L’esorcista-ultimo atto è una pellicola cinematografica di produzione statunitense, le cui riprese risalgono all’autunno del 2019 nell’area di Wilmington, città capoluogo della contea di New Hanover, nella Carolina del Nord. La Miramax, anche per problemi interni di gestione, ha tenuto la produzione in caldo per circa cinque anni, diffondendo il primo trailer ufficiale di promozione soltanto poco più di un mese fa. Dopo una lunga fase dormiente, il film è uscito di recente nelle sale italiane, e precisamente lo scorso 30 maggio. La direzione dell’horror movie era stata affidata a Joshua John Miller, mentre come attore protagonista era stato scelto l’inossidabile Russell Crowe, che peraltro avrebbe interpretato anche L’esorcista del papa, di cui ci siamo occupati in un precedente articolo e con cui le vicende narrate nell’Esorcista-ultimo atto non hanno nessuna connessione, come non hanno nessuna attinenza con l’Esorcista del 1973 ed i suoi vari sequel, nonostante le numerose citazioni. Per gli appassionati della saga, tuttavia, il nome del regista non dovrebbe risultare nuovo: egli, infatti, è il figlio di Jason Miller, l’attore che aveva vestito la tonaca di Padre Damien Karrar nel mitico L’Esorcista del 1973. Sembrerebbe che l’ispirazione a girare le riprese del film, nel 2019, siano stati proprio i racconti del padre sul set del capolavoro degli anni Settanta e su cui torneremo nel seguito della trattazione.
Il film racconta la storia di un certo Anthony Miller, interpretato appunto da Russell Crowe, nei panni di un attore ormai in crisi che, non solo deve affrontare numerose difficoltà professionali, ma è tormentato da un oscuro passato che fatica ad elaborare e a sublimare in un sereno presente. L’offerta di girare un film horror sembra infondergli quelle speranze di riscatto che aveva perso e così Anthony cerca di riprendere fiducia nella realtà che lo circonda, con l’intento catartico anche di riallacciare il difficile rapporto con la figlia adolescente. Nel corso delle riprese del film, tuttavia, iniziano a verificarsi fenomeni sinistri ed inquietanti, portando il protagonista in un crescendo di tensione e di follia. Il comportamento dell’attore, scena dopo scena, diventa sempre più terrificante ed enigmatico, al punto da costituire una seria minaccia perfino per la propria figlia. Il titolo L’Esorcista- ultimo atto non vuole evocare, come potrebbe sembrare a prima vista, un’estrema battaglia apocalittica con il Maligno, ma intende riferirsi al cosiddetto “ultimo atto da mettere in scena” in una stanza allestita sul set che da maldestra finzione finisce con il diventare orribile realtà.
Come in tanti altri film dello stesso genere, anche in questo il regista gioca sulla linea sottile che separa una probabile malattia mentale da una rarissima possessione demoniaca. Anthony ha un tumultuoso passato da dimenticare, una patologica dipendenza dall’alcool ed è attanagliato dal rimorso per una moglie logorata dal cancro a cui non ha saputo donare il suo amore e che, per debolezza, ha abbandonato. Ma, già dalle prime battute della storia, si intuisce che l’attore nasconde un segreto ancora più profondo, che non riveliamo per non spoilerare la trama. Per la verità, il finale è abbastanza nebuloso e non di immediata evidenza, richiedendo una certa attenzione da parte dello spettatore, dopo una prima parte tutto sommato abbastanza soporifera. Il messaggio, in linea generale, è quello solito: un grave trauma vissuto durante l’infanzia o l’adolescenza può costituire un potente veicolo per i demoni che abitano nel mondo dell’oscurità. La critica ha definito la pellicola come un dramma psicologico che ha la forma di un film horror. Insomma va guardato come una sorta di thriller psicologico contemporaneo, con alcuni elementi stereotipati dei film horror in voga negli anni Novanta. I momenti di tensione sono veramente pochi: perfino nella scena topica dell’esorcismo finale, dove si susseguono rapidamente alcune azioni mutuate dai precedenti movies dello stesso genere, non si percepisce una forza narrativa veramente palpabile. Forse nella visione della direzione artistica della pellicola, lo spirito horror è da ricercare altrove, piuttosto nel complicato percorso del perdono di sé stessi, in cui è impegnato il protagonista, oppure nell’incapacità di dimenticare il male inflitto ai propri cari e nelle difficoltà di affidare il proprio passato all’oblìo.
