Vai al contenuto
Home »  Stories » Il mito di Parthenope: storia, significato e simbologia

Il mito di Parthenope: storia, significato e simbologia

Il recente film di Sorrentino, campione di incasso al botteghino, ha riacceso l’interesse, seppure in maniera metaforica, per la celebre sirena Parthenope, figura legata alla fondazione ed alla stessa essenza della città di Napoli. Prima di spendere qualche riga sulla pellicola cinematografica, appare doveroso soffermarsi sul mito classico e sulle sue successive ramificazioni.

Il mito di Parthenope

Il primo a parlare di Parthenope fu Esiodo, che la indicò come figlia di Forco, mentre altre fonti la davano come generata dalla musa Melpomene, oppure nata dall’unione tra Acheloo e Terra. Apollonio Rodio, nella sua opera “Argonautiche” , scritta nel III secolo d.C.,   inserisce Parthenope in una triade con Ligea e Leucosia: le tre creature marine perderebbero la vita a causa dell’indifferenza di Ulisse davanti alla soavità della loro melodia.Nella raccolta denominata “Argonautiche orfiche”, composta nel V secolo d.C., Parthenope , insieme alle sirene Ligea e Leucosia, si cimentano in una gara canora con Orfeo, dal quale sono inevitabilmente battute. Per il dolore dovuto alla cocente delusione, le tre sirene si gettano in mare e vengono all’istante trasformate in scogli.

Ma chi erano in realtà le tre sirene? Ed erano state sempre tali? Esse, in origine, erano tre fanciulle al servizio della dea Persefone e dimoravano in Calabria, nell’odierna Vibo Valentia, allora denominata Hipponion. Quando Ade rapì Persefone e la portò nel regno degli inferi per sposarla, Demetra le trasformò in sirene per non essere riuscite ad impedire il rapimento dell’amata figlia. Dopo aver perso la loro condizione umana, le tre sirene diventarono insensibili al dolore umano e con il loro canto ammaliavano i marinai che passavano lungo la costa calabrese, fino a divorarli con crudeltà. Soltanto quando Ulisse riuscì a resistere alla tentazione di ascoltare la loro melodia, per la frustrazione, o forse per aver preso consapevolezza della propria ibrida infelicità, le sirene decisero i suicidarsi. 

Il mito tramanda che i loro corpi furono trasportati dalla corrente del mare: Ligea rimase in Calabria, a Terina, nei pressi dell’odierna Sant’Eufemia Vetere; Leucosia a Posidonia, l’attuale Paestum; Parthenope, alle foci del fiume Sebeto, dove i Cumani, verso la fine dell’VIII secolo a.C., avrebbero fondato una nuova colonia che avrebbe preso il nome della stessa sirena. Questa città, che prosperò con caratteristiche simili a quelle della madrepatria, fiorì a tal punto che i Cumani decisero di distruggerla, preoccupati che il successo della rivale potesse significare la propria decadenza. La città sarebbe stata poi rifondata dagli stessi Cumani, tra la fine del sesto secolo e l’inizio del quinto secolo a.C. con il nome di Neapolis, grazie in particolare all’audacia di un gruppo di nobili che non approvavano il regime di tirannide imposto da Aristodemo.

Il cadavere della sirena Parthenope si sarebbe fermato proprio presso l’isolotto di Megaride, dove oggi sorge il Borgo Marinaro ed il famoso Castel dell’Ovo. Un certo Suida, studioso bizantino del decimo secolo, riporta che a Napoli era stata innalzata una statua in onore della sirena Parthenope, considerata protettrice della città. L’autore medievale, tuttavia, non specifica se nella sua epoca il monumento fosse ancora visibile. A ciò si aggiunge il fatto che alla stessa creatura marina, nell’isola di Megaride, era dedicata una corsa con le fiaccole, che si celebrava ogni anno. La cerimonia in questione prendeva il nome di “Lampadedromie”.  Strabone riferisce che le corse, da considerare veri e propri “ludi ginnici”, furono istituite dal navarco ateniese Diotimo, su consiglio dell’oracolo. In realtà si trattò di una mossa politica e diplomatica per legare maggiormente la sub-colonia cumana alla protezione della potente Atene. In epoca romana, l’imperatore Augusto trasformò le Lampadedromie in uno dei principali agoni ginnici della penisola italica.                                                    

