Kurt Cobain: un mito sempre attuale

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La vita e la morte di Kurt Cobain sono state raccontate ormai da un milione di punti di vista diversi, attraverso film, documentari, libri, fumetti e persino le pagine del suo diario privato – dentro le quali non sapremo mai se avrebbe voluto farci entrare o meno:

“Non leggere il mio diario quando non ci sono.”

“Ok, adesso vado a lavorare. Quando ti svegli stamattina, leggi pure il mio diario. Fruga tra le mie cose e scopri come sono fatto”.

Queste le parole scritte sulla prima pagina di quel diario, sintesi perfetta di quanto il ragazzo fosse confuso e costretto in un’eterna battaglia interiore che non poteva lasciarlo vincitore, ma soltanto ancora più sconfitto, lacerato dall’interno e diviso – anzi strappato via – prima da sé stesso e poi da tutto il resto.

Sarà stato forse proprio questo suo essere sempre così disperatamente in bilico tra tutto e niente ad aver creato un legame profondo con più di una generazione cresciuta senza certezze, che ha continuato a idolatrarlo dai primi anni ‘90 fino ai giorni nostri.

Ma a 55 anni di distanza dalla sua nascita e a quasi 30 anni dalla sua tragica morte il mito di Cobain è ancora attuale?

A giudicare da tutti i testi delle canzoni che lo hanno omaggiato nel corso del tempo e che continuano a farlo ancora oggi sembrerebbe di sì.

Kurt Cobain è infatti uno dei musicisti che viene citato più spesso nelle canzoni di ieri e di oggi, non solo da artisti rock a lui affini, ma anche e soprattutto da quelli del mondo hip hop, che lo stesso Cobain aveva dichiarato di amare come forma espressiva, ma di non riuscire ad ascoltare per via dei frequenti testi misogini.

Il forte legame tra Cobain e l’hip hop, in realtà, non dovrebbe stupire più di tanto chi conosce bene l’ambiente. Come aveva fatto notare Paola Zukar in un vecchio articolo apparso su Rolling Stone, nel documentario Netflix I Ribelli, sua maestà Dr. Dre inizia il suo racconto ascoltando proprio i Nirvana e ad un certo punto dichiara esplicitamente che i Nirvana sono il suo gruppo preferito, perché – spiega ancora bene la manager di Marracash e Fabri Fibra“Cobain attraversa le generazioni, travalica le distinzioni etniche di ideali e di gusti musicali. Aveva l’attitudine immediata del don’t give a fuck, del frega-un-cazzo, della ribellione, del personaggio che cambia in modo irreversibile le regole del gioco a suo piacimento. Come un rapper”.

Non è un caso, quindi, che alcuni grandi nomi del rap americano – non solo quelli old school, ma anche che quelli più contemporanei – abbiano tributato il loro omaggio a Kurt Cobain, dedicandogli almeno una rima, se non addirittura un’intera canzone. È questo, ad esempio, il caso del giovanissimo Lil Peep, che sarebbe potuto diventare “il Kurt Cobain della sua generazione” – come aveva scritto David Peisner sempre su Rolling Stone – se solo non fosse morto nel 2017 pochi giorni dopo il suo 21° compleanno, a causa di una combinazione letale di Fentanil e Alprazolam. Fu lui stesso a suggerire l’identificazione con la rockstar di Aberdeen in un brano intitolato inequivocabilmente Cobain , nelle cuirime ha legato i loro nomi con uno stretto nodo di dolore: “CALL ME COBAIN, SHE CAN SEE THE PAIN”.

Lil Peep - cobain (feat. Lil Tracy) (Official Video)

La stessa tragica sorte è toccata anche a Juice Wlrd, morto anche lui di overdose a soli 21 anni, come se il famoso “club dei 27” avesse improvvisamente abbassato l’età anagrafica per entrarci. Il giovane rapper di Chicago era considerato da tutti un astro nascente dal talento cristallino, capace di mischiare le giuste dosi di rock e hip hop, ma purtroppo non quelle di codeina e ossicodone che lo porteranno alla morte – come lasciava presagire il suo brano intitolato Codeine Cobain:

Codeine Cobain Percocet fazed

Drop like a mixtape

pills full of mixed hate.

