia posseduto dal demonio e che al primo stacco mi mangerà la faccia. Prendo in mano la situazione e in apnea: mi giro, mi alzo, lo guardo, mi guarda, mostro i denti e cambio di posto. Ah, per inciso il film è una bomba!

La mia piccola vescica deve filtrare tutta la tensione accumulata e se non fosse che questo personale reportage sia già infinito così com’è, ci sarebbe da dedicare un capitolo alle infrastrutture che circondano le sale della Mostra. Prendere un panino richiede una ressa simile a quelle per l’uscita dei nuovi Iphone ma andare in bagno non è da meno. Faccio le scale quattro a quattro puntando tutto sui servizi del terzo piano della Sala Casinò e, dopo tutta la fede dimostrata all’esorcista algerino, Dio (uno qualunque) è con me: non c’è fila! Mi fiondo in bagno come Jack Black all’inizio di School of Rock. Mentre mi lavo le mani con la tentazione di riempire una tanica per il Dr. Lecter della Sala Perla, chiedo alla Santa addetta alle pulizie come si comportano i cinefili alla toilette. Dice che sovente scaricano i nervi (vomitano) nei secchi. Dichiaro di non voler fare altre domande ma il teste continua a snocciolare parabole ascensionali che non ho il fegato di riportare.

Arrivo in Sala Darsena piuttosto provato ma per fortuna le mie vicine mi danno un paio di pacche sulla spalla e una caramella per la gola. Stringo amicizia anche con un altro paio di signore della fila dietro, tra cui la mitica Marilla che di cinema mi sotterra. Il sollievo s’infrange all’istante quando comincia il viaggio dei due bambini, lui di quattro, lei di sei anni che lasciano il campo profughi Rohingya in Bangladesh per raggiungere lo zio in Malesia. In Harà Watan, Akio Fujimoto non delude le aspettative grazie anche al poeta, compositore e produttore Rohingya: Sujauddin Karimuddin. Il regista di Osaka, che da anni lavora nell’Asia meridionale, scrive un film, anche questo a metà tra finzione e documentario, dove il viaggio migratorio scortica la coscienza dello spettatore. È un sentiero secco e sporco segnato dalle piccole orme dei due attori non professionisti, ma il film lo percorre senza lagnarsi e attraverso la natura dei bambini: il gioco.

Primo a sinistra Akio Fujimoto con Sujauddin Karimuddin ultimo a destra.

La vecchiaia si avverte dalle piccole cose: non riuscire a usare il monopattino, la maglietta sporca di gelato oppure tre biglietti acquistati per la stessa proiezione a causa del modello artritico esercitato dalle dita sul ticket alert del telefono. “Figurati se non li piazziamo” rincuora la maschera notturna del multisala Astra. Nuestra Tierra (fuori concorso) che torna dopo otto anni da Zama (trasposizione del capolavoro di Antonio Di Benedetto), è il primo documentario fatto e finito di Lucrecia Martel dopo soli tredici anni di lavorazione. Se non fosse per il massiccio uso di droni, uno dei quali artigliato da un’aquila, all’apparenza potrebbe passare per un classico reportage di cronaca giudiziaria, a metà strada tra Report e Un giorno in pretura. L’opera segue le vicende della popolazione nativa dei Diaguita-Chuschagasta aggredita da un gruppo di coloni bianchi che vuole confiscare la terra per estrarre materiale dalle miniere: ma guarda un po’. Tutto parte dall’omicidio di un Chuschagasta durante il sopralluogo dei tre assassini, senza il quale la combriccola avrebbe usurpato, distrutto e sfruttato senza che nessuno lo venisse a sapere. Ma è tutt’altro che un piagnisteo sull’ingiustizia, è un’opera di resistenza che riserva anche attimi di vera commedia, come quando l’avvocatessa degli assassini confessa alla giudice di avere appena scoperto delle riprese del film invocandone l’interruzione. La risposta della giudice vale il prezzo del biglietto… anche tre.

Dopo una giornata come quella di ieri non c’è niente di meglio che fare colazione con Joseph L. Mankiewicz e il suo House of Strangers del 1949. Il dramma famigliare italoamericano caricato sulle spalle del barbiere che diventa banchiere, il piccolo gigante Edward G. Robinson che riceverà il premio di miglior attore alla terza edizione di Cannes, è il tonico più distensivo della Mostra.

