Ascoltare Lil Peep a trentun anni

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Quella mattina mi ero svegliata con un messaggio Whatsapp di un amico in cui mi raccontava che la notte precedente, tornando a casa, avrebbe voluto ascoltare Lil Peep ma che, appena prima di fare play, aveva avuto una sensazione orribile e aveva optato per un canale Rai che illustrava le mostre in programma per l’inverno nell’Italia settentrionale.

“Ti sei sentito sporco?”

“No, mi sono sentito emotivamente distrutto. Se lo avessi ascoltato mi sarei lanciato da un cavalcavia con la macchina”

L’amico in questione è nato nel 1988 ed è maestro in composizione. Non è solo una mia iperbole per dire che ho un amico con grande talento musicale, ma una qualifica accademica conferitagli da un conservatorio, e al momento ce ne sono altri cento disposti a offrirgli consistenti borse di studio per continuare a comporre. Quando il mio amico non è impegnato con tour in Giappone e l’organizzazione di eventi di musica acusmatica, a causa mia, ascolta Lil Peep.

Io sono una di quelle che i teenager americani abitué dei commenti Youtube chiamano fake fan, ovvero qualcuno che si è interessato alla sua musica in periodo post mortem, non tanto a causa del polverone mediatico che la scomparsa prematura dell’artista ha suscitato (in Italia neppure tanto, considerando che nessuno dei miei studenti pre-adolescenti abbia idea di chi sia) ma più per una combinazione di casualità algoritmiche di una giornata persa nei meandri del web.

Per onestà intellettuale devo inoltre ammettere di essere una nostalgica, di avere dei problemi a digerire domande del tipo “ma prof, lei che canzoni ascolta?”, come a sottintendere che non si ascoltino più artisti e album, o a tollerare gli sproloqui dei quattordicenni con cui quotidianamente mi rapporto riguardo a Mercedes e cash, o ad ignorare il gap generazionale e resistere alla tentazione di mettermi a spacciare cd direttamente dalla mia collezione rischiando un richiamo disciplinare, ma comunque.

Ma comunque dal primo ascolto di I Crash U Crash, a cui ne sono seguiti mille altri con una compulsione musicale che non conoscevo da svariati anni, ho sentito che c’era sotto qualcosa.

Decido di approfondire e lascio queste trenta visualizzazioni ad un live del 2017 chiuso con un singalong collettivo di Dammit dei Blink 182 e corredato da stage diving e body surfing impacciato ritrovandomi sull’orlo delle lacrime.

Riprendo in mano la chitarra dopo anni e mi ritrovo a strimpellare Beamerboy per poi scoprire che in effetti la familiarità immediata e quasi inquietante con il brano (o meglio, con praticamente tutti i brani di Lil Peep) nasce da un impiego sapiente di campioni che spaziano da Phil Elverum all’Aphex Twin degli anni ’90 (mi commuovo nuovamente) ed il risultato che ne deriva è un grande collage che sintetizza con incisività i tormenti della nuova generazione ricordandoci che, anche quando la forma cambia il contenuto può rimanere lo stesso.

L’apparentemente schizofrenica giustapposizione dei contemporanei “miti d’oggi” ormai usati e abusati in lungo e in largo (gli iPhone, le scarpe sportive da migliaia di dollari, i fondoschiena perfetti, le limousine) e tematiche di matrice emo-cobainiana (l’odio per la cittadina di provincia e per il sistema scolastico che premia lo sportivone di turno e punisce il diverso, l’isolamento, gli amori difficili, la fascinazione per la morte) crea un universo musicale che possiede allo stesso tempo immediatezza e complessità e in cui si viene inghiottiti nostro malgrado.

“Hotel rooms and skyscrapers
I’ve got a new pair of shoes to impress her
She fell in love with the devil, the worse
Love now cry later it hurts”

“I hate everybody in my hometown
I wanna burn my highschool to the ground
Tell the rich kids to look at me now”

“Chains on shining
You can see me riding
Cocaine lined up
Secrets that I’m hiding
You don’t wanna find out
Better of lying
You don’t wanna cry now
Better off dying”

Non voglio lanciarmi in un’analogia che sostenga che Lil Peep sia il nuovo Kurt Cobain nonostante riconosca in alcune interviste la stessa ironia, la stessa fragilità, quasi lo stesso sguardo.

Non credo sia ormai costruttivo pensare al fatto che se dietro avesse avuto una “vera band” e “sistema musicale” vecchia scuola sarebbe sopravvissuto e maturato e avrebbe trovato pace (teoria che serpeggia online tra gli appassionati “anziani” come me), chiedersi in che percentuale la sua immagine fosse un prodotto commerciale o cedere alla morbosità delle teorie complottistiche dedotte dai forum e dalle didascalie Instagram.

Stringi stringi Lil Peep ci ha donato “musica su cui piangere”, come lui stesso ammette in Cry Baby, consiglio quindi ai miei coetanei sospettosi e snob quanto me di prendersi del tempo, anche in gran segreto, per scoprirla. È quella la musica di cui tutti, volenti o nolenti, abbiamo o abbiamo avuto bisogno.

Terrence Malick produrrà un documentario sulla breve vita dell’artista. E anche se non sono mai stata certa di aver del tutto compreso The Tree of Life, perlomeno so che, alla veneranda età di trentun anni, con mia stessa enorme sorpresa, capirò questo.

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