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Heretic: chi ha paura di Hugh Grant?

Niente di nuovo sul fronte dell’horror. Questa è la prima impressione che si ha guardando Heretic, film targato A24 che tanto ha fatto parlare di sé negli ultimi mesi, ma le cui premesse non spiccano per originalità. In fondo gli ingredienti sono gli stessi di mille altre ricette: porte che non si aprono; luci che si spengono improvvisamente in una casa avvolta, non ci sarebbe neanche bisogno di dirlo, da un temporale insistente. Lo stesso villain della storia sembra l’archetipico uomo misterioso che nasconde qualcosa di poco rassicurante dietro i sorrisi e i modi gentili.

Si dica pure, senza alcuna intenzione di screditare il loro lavoro, che Scott Beck e Bryan Woods non hanno osato percorrere vie ignote – l’ultimo a farlo davvero, nell’horror occidentale, è stato Ari Aster con Midsommar – concentrandosi anzi su tematiche che hanno fatto la fortuna del genere.

Eppure, digeriti i soliti cliché, Heretic è un film apprezzabile, benché contenga qualche citazione di troppo (lampanti sono i riferimenti a Martyrs, horror del 2008). Sicuramente, di inedito c’è che a interpretare il cattivo di turno è nientepopodimeno che Hugh Grant, l’attore delle commedie romantiche, ora talmente comodo nei panni dello psicopatico da far pensare che non ne abbia vestiti altri per tutta la sua carriera.

Heretic ci offre una trama abbastanza semplice, incentrata su due missionarie mormoni impegnate in vari incontri spirituali con persone interessate alla Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. Tra questi c’è il signor Reed, che imprigionerà le nostre Sorelle in un labirinto di dubbi e provocazioni sadiche con lo scopo di mettere alla prova la loro fede. Il film è un susseguirsi di dialoghi coinvolgenti, di argomentazioni su fede e teologia che si traducono in un vero e proprio scontro fatale.

Heretic | Official Trailer HD | A24

Reed è un uomo colto che ha fatto molto più dei semplici compiti a casa: la sua conoscenza e la sua passione per l’argomento lo rendono un interlocutore di razza, diabolicamente incline a prendere in mano la conversazione e i destini delle giovani Paxton (Chloe East) e Barnes (Sophie Thatcher). Più che essere poco rassicurante, come si è detto sopra, Reed emana un’aura di malvagità metafisica da cui ci si vorrebbe allontanare il più possibile.

La verità, però, è che Reed, mai veramente disposto a convertirsi al mormonismo, aveva la situazione in pugno ancora prima di “accogliere” le due ragazze. Infatti, la sua dimora è una vera e propria gabbia in cui non vi è alcun segnale di rete cellulare e la porta di ingresso è regolata da un meccanismo a tempo che non permetterà di aprirla fino al mattino seguente. Senza una via di fuga, l’unica alternativa è assecondare il padrone di casa, con tutti i rischi che questo comporta; Reed, facendo leva sul bisogno umano di aggrapparsi a una speranza, guida le sue ospiti in una discesa, letterale e figurata, nell’oscurità, promettendo loro una simbolica crostata di mirtilli e convincendole che l’unica uscita si trova nella parte posteriore dell’abitazione.

Tra esercizi intellettuali e cinico sarcasmo (è dissacrante e al contempo esilarante l’accostamento dei tre principali monoteismi ad altrettante versioni del Monopoli), si entra sempre più nella mente e nelle idee di Reed, finché non è lui stesso a darci la sua opinione disincantata sulla materia: la spiritualità, innata nell’uomo, si è diffusa nel corso della storia sotto varie forme per iterazione, un processo attraverso il quale ognuna di esse ha tratto elementi, reinterpretandoli, da quella precedente, causando contraddizioni e incertezze. Così la verità, come valore assoluto, si è persa, un po’ come l’autenticità di un gioco da tavolo che sia stato riedito più volte o di più brani musicali accusati di plagio a catena.

Heretic affida il proprio messaggio a un individuo tanto fuori dagli schemi quanto lucido, “profeta” grottesco e inatteso di un’epoca in cui persino i fondamenti ontologici e morali dell’umanità si sono fortemente pluralizzati e personalizzati. La religione, così come la filosofia, appare indebolita e non più capace come una volta di dare una risposta ai principali dilemmi dell’esistenza. Cosa resta, dunque? Paxton, ormai stanca e manipolata da Reed, come una pecorella smarrita realizza che la vera religione è solo una: il controllo. Esattamente ciò che Reed ha esercitato, senza un’evidente violenza, fin dall’inizio del film, lasciando alle sue vittime un’illusoria libertà di scelta.

Tolti l’introduzione e il finale già visto altrove (a proposito di iterazione), Heretic merita senz’altro una chance. Fosse solo per assistere, quasi come se si fosse presenti, alla lectio magistralis anzitutto attoriale di un veterano come Hugh Grant, che mantiene il proprio accento londinese e, per metterlo in risalto, si concede anche storpiature di parole improvvise e beffarde. In effetti, cos’altro ci si poteva aspettare da un brillante British man in una produzione statunitense e dal suo folle personaggio?

I titoli di coda, infine, ci riportano un’ultima volta al discorso sull’iterazione, regalandoci l’ennesima cover di Knockin’ on Heaven’s Door. Che noia, signor Reed. Ma forse solo finché non si scopre l’Easter egg…

Knockin' on Heaven's Door (Heretic Original Soundtrack)
Edoardo Crasta

Edoardo Crasta

La sua immaginazione ha tre sfoghi: la poesia, la musica e il cinema. Incuriosito da ogni forma di comunicazione, vive indagando i segreti del linguaggio, sua materia di studio, ma sogna un mondo di poche parole.View Author posts