Un altro grande nome della scena contemporanea americana ad aver esplicitato il suo amore incondizionato nei confronti di Cobain e dei Nirvana è stato Post Malone, che nel 2019 ha pubblicato on line una collaborazione inedita con Rich The Kid, intitolata indovinate come?

Post Malone - Kurt Cobain ft. Rich The Kid (Unreleased)

Precisamente.

Il brano si apre con i seguenti versi:

I’m on my Kurt Cobain
Feeling like so insane
I got love on the brain, drugs in the vein

E si conclude con:

I’m looking at you through red eyes
Feelin’ like Kurt Cobain, Kurt Cobain (Yeah)

Il nome di Kurt Cobain viene qui utilizzato per identificare uno stato d’animo: il “mood Kurt Cobain”, cioè un misto di ansia, depressione, follia e rabbia. Rispetto ad altri rapper che spesso lo hanno utilizzato semplicemente come un’icona della cultura pop legata alla morte, al suicidio e all’abuso di droghe – quasi come un meme svuotato di significato – Post Malone, Lil Peep e Juice Wlrd sembrano aver instaurato un legame più profondo con l’ex leader dei Nirvana, un sentire comune che brucia sotto pelle e negli occhi: Kurt Cobain per loro non è una maglietta da sfoggiare o un paio di occhiali da indossare (vedi Chiara Ferragni o la Dark Polo Gang), ma un modo di sentirsi o addirittura di essere.

Nel 2020 tutto l’amore accumulato da Post Malone nei confronti di Cobain è sfociato in un lungo concerto tributo ai Nirvana, durante il quale si è lanciato nell’esecuzione di alcuni classici della band di Seattle, ricevendo anche i complimenti di Krist Novoselic.

Post Malone x Nirvana Tribute - Livestream

Restando nell’ambito degli artisti contemporanei americani, tra coloro che hanno citato Cobain ci sono anche altri nomi di punta dell’attuale scena trap, che l’hanno usato più a mo’ di feticcio, come Travis Scott in Green & Purple e Tyler the creator in Sam (is Dead) (Riding around town in Seattle/ With the same shotgun that Kurt used to click-clack, boom-pow).

Non possiamo poi dimenticare altre due superstar dell’hip hop che nell’ultimo anno si sono date battaglia sui social e in classifica, rispettivamente con Donda e Certified Lover Boy – ovvero Kanye West e Drake.

Ye – come si fa chiamare adesso il vecchio Kanye -- aveva citato Cobain già 10 anni fa in un brano intitolato White Dress, facendolo in realtà in maniera abbastanza innocua, proprio come se fosse un indumento puramente ornamentale, una maglietta da indossare o – più precisamente – una camicia di flanella di quelle che andavano di moda negli anni del grunge: “You like piña coladas, gettin’ caught in the rain/ Or rockin’ flannels all summer like Kurt Cobain”.

Drake, invece, in9 AM In Dallas del 2010 aveva fatto riferimento alla canzone più famosa dei NirvanaSmells Like Teen Spirit – per parlare della delusione del pubblico di fronte ai suoi testi poco “cattivi” rispetto a quelli della concorrenza machista, essendo lui un rapper più incline all’uso di un linguaggio romantico e introspettivo (“Yeah, I know these niggas miss the mean lyrics/ Kush got the room smellin’ like teen spirit”).

Ed è proprio Smells Like Teen Spirit il Santo Graal che viene ripreso anche da un altro imperatore dell’hip pop come Jay Z, che in Holy Grail non si limita a citare Cobain – “momma please just get my bail / I know nobody to blame / Kurt Cobain” – ma si impossessa del suo ritornello più famoso, campionandolo e ribaltandone la famosa provocazione originale (I feel stupid and contagious / here we are now / entertain us) in un gioco di specchi, più vicino alla nostra epoca, dove non c’è più alcuna distinzione tra pubblico e intrattenitore:

And we all just entertainers
And we’re stupid, and contagious
Know we all just entertainers

