Come lo spieghi? Come lo spieghi che vuol dire essere un fan degli Oasis, un medferit?
Che forse, alla fine, non è nemmeno importante.
In fondo, che vuol dire davvero?
Riceverai mille risposte, tutte belle, tutte diverse.
Ma la vera domanda è un’altra:
Cosa sono per te gli Oasis?
Questa sì che è una bella, cazzo, di domanda.
Per me, loro sono semplicemente la fottuta colonna sonora della mia vita.
Ogni momento è stato scandito dalle melodie e dai testi di Noel, dalla voce graffiante e dalla posa di Liam, dalla chitarra ritmica di Bonehead, dal rullante preciso di Alan White.
Che fosse un momento di gioia o di tristezza, ottimismo o disillusione, loro erano sempre lì con me.
Tra i mille lettori MP3, i CD sparsi in auto e le cuffie aggrovigliate nelle tasche.
Ma soprattutto, erano dentro l’anima.
Una canzone per ogni stato d’animo.
E per “situazione” intendo anche quella volta che presi un palo allucinante con una ragazza.
Torno a casa in auto, metto su gli Oasis e ci canto sopra, per ridere.
Perché alla fine è meglio riderci su.
E ci sono anche quando ti chiedi:
Riuscirò a sopravvivere a questa vita?
Che fai allora? Play, volume al massimo, e canti:
“Here’s a thought for every man
Who tries to understand what is in his hands…”
O quando stavi giù, preso da qualche scazzo interiore?
Solita ricetta: cuffie, volume a palla, play:
“And when you might think you’re gonna cry,
it will be all right,
step out tonight”.
Ascolto tanta musica, conosco tanti generi, tante band.
Ma loro, gli Oasis, stanno lì. Al primo posto.
Non riuscirò mai a essere oggettivo.
Li amo.
Un amore incondizionato. Senza se e senza ma.
Seduto qui sul volo per Londra, ripenso al mio primo incontro con gli Oasis:
The Hindu Times.
Avevo dodici anni, o giù di lì, quando uscì quel singolo.
Una folgorazione.
Sei un adolescente, ti guardi intorno in cerca di un idolo.
Beh, io li avevo trovati.
Un pomeriggio su MTV, parte quel video.
A colpirmi non fu solo la musica — con gli Oasis, non è mai solo la musica.
Era l’atteggiamento.
Liam che si alza da seduto, cammina sul palco con l’aria di chi dice “mo’ ve lo faccio vedere io come si fa”, sistema il microfono, prende il tamburello e si piazza nella sua solita posa.
“Ma che cazzo è?!”, pensai.
Fissai lo schermo fino alla fine.
Mi avevano già convinto, ma con il finale mi conquistarono:
Liam nella sua posa, Noel con la chitarra che si avvicina al fratello per cantare le ultime parole insieme.
Semplice, forse.
Tanti l’hanno fatto.
Ma per me, fu l’inizio di qualcosa.
Lì si accese la fiamma.
Se c’era un treno musicale da prendere, io l’avevo preso.
“Welcome on board, mates.
We’re the fucking Gallagher brothers, and this is our Supersonic train.”
E senza saperlo, avevo già deciso di non seguire uno dei loro consigli:
“Please don’t put your life in the hands
of a Rock ‘n’ Roll band
who’ll throw it away”
Ma manco per il cazzo.
Altro che buttarla via: l’hanno presa e lanciata in cielo, up in the sky!
Ora mi ritrovo a scrivere di cosa sia stato il live a Wembley.
Ma per me, questo concerto parte nel 2005, vent’anni fa.
Tutto nasce dall’acquisto di un DVD: il loro live a Wembley del 2000.
Mi sono sempre chiesto cosa avrei provato a vederli lì, in quello stadio.
E sì, li avevo già visti nel 2006. E poi ancora nel 2009.
Ma la sensazione era sempre la stessa: li ho visti solo a metà.
La vera domanda per anni è stata:
Com’è vederli davvero, in uno stadio pieno? Com’è Wembley?
Ed eccoci qui: Wembley, 2025.
Sono passati vent’anni da quel primo video visto sul PC.
Vent’anni in cui è successo di tutto.
Soprattutto quel maledetto 2009, quando si sciolsero.
Strade diverse, tra alti e bassi.
Fino al 2024: di nuovo insieme.
Date solo nel Regno Unito.
Caos totale per i biglietti.
Sistemi in tilt. Gente sbattuta fuori.
E tu? Trovi un biglietto. Solo uno. Una data. Una location: Wembley.
Fato? Fortuna? Non lo so.
O forse sì. Forse doveva andare così.
I need a little time to wake up.
È successo davvero.
Come posso spiegare quello che ho provato?
Come racchiudere tutte le emozioni in una notte sola?
Eppure li avevo già visti due volte.
Ero gasato anche allora. Ma stavolta… era diverso.
Ed alla fine, ce l’ho fatta!
“Dream it while you can,
maybe someday I’ll make you understand.”
Sognate, se potete.
E quella strofa, sentita lì, me l’ha fatto capire per bene.
20 anni d’attesa.
20 anni di tutto.
Album solisti, altri concerti.
Ma i loro nomi separati… non era la stessa cosa.
Questa volta no.
Si torna alle origini.
It’s good to be back.
Liam con la sua camminata strafottente.
Noel, con la sicurezza di chi sa quanto cazzo vale.
E dietro, sorridente, Bonehead.
L’anima della band nei suoi anni d’oro.
Ho provato tutto, al massimo.
Un caleidoscopio di emozioni.
Penso di non aver mai cantato così forte per due ore di fila.
E non ho mai pianto di gioia così tanto.
Occhi lucidi già alla prima canzone: Hello.
Quel “It’s good to be back” urlato da tutti noi, dal 2009 in attesa.
Ho sentito energia pura con Rock’n’Roll Star, Supersonic, Acquiesce, Cigarettes & Alcohol.
Ho sentito malinconia con Talk Tonight, Half the World Away.
Mi sono sentito adolescente con Fade Away e Whatever.
Ho sognato con Champagne Supernova.
Ho pianto con Live Forever, Little by Little, Cast No Shadow.
Ho avuto i brividi con The Masterplan, Wonderwall, Don’t Look Back in Anger, Stand by Me.
Ma la cosa più bella?
Le persone intorno a me.
Emozionate quanto me.
Alla mia sinistra: un padre con la figlia adolescente.
Lacrime agli occhi, braccia in aria.
Una passione che passa di generazione in generazione.
Alla destra, due amici abbracciati che cantano a squarciagola.
Sotto, altri padri di famiglia che giocano coi figli a tempo di musica.
E non capivi chi fosse più felice.
Dietro, un gruppo dall’Asia.
Altro che silenziosi!
Coppie abbracciate, perse in Slide Away o Wonderwall, guardandosi negli occhi.
Una notte magica.
Una notte dove anche con uno sconosciuto bastava uno sguardo per capirsi.
Alla fine, quello che ho scritto non vale solo per i fan degli Oasis.
Cambia il nome della band, metti la tua preferita.
Le emozioni sono le stesse.
I gusti cambiano.
Le sensazioni restano.
We’re all part of the masterplan.
Credo sia arrivato il momento di chiudere questa storia.
Forse ho annoiato qualcuno.
Avete ragione.
Solo un’ultima cosa voglio dire:
Grazie Noel. Grazie Liam.
Grazie Bonehead, Guigsy, Tony, Alan, Gem, Andy, Zack, Chris.
No, voi non l’avete buttata via la mia vita.
L’avete resa supersonica.
Forever loyal to you.
Stefano Picchi