Ancora oggi, anche se con opere più recenti, l’immagine di Parthenope colora le strade di Napoli. La rappresentazione più conosciuta della sirena è la fontana di Piazza Sannazzaro, dove si può ammirare un pregevole gruppo scultoreo, realizzato nel 1869. Qui la creatura è raffigurata nella versione donna-pesce, con la coda avvolta lungo i fianchi nella parte superiore della fontana, nell’atto di stringere una lira con il braccio destro, mentre quello sinistro è rivolto verso l’alto. In Piazza Nicola Amore, invece, è possibile vedere la versione sirena-uccello, in un’opera che risale al 1498, la fontana della “Spinacorona”, più conosciuta con il nome di “fontana delle zizze”. In tale complesso scultoreo, Partenope è raffigurata con le ali e le zampe d’uccello: dai suoi seni sgorga l’acqua che spegne le fiamme del Vesuvio, immaginato ai suoi piedi.

Una diversa versione del mito di Parthenope  è narrata da Matilde Serao, che la ritrae non come una sirena ma come una giovane fanciulla greca, innamorata dell’eroe ateniese Cimone. All’inizio della vicenda, alla loro relazione amorosa si oppone il padre della ragazza, che l’aveva promessa in sposa ad un altro uomo. Per riuscire a coronare il sogno d’amore, Parthenope e Cimone fuggono insieme via mare, trovando riparo sulle coste del golfo dove sarebbe sorta la città di Napoli. In questo luogo incantato, molto lontani dagli ostacoli della loro patria, vivono il loro amore in pace, generando una copiosa prole. Sotto questo profilo, Parthenope diventa la “grande madre” del popolo napoletano, capostipite di una leggendaria progenie. Un ulteriore racconto, diffusosi nel diciannovesimo secolo, arricchisce l’originaria storia di Parthenope. In tale versione, la sirena Parthenope conduce la propria esistenza serenamente sulle coste campane, fino al momento in cui incontra Vesuvio, delineato come un centauro. Entrambi i giovani si innamorano perdutamente, ma non fanno i conti con l’insaziabile appetito sessuale di Zeus. Il padre degli dèi, infatti, invaghitosi della sirena, li separa trasformando il centauro in un Vulcano che da quel giorno infausto diventa uno dei simboli più importanti della futura metropoli. A Parthenope, Zeus lancia una maledizione: potrà ammirare il suo amato ma non potrà toccarlo. Disperata per la perdita, Parthenope si suicida gettandosi in acqua e le onde del mare trasportano il suo corpo di nuovo sulle rive dell’isolotto di Megaride. Risulta chiaro come questa trama risenta fortemente dell’influsso della cultura romantica. Aggiungo, infine, la tradizione del folclore napoletano che associa il corpo sinuoso della sirena alla forma della città di Napoli: il promontorio di Posillipo sarebbe le sua coda, mentre la testa si identificherebbe con la collina di Capodimonte.

Le sirene, a partire dall’antichità, in particolare nei poemi omerici, come le muse e le sibille, hanno sempre costituito importanti simboli di misticismo e di chiaroveggenza. Allo stesso nome “seirenes” non si può ascrivere un’etimologia certa: una parte degli studiosi la ricollega al verbo “seirazein” (legare con una corda), alludendo chiaramente alle qualità di maghe e di incantatrici; altri, invece, la ricollegano al termine “seirios” (bruciante), dal quale deriva anche la stella Sirio, l’astro della canicola, per fare riferimento ai rischi delle ore centrali del giorno, quando il mare in bonaccia, colpito dal sole accecante, può essere ancora più pericoloso di quello in tempesta; altri ancora hanno voluto discernere un legame con la radice semitica  “sir”, traducibile in lingua italiana con il termine “canto”.