Parlando sempre di numeri uno, Cobain viene citato anche dall’ultima vera stella dell’hip hop che ha messo d’accordo pubblico e critica, ovvero Kendrick Lamar, cioè l’equivalente in musica di quello che è oggi Colson Whitehead in letteratura (col quale condivide, tra l’altro, anche la vittoria del Premio Pulitzer).È significativo che Cobain sia stato citato proprio nel singolo di debutto di Lamar, intitolato HiiiPoWeR, poiché si tratta di un brano che è un inno alla rivendicazione del black power, un pezzo in cui si invitano i neri d’america a costruire le proprie piramidi e a (ri)scrivere la propria storia. È un brano in cui, per intenderci, vengono chiamati in causa Martin Luther King e Malcolm X, eppure Cobain trova posto anche qui: tra il moonwalk di Micheal Jackson e il ritiro di Lauryn Hill c’è spazio anche per il colpo di fucile di Kurt – che però non viene usato in maniera fine a se stessa, ma serve per sottolineare i danni che può causare un sistema musicale malato, basato sull’estremizzazione dell’esposizione mediatica e l’accrescimento esponenziale della fama: “Enough to drive a man insane, a woman insane / The reason Lauryn Hill don’t sing or Kurt Cobain / Loaded that clip and then said bang”.

Anche Jay Z aveva trattato questo tema a suo modo in Most Kingz: “So it’s best for those to not overdose on being famous / Most kings get driven so insane / That they try to hit the same vein that Kurt Cobain did.”

Infine,andando ancora un po’ più a ritroso nel tempo, possiamo trovare altre citazioni di Cobain all’interno dei testi di un altro mostro sacro dell’hip hop made in Usa: Eminem.

L’mc bianco più famoso al mondo ha citato Cobain almeno due volte agli inizi della sua carriera: la prima su The Slim Shady del ’99, in un brano intitolato Cum on Everybody , dove a un certo punto dice My favorite color is red, like the blood shed from Kurt Cobain’s head when he shot himself dead; la seconda su Devil’s Night del 2001, nell’omonima traccia dei D12, dove gli si riconosce il ruolo guida di una generazione: A whole generation of kids blowing out their fucking brains to this Kurt Cobain music.

Devils Night

Come ha già ben evidenziato l’articolo di Rolling Stone Italia precedentemente citato, anche i rapper e i trapper italiani hanno tributato il loro omaggio a Cobain, emulando in tutto e per tutto le loro controparti americane.

Sfera Ebbasta, ad esempio, è uno di quelli che lo nomina più spesso, usandolo quasi sempre come massima rappresentazione degli eccessi della rockstar (che non a caso era anche il titolo del suo primo album): «Se potessi venderti anche l’aria te la venderei, morirei, come una rockstar, come Kurt Cobain» (da Tasche piene) oppure «Stanza 26, io fatto in hotel come Kurt Cobain» (da Ricchi per sempre) o ancora più semplicemente «Cocktail, hotel, Kurt Cobain» (da Balenciaga), che sembra quasi un tipico testo sanremese di Achille Lauro – anche lui non esente dal citazionismo cobaiano, sia nei testi di Mamacita e Bed & Breakfast, che nel video di Marilù, dove riprende l’estetica funerea del famoso Mtv Unplugged in New York.

Achille Lauro - MARILÙ (Official Video)

A mio avviso, la scarsa sincerità di queste operazioni da poser è abbastanza evidente dato che non basta certo drogarsi e parlare di sesso esplicito nei testi per diventare automaticamente dei geni della musica, o per dirla in maniera ancora più cruda “non è che se ti spari diventi Cobain”. Lo dice anche Beba in un pezzo della Machete intitolato Io può (contenuto in Machete Mixtape Vol. 4)a dimostrazione del fatto che volendo si possono fare delle citazioni sensate anche in Italia.

Purtroppo anche una penna solitamente affilata come quella di Marracash si è limitata ad abbinare Kurt Cobain alla droga e al suicidio, senza brillare troppo per fantasia «Immagina Kurt Cobain e Billie Holiday senza la roba» dice in Dritto al punto, oppure “sono strano ma col cazzo che mi sparo Cobain” (in Poco di buono – il Fegato) o ancora «mi sono fatto uomo e nessuno mi ammazza, se non mi ammazzo da solo come Kurt Cobain, ora che mi servi dove cazzo sei?» (inNessuno).