Cominciamo bene e proseguiamo ancora meglio, non solo perché un sole fresco e asciutto mi ristora dalla tormenta della Sala Corinto, ma perché in Sala Perla arriva l’esordio di Oscar Hudson: regista noto per videoclip musicali (tra cui Lift dei Radiohead) e pubblicità di successo. Scrive e dirige un piccolo capolavoro che nonostante le numerose influenze e citazioni, vedi soprattutto Wes Anderson, che non si accontenta nemmeno quando sarebbe meglio farlo. Un coraggio, o presunzione, bilanciato dalle interpretazioni sontuose dei gemelli Tittensor (Shameless, Dunkirk) che si dividono con e di più dello schermo, ripercorrendo la tecnica dello split screen con cui Hudson si è guadagnato l’Emmy al miglior spot pubblicitario per la Nike: You Can’t Stop Us. Straight Circle mostra tutte le angolazioni possibili dell’idiozia segnata dai confini, che siano fisici, mentali o qualcos’altro che non anticiperò.

Oscar Hudson con i gemelli Tittensor.

Stralunato dopo due film dai mille generi in uno, mi metto in fila con la sporta in mano e il cervello in pappa. Non faccio in tempo a togliermi il cous cous dai baffi che in Sala Darsena entra Stillz, il ventiseienne fotografo e regista di videoclip colombiano che, a volto coperto, saluta la folla in delirio. Con lui ci sono la compositrice della colonna sonora Arca, alcuni produttori (non c’è Harmony Korine), e Oscar Isaac, venuto semplicemente a godersi lo spettacolo. Il film si chiama Barrio Triste e comincia con un gruppo di ragazzi di Medellin che rubano la videocamera a un giornalista. Da quel momento seguiamo le vicende della videocamera mentre la banda scorrazza nel barrio tra rapine, magie e tanta solitudine in stile Dogma 95. A dir poco documentaristico con tanto di domande a intervista con la camera così stretta da sentire il peso delle lacrime. Un lavoro più che velleitario accompagnato dalle mani che si spellano per gli applausi, Isaac compreso.

Oscar Isaac.
Stillz e Arca.

A fine proiezione Stillz lascia il lavoro sporco al produttore e ad Arca che ovviamente possono parlare solo per sé stessi alla domanda di uno spettatore che si chiede perché il regista sia nascosto dietro la porta. Poteva essere un cortometraggio della madonna invece di un esperimento interessante che cade dietro la ridondanza dei concetti e soprattutto davanti alla rivelazione che gli attori sono veri e selezionati tra un migliaio di candidati.

Le nuvole continuano a rubare la scena alle stelle del tappeto rosso mentre riesco nell’impresa di sgraffignare un panino e un biglietto per A House Of Dynamite di Kathryn Bigelow scritto da Noah Oppenheim. Finalmente riesco a vedere un film in concorso ufficiale ed è un film nel vero senso della parola. Dopo il virtuosismo stantio di Stillz vedere un film normale è una cena con latte e cereali. La regista ci mostra tre diverse angolazioni dei venti minuti che separano Chicago da uno sconosciuto attacco nucleare. Il film è scritto così bene che il cervello pare immerso in un brodo di coco pops e paracetamolo. La mano della Bigelow non tre-ma-mai e a settant’anni suonati raggiunge apici di tensione paragonabili solo alle risposte di Tajani alle domande sugli attacchi drone contro la Sumud Flotilla. Ricordo che si tratta della prima donna nella storia a vincere un Oscar alla miglior regia per The Hurt Locker… nel 2010. Il mio asiatico vicino di poltrona rischia un attacco cardiaco (mentre commenta il film con esclamazioni simili allo slang britannico di Ish) ogni dieci minuti, più la trama si districa più velocemente pesca qualcosa di indefinito da un sacchetto di plastica e se lo spiaccica in faccia. Il film finisce con un sonoro “Nooo!!!” da parte del tachicardico vicino dalla faccia impastata di patatine: non una grande mira. Io sono così soddisfatto della colacena che chiamo subito mamma per raccontarle che bel thriller ho visto, finalmente!