E  il canto delle sirene era in grado di portare l’essere umano verso la dimensione della sfera divina. Dal punto di vista ermetico, la sirena si presenta come un ponte fra realtà diverse, conducendo la propria esistenza in continuo bilico “tra l’alto e il basso”, tra spiritualità e sessualità Come accennato in precedenza, inizialmente queste creature erano raffigurate con le sembianze di soggetti per metà donne e per metà uccelli. L’esempio più emblematico della presenza delle sirene nell’immaginario culturale del mondo antico è proprio incentrato sul viaggio di Ulisse narrato nell’Odissea  e sulla figura di Parthenope. Dal Medioevo in poi, la sirena assume un aspetto pisciforme, più legato all’elemento “acqua”, quindi al mondo dell’inconscio e dell’introspezione, piuttosto che all’elemento “aria”, suggerito dalle precedenti sembianze assimilabili per metà ai volatili, quale legame più evidente con la trascendenza divina. Nella Sirenetta di Andersen, ad esempio, i due elementi (acqua/aria) sono magistralmente combinati, in quanto la protagonista dalla fiaba, pur avendo come habitat naturale l’ambiente marino, sublima la propria triste esistenza diventando nel finale una “figlia dell’aria”. Nella cultura norrena, creature simili alle sirene erano le “Ondine”, considerate come le nove figlie del dio del mare Agir e di Ran. Queste creature erano immaginate spesso come soccorritrici dei naviganti, che cercavano di proteggere, oppure come abili amazzoni di delfini, che si dedicavano a canti e a danze, adagiate sugli scogli dei mari o sulle sponde dei fiumi.  Secondo la tradizione, le Ondine erano prive di anima e, per questo motivo, non potevano essere ammesse in paradiso, ma potevano acquisirne una , solo riuscendo a sposare un uomo mortale. E’ evidente l’influenza del folclore nordico sul già citato racconto di Andersen che, in qualche modo, richiama il mito classico della “trasformazione” e della “deumanizzazione” subìta dalle tre fanciulle  per opera di Demetra.

Come possiamo intuire, la raffigurazione del corpo delle sirene ha cambiato forma in maniera progressiva ed in diversi modi. Si può dire che il loro polimorfismo le abbia rese compatibili  con molteplici contesti, passando da una connotazione essenzialmente negativa, legata alle insidie e all’inganno, a quella odierna che le immagina come creature originali ed affascinanti. Nel passaggio dalla concezione negativa  a quella positiva, è possibile intuire uno stadio intermedio, durante il quale la sirena si è imposta come essere altamente seduttivo, capace di incantare non più soltanto con la mirabile voce melodiosa ma con la prorompente sensualità del linguaggio del corpo.

Nella sua peculiare qualità di essere ibrido, la sirena diventa, pertanto, l’emblema di come la natura sia straordinariamente imprevedibile e di come possa essere manipolata. Per metà donna e per metà uccello o pesce, quale essere inafferrabile, Parthenope ci conduce verso il complesso rapporto tra l’inconscio e la coscienza, in una visione junghiana, in cui l’acqua è sì un mezzo per poter ammirare la propria immagine riflessa, ma anche un portale dietro il quale si nasconde un gran numero di esseri misteriosi. La creatura, nel corso del tempo, oscilla su posizioni ambigue anche dal punto di vista dei simboli religiosi. Secondo l’interpretazione classica, Parthenope, il cui significato originale è “virginale”, è l’emblema della fertilità, emanazione diretta della Dea Madre, o del principio femminile, che protegge ed infonde energia nel creato. Nella successiva rivisitazione cristiana, Parthenope, e le sirene in genere, erano invece considerate come simboli del peccato, attraverso i quali i fedeli dovevano essere messi in guardia sui pericoli delle tentazioni carnali.