C’era forse qualcosa della sua rabbia più autentica nella vecchia Badabum Cha Cha“Ma mettimi T.I. e leva i Coldplay / O potrei sfasciare tutto come Cobain” – ma da uno che al momento viene considerato il miglior rapper in Italia sarebbe lecito aspettarsi di più.

Dargen D’Amico, ad esempio, è forse uno dei pochi che almeno ha tentato di problematizzare la questione della fama e del “loserismo”, citando il cantante dei Nirvana come anti-divo per eccellenza nel brano Come l’Italia e San Marino: “E se dico che scrivo perché sono un fallito/ Dirà che sogno di diventare un anti-divo / Kurt Cobain redivivo”.

La stessa cosa, a onor del vero, la fece anche Fabri Fibra in Cronico – Quando salgo sul palco questa vita è strana / Odio le interviste, come i Nirvana / Mi fermo e non esiste, come la fama”.

Passando, invece, alla cosiddetta “scena indie italiana” dobbiamo dire che a trattare il tema della fama ci hanno provato anche Brunori Sas – con l’inutilmente esplicita Kurt Cobain – e molto meglio di lui Cristina Donà con la sua Tregua, volutamente “anonima”, ma molto più centrata e dichiaratamente ispirata a Kurt:

Troppe anime perse perché io le segua /
Quanto puoi tenermi qui/
E quando puoi lasciarmi andare /
Datemi un po’ di / Datemi un po’ di/ datemi un po’ di /
Tregua, Tregua

Tregua

Ma l’atto d’amore più puro e sincero nei confronti di Cobain in Italia l’ha compiuto Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti, che ha scritto un’intera canzone mettendo insieme pezzi di dichiarazioni e pensieri del cantante dei Nirvana, creando così -letteralmente- un Mondo Naif , in cui “la malinconia è rivoluzionaria”, anche se forse non così tanto da farci vibrare l’anima come riusciva a fare l’originale.

La riprova che il mito di Cobain è ancora vivo e vegeto è data dal fatto che persino l’ultimo Batman uscito al cinema il mese scorso è direttamente ispirato alla figura di Kurt Cobain, come ha dichiarato lo stesso regista Matt Reeves in un’intervista rilasciata a Empire. Il Bruce Wayne interpretato da Robert Pattinson non è il latin lover adulto e sicuro di sé che abbiamo conosciuto nella trilogia di Nolan, ma un ragazzo disagiato che rifiuta le sue responsabilità, una specie di looser anni ’90 riadattato all’estetica emo degli anni duemila, con l’eyeliner sugli occhi che gli sgocciola all’interno come una sorta di tortura cinese autoinflitta. Il brano dei Nirvana scelto per accompagnarlo nel film è Something in The Way, una canzone a sua volta “disagiata” che parla di una vita immaginata sotto un ponte – anche lui sgocciolante (Underneath my bridge […] And the drippings from my ceiling) – con solo degli insetti intrappolati a fare da compagnia.

Si tratta di una sorta di ricordo romanzato del periodo in cui Kurt non aveva una fissa dimora, ma dormiva un po’ dove capitava, mentre veniva rimbalzato da una famiglia all’altra. È una canzone che quasi non voleva venire fuori e che infatti fu registrata di nascosto mentre Kurt la strimpellava seduto sul divano con una vecchia chitarra sgangherata acquistata per 20 dollari dal rigattiere, una chitarra acustica mezza scordata talmente malconcia da essere tenuta insieme col nastro adesivo. Tutto ciò però, invece di essere controproducente, non faceva altro che conferire un suono ancora più inquietante e per questo perfettamente in linea con la voce, ormai simile a quella di un fantasma che affida al vento cose che non possiamo ca(r)pire del tutto. Come tutti i testi dei Nirvana si tratta, infatti, di qualcosa di difficile da interpretare a livello puramente letterale – qualcosa che comunque ti trasmette una sensazione di desolazione interiore e che in qualche modo ti rimane appiccicata addosso. Qualcosa di abbandonato sulla strada (Something in The Way), proprio come il suo autore, e che però a quasi trent’anni di distanza è ancora lì.

E ancora qui.

(Forse non la rockstar che ci meritiamo, ma quella di cui abbiamo disperatamente bisogno).