Apprezzabili sono i synch sonori, nonché i jump-scare, per la verità troppo classicheggianti, a cui si aggiunge un’ottima interpretazione di David Hyde Pierce, quale brillante personaggio secondario nei panni di Padre O’Connor che, quale esperto in psicologia, nelle sue battute catalizza più volte l’attenzione sulla necessità di scandagliare gli abissi della psiche umana, prima di credere all’intervento di forze soprannaturali. I buoni propositi della pellicola, in tema di salvezza dell’anima e di ricongiunzione familiare, scivolano troppo velocemente e non riescono ad appassionare in maniera completa e suggestiva. Uno degli aspetti più riusciti del film è, probabilmente, l’inside joke iniziale, quando fa riflettere sull’ossessione del cinema contemporaneo sui reboot, i remake and i franchise. A ciò si aggiunge un’utile riflessione sul lavoro usurante dell’attore, quando è costretto ad interpretare un ruolo di difficile impatto emotivo, che può a mettere a rischio il sacrosanto e necessario discernimento tra realtà rappresentata e realtà vissuta. In particolare, l’Esorcista- ultimo atto è meritevole di riportare all’attenzione del pubblico internazionale la questione dei “film maledetti” e le superstizioni che circondano alcune presunte evocazioni del diavolo e di altri demoni. Di film maledetti la storia del cinema è piena: numerosi sono stati gli incidenti sul set, attori a cui sono stati addebitati omicidi colposi, nonchè altri deceduti durante e dopo le riprese. Molto spesso, per ragioni di marketing, se ne parla poco, si cerca si dimenticare e si mira solo ai guadagni da riscuotere. Il regista Joshua John Miller, come già anticipato, figlio del prete protagonista del film del 1973, dimostra di non aver dimenticato i racconti del padre, come l’incendio che aveva distrutto gli interni della casa in cui si ambientava il film, o i dodici lutti che avevano colpito la troupe coinvolta nelle riprese, o anche le lesioni alla schiena subite dalle attrici che interpretavano, rispettivamente, la madre e la figlia indemoniata.
La Chiesa Cattolica ed altre confessioni cristiane si sono spesso schierate contro la produzione dei film horror, in quanto, secondo un giudizio prognostico, conterrebbero inequivocabilmente messaggi diretti o indiretti del Maligno, travestiti da mere opere di intrattenimento, o quanto meno si distinguerebbero per un eccessivo compiacimento nel descrivere azioni macabre e raccapriccianti.
D’altro canto, è pur vero, come ripetuto dai più grandi demonologi che: “il più grande inganno del diavolo, è quello di far credere di non esistere”. In tale ottica, le rappresentazioni horror-religiose avrebbero il merito di sensibilizzare il grande pubblico sull’esistenza di una dimensione soprannaturale, mai sperimentata in maniera empirica, eppure suggerita da numerosi eventi misteriosi e da presenze non spiegate con i mezzi a disposizione delle attuali discipline scientifiche. E’ molto difficile procedere all’elaborazione di un giudizio morale sulle pellicole di tal genere, anche se non si può negare che esse possono influire sulla sensibilità di alcuni soggetti ed, in alcuni casi, molto rari per fortuna, possono spingere all’immedesimazione emotiva con i personaggi osservati sullo schermo.
Al di là delle incongruenze narrative, L’esorcista-ultimo atto, così sospeso tra dramma psicologico e sceneggiatura horror, trattando la vicenda di un uomo che deve soprattutto combattere contro i propri demoni interiori, può favorire una riflessione antropologica di purificazione. Quella particolare funzione di “catarsi”, che Aristotele attribuiva alla tragedia greca, si potrebbe intravedere anche nella dinamica dei film dell’orrore, sempreché si riesca a distinguere, sempre con allenato occhio clinico, la realtà dalla finzione.