Il film di Paolo Sorrentino

Sulle grandi contraddizioni della figura di Parthenope, come simbolo di spiritualità e di sensualità nello stesso tempo, è incentrata la trama del film diretto da Sorrentino che, circa due anni dopo il successo della pellicola “E’ stata la mano di Dio”, torna ai primi posti per incassi nel Box Office. Nel surreale racconto di Sorrentino, in una Napoli sospesa tra “miseria e nobiltà”, bella, impossibile ed irrimediabilmente irredenta, si compie un viaggio nel “volutamente esagerato” e “nel politicamente scorretto”, dove c’è spazio veramente per tutto. Parthenope, come la sirena di classica memoria, è una bellissima giovane donna, che vive, sia in maniera effettiva che simbolica, a stretto contatto con il mare, uno degli elementi più importanti di Napoli. In una delle scene iniziali, la ragazza emerge proprio dalle acque, a similitudine della sirena, mitica fondatrice della metropoli campana. La sua apparizione fa pensare alle parole di Matilde Serao: “vive splendida, giovane e bella, da cinquemila anni, e ancora sui poggi, erra sulla spiaggia, si affaccia al vulcano, si smarrisce nelle vallate”, cosi’ come riportate nelle “Leggende napoletane”. La Parthenope di Sorrentino ne è una versione moderna, dovendosi aggirare nella “giungla cittadina”, in uno spazio temporale che parte dagli anni Cinquanta del secolo scorso fino al 2023, anno del terzo scudetto conquistato dalla squadra di calcio del Napoli, di cui il regista ritrae i rumorosi festeggiamenti nell’epilogo, a sottolineare l’effimera quanto illusoria allegria di una città piena di contrasti visivi, ma soprattutto emotivi.

Un’anziana professoressa di antropologia, interpretata da Stefania Sandrelli, ripercorre a ritroso la sua vita, affidata alla giovane attrice Celeste Dalla Porta, attraversando la miriade di sfaccettature che contraddistinguono Napoli, con un tipo di sensualità naturale  che porta confusione in tutti gli uomini che incontra, e perfino in qualche donna. Il primo a subìre il fascino di Parthenope è il fratello maggiore Raimondo che, sconvolto dal desiderio di un amore impossibile ed incestuoso, sceglie la via del suicidio: una miscela tra incesto ed erotismo degno di una tragedia greca. La seduttività di Parthenope, così pura e sconvolgente, non è soltanto di carattere sessuale, ma si esprime in tutti i campi dell’empatia umana. Non solo seduce ragazzi della sua età, come il fedele Sandrino, o potenti boss della camorra ben radicati nel territorio, ma anche personaggi che provano per lei una genuina ammirazione platonica, come lo scrittore omosessuale americano o il docente universitario che diventerà il suo mentore.

Nella dinamica del film sono state molto criticate alcune scene forse volutamente esagerate, come il rituale di accoppiamento, al cospetto di tanti curiosi, oppure il coinvolgimento di un nudo prelato che si invaghisce dell’incantevole fanciulla, con la quale instaura un perverso, ma emblematico gioco sessuale, in un edificio di culto.  E’ superfluo sottolineare come tale scena sia stata duramente criticata dalla Chiesa Cattolica, ritenendo blasfemo soprattutto il riferimento al miracolo di San Gennaro, paragonato all’effetto provocato dalla ragazza  “che scioglie il sangue int’e vene”.  Tra le ossessioni di una Napoli onirica e sfuggente, in cui tutto è vecchio e nuovo allo stesso tempo, tutto muore e si rigenera, Parthenope è imprigionata nella favola della propria esistenza, non disprezzando nulla di ciò in cui si imbatte, perfino il figlio enorme e mostruoso del suo docente. Parthenope sorride compiaciuta, quando scopre il figlio del professore, gonfio di acqua e di sale come il mare, non provando per lui ribrezzo, ma riconoscendone l’appartenenza ad un mondo unico e speciale.