Corro in bagno e rientro di corsa cambiando acqua e genere. La seconda trasposizione cinematografica de Lo Straniero di Albert Camus, dopo quella di Visconti, avviene per mano di François Ozon. Salta subito all’occhio l’esattezza scenografica, la fotografia impeccabile e la scelta azzeccata di Benjamin Voisin per Meursault. D’accordo non sarà Mastroianni, ma le accuse che vennero fatte a Visconti si possono ricalcare anche per L’Étranger di Ozon: fedele trasposizione ma che lascia lo spirito del grande romanzo sepolto sotto il bianco e nero del film. Ma non sono oggettivo sia perché si tratta del quinto film della giornata, sia perché l’unica cosa che mi interessa sapere è se il mio vicino di posto sia ancora vivo. Niente, non lo trovo.

Da cameriere è stata già un’impresa prendermi questi giorni, figuriamoci avere due fine settimana consecutivi. Oggi è un giorno qualunque per Venezia82 ma un giorno veramente triste per me: l’ultimo. Almeno iniziamo con la stretta di mano a una leggenda vivente che si presenta scortato dalle Iene della Sala Corinto: Tsai Ming-liang si gode il restauro del suo Aiqing wansui, conosciuto al mondo come Vive l’Amour che torna a Venezia trent’anni dopo aver vinto il Leone d’Oro. Mai vista la sala affollata al punto di riuscire a distinguere lo scricchiolio del permafrost, addirittura un tepore nelle file centrali, infatti alcuni si tolgono il colbacco.

Tsai Ming-liang.

Mentre mi trascino in Sala Perla con lo stupore ancora negli occhi, comincio a tirare le somme di questa Venezia82. Nonostante le critiche che scoprirò nei prossimi giorni, nella mia parte della Mostra ho trovato una selezione attenta e versatile. Saltano all’occhio le scelte che caratterizzano la messa in scena, l’estremismo nella direzione degli attori e le sequenze dal taglio documentaristico, non sempre ripagato. L’impegno alla fedeltà dei fatti e la voce portata al festival da chi quei fatti li ha vissuti è un aspetto che non prescinde l’arte e infatti Harà Watan è l’esempio migliore della categoria Orizzonti, nonché uno dei film più belli visti alla Mostra.

Tutti i film selezionati sono scritti, diretti e montati secondo i criteri delle categorie che li hanno selezionati. Questo comporta anche aspetti che si ripetono ma non quelli che uno può immaginare: tutti i bambini hanno una scena in cui sputano (accidenti a te Gummo). Poi ci sono i videogame di picchiaduro (almeno in quattro film) o si allevano mucche (almeno due cortometraggi su dieci), senza tralasciare l’immancabile musica techno/house nelle sequenze in movimento o il classico di repertorio rispolverato per il momento nostalgia. Non dimentichiamo l’abuso di immagini capovolte, rotture della quarta parete e titoli gigantografici.

Poi ci sono gli aspetti che si respirano fuori dalle sale e che rendono la Mostra quella che è. Li vedi, li incontri e li conosci: mi riferisco ai film e a chi li fa. Al fatto che ogni volta che guardi l’orologio senti che ti stai perdendo qualcosa, dall’intrusione di Kevin Spacey alla passeggiata indisturbata di Aleksandr Sokurov. Oppure l’altra notte quando uno sconosciuto invita un mio amico per un bicchiere, era Park Chan-wook. Lui e tutto il cast si sparano più film di noi spettatori invece di andare via come gli altri dopo il tappeto rosso.

Una signora e Aleksandr Sokurov.

Peccato che a chiudere la mia personale Settimana Internazionale Della Critica sia Cotton Queen di Suzannah Mirghani. La regista sudanese si avventura nella difficilissima messa in scena di una favola femminista e ambientalista sul cotone. Gli attori recitano tutti allo stesso modo, il carico di enfasi è asfissiante e il realismo magio non è credibile. Ingenuità che lasciano l’amaro in bocca e dopo giorni di pasti frugali e liquirizia ho la tentazione di strusciare una fetta di pane sull’olio dei capelli del mio vicino.

Dal cast di Cotton Queen.

