Desidero fare una premessa: il terribile fiasco legato a questo film trascende il concetto stesso di delusione poiché ho amato talmente il cinema di Paolo Sorrentino fin dai suoi esordi, tanto da considerarlo un eroe (come sono gli orfani) nella sua capacità di mostrare al mondo con impeccabile maestria, quell’impercettibile che sfugge ai più. Fino a La Grande Bellezza, poi l’incantesimo si è rotto.
Nel suo penultimo lavoro, E’ stata la mano di Dio, avevo cominciato a storcere il naso davanti a scenari ripetitivi e storie prevedibili in cui il regista perde l’ispirazione, tuttavia restavano ancora barlumi di coinvolgimento emotivo che qui vengono definitivamente a perdersi. Di conseguenza, le aspettative su Parthenope, già dalla visione del trailer,erano calate di grado e ahimè, mi rattrista constatarne la effettiva pochezza di contenuti, una volta guardato il film per intero.
Più che a un’opera cinematografica d’essai, qui abbiamo a che fare con un prodotto senza anima, infatti a molti spettatori, compresa la sottoscritta, è parso di assistere ad un’interminabile pubblicità di profumi. Sulla scia dei registi mainstream prima di lui, Sorrentino si fa ubbidientemente ambasciatore di uno spettacolo grottesco in cui i cattivi maestri la fanno da padrone. La gloriosa e decadente città di Napoli, sua patria natale, è soltanto il pretesto per mettere in scena i vizi capitali.
Parthenope, sirena ammaliatrice nata dalle acque degli abissi, si sposta sulla terraferma per condannare gli uomini alla sofferenza, compreso suo fratello, innamorato di lei in un turbine lievemente incestuoso. La fanciulla dai lunghi capelli corvini indugia il suo corpo indolente nei pomeriggi estivi e si offre alla vista dei raggi del sole e dei guardoni.
Lei compiaciuta e forzatamente scollacciata, se ne va in giro a provocare sentimenti lussuriosi tra coloro che le capitano a tiro, potrebbe avere chiunque al solo schiocco delle dita, ma decide di rinunciare all’amore, non si sa bene perché. Perfino le conturbanti interpreti della commedia sexy anni ‘70 a cui Sorrentino fa palese riferimento, hanno più cuore di questa protagonista luciferina con la passione per il pianto compulsivo. Dopodiché c’è poco altro da aggiungere a livello di sceneggiatura, se non per una sequenza di personaggi stravaganti, anche loro esageratamente forzati nella loro cupezza, i quali esperiscono al proprio ruolo come macchiette di un circo triste; vedi le sporadiche apparizioni di un imbolsito Gary Oldman reso ridicolo da un parrucchino posticcio, nei panni di uno scrittore alcolista ed eunuco.
Si può benissimo parlare di involuzione artistica se si pensa che qui il regista compie un passo indietro rispetto alle sue opere precedenti ricche di originalità, trasformandosi in una specie di “wannabe” che attinge al repertorio del grande cinema del passato mentre ci presenta una noiosa sequela di rattoppi presi qua e là, scomodando Eros e Thanatos nella visione di Carmelo Bene in Nostra Signora dei Turchi (il riferimento è chiaro nella scena del giovane Raimondo e la sua smania per i tuffi nel vuoto). Anche Luisa Ranieri (un plauso per lei) si fa portavoce di un’apologia al contrario sulla città di Napoli, peccato che il suo discorso si sviluppa sulla riga di qualcosa che abbiamo già visto nel cinema oltreoceano, riguardo la città di New York. I commedianti di questa storia biascicano in dialoghi difficilmente comprensibili all’orecchio, neppure attraverso il volume altissimo sparato in sala, considerando soprattutto i momenti in cui si passa al dialetto napoletano messo in bocca al promettente boss di quartiere osannato dalla sua comunità di reietti immersi in uno squallido scenario Dickensiano.
Le sterili scene di sesso esplicito performate da attori fisicamente atletici, più somiglianti a statue in pose plastiche, vengono date in pasto allo spettatore così, senza ritegno alcuno ma allo stesso modo non suscitano nessuna emozione. C’è forse una volontà precisa verso le nuove generazioni di far passare la pratica amorosa come cibo fast food?
Sorrentino si spinge oltre, fino alla totale blasfemia quando decide di rappresentare una versione satiresca di un vescovo locale (“Stai attenta, lui è un demonio!”) amante dell’alcol, dei festini e del sesso che consuma con Parthenope addirittura all’interno della chiesa, e non si tratta di una chiesa qualunque ma della Basilica dove è conservato il sangue di San Gennaro. Il sacrilegio è compiuto. Questo personaggio deprecabile in abito talare coi capelli tinti e il ghigno malvagio ama circondarsi da una schiera di suddite ingioiellate nelle fattezze di Gorgoni ferine: è il quadro del fascino malato verso la Corruzione umana. Ora dobbiamo chiederci il perché nelle ultime produzioni al cinema assistiamo sempre di più a ripetuti riferimenti alle brutture umane, sia fisiche, sia morali e al sovvertirsi del concetto di Bene e Male. Il peggio è che tutto risulta una farsa non credibile e gli attori sembrano vestiti appositamente per una festa in maschera.
L’emancipazione della protagonista verso un’infelice solitudine non convince e ci puzza di politica, perciò, a detta del regista, quello che doveva essere un film sul rimpianto per farci commuovere, viene fuori come un polpettone confusionario che suscita soltanto l’impulso a sbadigliare e dare un’occhiata all’orologio in vista della fine. La spontanea simpatia di Silvio Orlando a cui va il merito di pronunciare una delle pochissime battute divertenti di tutto il film non è sufficiente per salvare questa prolungata réclame a favore del tabagismo più sfrenato. In conclusione, si, è stata un’idea balorda. Parthenope è sicuramente una truffa.