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La società del turbocapitalismo, nel proprio interno, è fatta di agglomerati urbani, lesti a riprodursi creando metastasi periferiche, fino a spingere sempre più lontano chi non sta al passo, stabilisce programmi del vivere civile e perfino modalità, come mangiare, come abitare e dove mangiare, dove abitare.
Stabilisce funzioni più che regole.
Annulla la vita, per imporre le forme migliori e funzionali: lo skyline, l’imitazione della “capitale del mondo”, New York. Tutte le città debbono somigliare a New York, la Dea delle città.
Vivere nei grattacieli è stare sospesi nel nulla, a mille metri dalla amata terra di cui siamo ombre e teste, e protesi di carne.
La disumanizzazione è forse l’obiettivo di uomini senza cuore che impongono la costruzione di grattacieli, come in passato fu per le piramidi.

Il potere si rispecchia nella parodia involontariamente comica dell’immenso, del magniloquente.
Le piramidi e la statua di Nerone non sono belle, sono una caricatura, una riproduzione spropositata della propria tomba e della propria figura.
Similmente, oggi, nelle strade si incontrano pubblicità enormi che campeggiano nei grattacieli.
Tutto ciò erode l’intimità, il segreto: il potere vuole sapere ciò che la gente nasconde, appropriarsi di ciò che non ha: estrarre il cuore altrui, come facevano i Maya nei loro crudeli riti, e come fa l’attuale società con i grattacieli e i manifesti, svilendo e avvilendo tutto ciò che è piccolo, riservato, nascosto, prezioso, tutto ciò che dà spazio all’immensità interiore, al sogno, al mistero della vita.
Conseguentemente, le società dei potenti debellano la vita, e il risultato tangibile ne è la progressiva desertificazione del pianeta, la distruzione delle foreste che nel loro intimo nascondono tutti i segreti del mondo.

Lo spettacolare è un altro dei mezzi usati per demolire l’interiorità. Tutto deve essere spropositato, perfino lo spettacolo, che non può essere tale, deve essere spettacolare, cioè impressionare, magari con la forza del kitsch.
La città deve essere illuminata e non devono esistere zone in ombra, rifugi, angoli dove nascondersi. Ognuno deve vedere l’altro, ed essere visto. Telecamere “di sicurezza” (di chi? del potere! Il Grande Fratello) sparse ovunque: c’è qualcuno che ci vede, sempre, ci spia (con la scusa di proteggerci). Per questo motivo, devono sparire gli alberi da terra, perché creano zone di ombra, devono solo adornare i grattacieli in foreste verticali.
Dove sono le nostre amate ombre? I boschetti dove rifugiarsi e scambiare colpevoli baci e pericolosi segreti?
Le città sono diventate labirinti chiusi da dove non si può fuggire, perché le luci scrutano, individuano, limitano e incombono, come il sole dell’estate, inclemente, aggressivo, feroce su corpi e pensieri.
Nessuno può pensare segretamente e custodire ombre nel proprio intimo, tutto deve essere mostrato. Ciascuno deve mostrare la propria ricchezza o la propria miseria.
Le luci artificiali del potere e i loro occhi si sono incistati nel corpo della città.
Lo spettacolo è continuo, perfino la notte non si riposa. Ai giovani è imposto il divertimento notturno, in locali dove si spacciano droga e alcoolici, i vecchi sono assegnati ai ristoranti, ai teatri, ai cinematografi. La città è ormai lo spazio privato del potere che concede luoghi soltanto in cambio di denaro e dello strappo delle anime, l’annullamento dell’interiorità. Il potere, non avendo anima, succhia le anime dei suoi schiavi.
Cover image: Massimiliano Alioto, Idiocracy, olio su tela, 50×60, 2024