Seguendo uno schema filosofico caro a Parmenide di Elea, secondo il quale quando attribuiamo un’etichetta o un nome a due cose diverse, queste si fondono e diventano la stessa cosa, osserviamo come Napoli diventi il riflesso simbiotico di due poli opposti, come la sirena Parthenope, imprigionata tra il sognato ed il realizzato, in un perenne stato di “cosa sarebbe successo se…” .Le esagerazioni del film si amplificano con altri personaggi femminili: l’insegnante di recitazione Flora Malva, interpretata da Isabella Ferrari, eccentrica e disinibita, così come Greta Cool, impersonata da Luisa Ranieri, una famosa attrice napoletana ritornata nella sua città, il cui monologo pieno di invettive contro i concittadini è stato aspramente criticato da sedicenti perbenisti. E’ evidente, tuttavia, come Sorrentino non abbia inteso offendere Napoli, città che gli è così cara, ma abbia voluto scagliarsi contro alcuni stereotipi che purtroppo ancora oggi sono presenti nell’immaginario collettivo.

La colonna sonora del film accompagna i diversi sviluppi della trama con maestria ed una certa coerenza espositiva. “Come è enorme la vita, ci si perde dappertutto”, introduce all’inizio la citazione di Celine, facendo subito capire la doppia misura della narrazione, che dispensa da un lato dolcezza e dall’altro dolore.  “Era già tutto previsto” di Riccardo Cocciante ci porta fra le strade di una città dove tutto sembra imprevedibile, ma che alla fine si risolve in un esito scontato a cui non si può sfuggire. “Che cosa c’è” di Gino Paoli e di Ornella Vanoni, richiama quella sorta di “inevitabilità” che abbraccia ogni fase dell’innamoramento, che si può estendere all’intero senso di ineluttabilità che percorre l’esistenza umana.

In conclusione, la Parthenope disegnata da Sorrentino, che emerge dall’acqua di mare, come la creatura mitologica, rappresenta il destino, la morte e la resurrezione di una città. Come la sirena, anche la protagonista del film è un ammaliatrice, che seduce con naturalezza e sensualità tutti coloro che incontra sul suo cammino. Sorrentino, nell’insieme, fotografa una creatura in pieno rapporto simbiotico con la città che canta il suo mito, quasi fosse uscita proprio dal suo ventre.

Luigi Angelino

Luigi Angelino

Luigi nasce a Napoli, consegue la maturità classica e la laurea in giurisprudenza, ottiene l’abilitazione all’esercizio della professione forense e due master di secondo livello in diritto internazionale. Dopo un percorso giuridico, consegue anche una laurea magistrale in scienze religiose. Nel 2021 è stato insignito dell’onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica italiana”. Oltre a numerosi articoli, con Auralcrave ha pubblicato la raccolta di storie “Viaggio nei luoghi più affascinanti d’Europa” ed ha collaborato alla elaborazione del “Sipario strappato”. Negli ultimi anni ha redatto varie raccolte di saggi con la Stamperia del Valentino, tra cui Caccia alle streghe, L’epica cavalleresca, Gesù e Maria Maddalena, Omero e la nascita del mito di Ulisse, Di alcune fiabe e ciò che nascondono, Nel mondo dei sogni, Sulla fine dei tempi (selezionato per Casasanremo writers 2023). Tra i volumi pubblicati con la Cavinato editore international, si segnala il romanzo horror/apocalittico “Le tenebre dell’anima” e la sua versione inglese “The darkness of the soul”; la trilogia thriller- filosofica “La redenzione di Satana”; il saggio teologico-artistico “L’arazzo dell’apocalisse d’Angers”; il racconto dedicato a sua madre “Anna”; le indagini accurate su alcuni misteri dello spazio e del nostro pianeta: “Nel braccio di Orione” e “Magnifici Misteri”. Il suo ultimo lavoro, pubblicato nel 2025, dal titolo “Il cuore e la mente”, rielabora in chiave moderna i più importanti miti greci.View Author posts