Arrivo in Sala Darsena e Marilla smentisce subito il mio cinico commento su Cotton Queen mentre scrutiamo l’Orizzonte: Nawapol Thamrongrattanarit scrive una difficilissima e attualissima trama intitolata Human Resource. Sono molte le trasposizioni sulle condizioni di lavoro nelle multinazionali, pochissimi l’hanno fatto dal punto di vista di una spoglia stanzetta delle risorse umane. La condizione silenziosa delle donne thailandesi nei confronti del partner insinua il dubbio in Fren sul mettere al mondo un figlio. Il film è un groviglio di regole sociali che ci autoinfliggiamo di nascosto, da vicino sembra tutto lento e calmo, da lontano esce un quadro di Hieronymus Bosch dai toni spenti e metallizzati. Le mie vicine non sono convinte del finale, Marilla ipotizza un elastico temporale che trovo geniale ma l’epilogo, come tutto il film, è appeso a un filo sottilissimo di carta.

Nawapol Thamrongrattanarit con il resto del cast.

Non potevo andarmene dal Lido senza passare per la cucina storica de La Grande Cina. A fine pasto trovo il biglietto per un’altra doppietta in selezione ufficiale nel biscotto della fortuna. Duse di Pietro Marcello, nonostante le acerbe ricostruzioni storiche italiane, si eleva sotto la divina che interpreta la divina. Non è un film biografico su Eleonora Duse, ma un trattato sulle ragnatele attoriali che si aggrovigliano tra teatro, cinema e coscienza. Valeria Bruni Tedeschi capovolge l’interpretazione così tante volte da far girare tutta la sala. È l’ennesima prova che Pietro Marcello inventa labirinti di cinema da cui non vogliamo più uscire.

Durante i titoli di coda sento un ronzio famigliare e scopro che il signore della Sala Perla è solo qualche fila più dietro. Mi irrigidisco, ma non ho la minima idea di quello che sta per succedere: non leggendo niente, non avendo social, non guardando trailer (o thriller come dice mia mamma), non ero preparato per The Voice Of Hind Rajab. Non solo è la cosa più dolorosa dai tempi di Una tomba per le lucciole (a breve al cinema con un nuovo doppiaggio), ma è anche il lavoro più saggio e preciso tra finzione e realtà dai tempi di The Act Of Killing. La regista tunisina Kaouther ben Hania aggiunge sostanza al lavoro intrapreso da Jonathan Glazer ne La Zona d’Interesse davanti al suo creatore che è tra i produttori esecutivi del film, portando il concetto di fuori campo in luoghi dove non era mai arrivato. Sono già in ansia per il doppiaggio, ma cerco di non pensarci. The Voice of Hind Rajab è una rivoluzione copernicana seppur atroce del cinema tra documentario e finzione. La quarta parete si lacera senza che nessuno sguardo in camera, trasformando la sala in un unico grande corpo che respira all’unisono. Non ho mai sentito un legame così profondo con gli altri spettatori. Com’era quella storia che il cinema è morto?

Di solito all’uscita del film il pubblico si sgranchisce in commenti sfiatando come balene tutto ciò che hanno trattenuto. Questa volta invece comincia una processione lenta e silenziosa verso casa. I pensieri vengono a galla mentre i singhiozzi annegano tra i canali nella speranza che le voci di Gaza non vengano sommerse.

La mattina dopo buco la bolla e salgo sul treno sferragliando verso microcosmi di quotidianità apparentemente così lontani da quelli vissuti in sala. Il viaggio verso “giù” segna un nuovo inizio, il Capodanno dei buoni propositi che si spiaccica come un moscerino contro la vetrina del vagone bar dove, la confezione di salumi e formaggi selezionati e firmati da Cracco, ridimensiona subito l’entusiasmo riportandomi alla consapevolezza di essere davvero un moscerino che aspetta il parabrezza ad alta velocità. Tornato al mio posto (con un cornetto) mastico il vuoto e il silenzio lasciato dalla voce di Hind Rajab mentre affiora il ricordo di quella volta nella prima metà del Novecento in cui un miliardo di moscerini, oscurando la vista del treno, lo fece deragliare.

Ps: tornato in servizio una donna mi chiede “un latte macchiato tiepido senza schiuma e con poco caffè.” Io scoppio a ridere e faccio: “Giovanniautogrilltreuomi…” Ma lei mi guarda storto (o Storti) ripetendo l’ordine. Mi zittisco guardando il vortice del latte nel bricco mentre realizzo che la realtà, a volte, concede segnali indelebili sulla propria finzione.

Grazie a Marco e ai suoi genitori per la casa, grazie ad Anna senza la quale non avrei avuto bisogno della casa di Marco.

Daniele Perillo

Daniele Perillo

Cameriere scoordinato dal 2004View Author posts