The Tipping Point: l’ultimo emotivo album dei Tears For Fears

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Dopo quasi vent’anni di silenzio, ascoltare The Tipping Point ha segnato un incredibile momento emotivo. Nostalgia, malinconia e bellezza si sono mescolate nei pensieri. Vedere i capelli bianchi dei due protagonisti, artisti che mi hanno accompagnato per tanta vita, mi ha causato una sensazione contrastante, spazzata via in un secondo, dall’incredibile familiarità del loro sound e delle loro voci ancora splendide.

La magia dei Tears For Fears c’è tutta e viene fuori in ogni brano. Sarà che si avverte il link inconfondibile con il loro capolavoro d’esordio, The Hurting. Se in quell’album ci hanno raccontato quanto i traumi infantili possano condizionarci, in questo ultimo lavoro, ci avvertono che se hai un’anima sensibile non sarai di certo più pronto alla vita crescendo. L’empatia vissuta per tutto ciò che ci circonda e ci accade rimarrà viva e ci porterà nuovi traumi, in qualsiasi momento. Anche da adulti, la nostra fragilità ed emotività sarà sempre lì a farci compagnia e a renderci vulnerabili.

Ma questo non deve abbatterci. C’è un messaggio forte di speranza: la vita andrà sempre avanti, le ferite si cicatrizzeranno e i traumi verranno assorbiti e in qualche modo si ritornerà a respirare. Non dobbiamo cambiare il nostro modo di essere né tantomeno dobbiamo mettere da parte la nostra sensibilità per fronteggiare le difficoltà. Dobbiamo rimanere ciò che siamo a dispetto dei momenti della vita che ci appariranno come dei veri e propri “punti di non ritorno”. Un trauma, una pandemia, un dolore per la perdita di una persona cara, una guerra… tutto può essere vissuto come un “punto di non ritorno”. L’importante è non lasciarsi prendere dallo sconforto. Quel momento, con il tempo, diventerà una semplice pietra miliare sulla strada della vita che continueremo sempre e comunque a percorrere. Le sofferenze integreranno il bagaglio di esperienze che ci caratterizzerà e che riempirà ricordi e sogni.

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The Tipping Point è un disco intimo e sincero, elegante e curato che non pretende di ridare vita a un passato che non esiste più ma che denota maturità e accettazione, trasformando il dolore in un’esperienza liberatoria capace anche di dare gioia.

“Hai bisogno di molta fede per raggiungere il sole”, cantano in un brano.

La traccia che più mi ha colpito è Rivers of Mercy che si candida ad essere non solo lo zenit dell’album, ma uno dei loro brani migliori di sempre. Si tratta di un pezzo che evoca la pace con immagini di mare e fiumi: c’è un sentimento di redenzione attraverso il fiume, una forma di battesimo e di rinascita dopo aver vissuto un caos che può essere interiore o esteriore.

Il brano si intreccia liricamente da un’immagine cupa del nostro mondo a una visione più speranzosa della vittoria dell’amore divino. Orzabal canta: “Vedo troppo spesso il mondo attraverso un velo di lacrime”, evocando naturalmente la “valle delle lacrime”. La ricchezza teologica procede da lì, poiché il cantante desidera ardentemente la guarigione attraverso la “manna dal cielo” (la sostanza commestibile che Dio somministrò agli Israeliti durante le loro peregrinazioni nel deserto, dopo l’uscita e la liberazione dalla schiavitù) e l’immersione nel “mare infinito”. Orzabal chiede: “Posso immaginare un po’ di fede e comprensione?” mentre la traccia si sviluppa da una ballata per pianoforte a un groove slanciato che sa di preghiera multi-strumentale.

Un ascolto che conforta ed emoziona.