El Trinche: la leggenda interrotta del calcio argentino

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16 aprile 1974, Rosario, Argentina

Rosario è in subbuglio, la sera del 16 aprile del 1974: è prevista una partita amichevole tra la selezione nazionale che di lì a poco volerà in Germania Ovest per disputare i Campionati Mondiali, e una squadra messa insieme pescando cinque giocatori per ognuna delle squadre più blasonate della città.

Cinque vengono dal Rosario Central, altri cinque dal Newell’s Old Boys; tra i dieci ci sono nomi importanti, come Mario Kempes, Mario Zanabria, Daniel Killer e Carlos Aimar.

Ma a calcio si gioca in undici, e la gente di Rosario, quella del barrio General San Martín, accorre non tanto per vedere la nazionale o gli altri campioni, ma per vedere l’undicesimo uomo: Tomás Felipe Carlovich. El Trinche.

8 maggio 2020, Rosario, Argentina

L’otto maggio è evidentemente una data in cui gli dei del talento sono presi dalla gelosia, e corrono sulla terra a riprendersi i loro figli più cari; lo stesso giorno, nel 1982, se ne andava Gilles Villeneuve, una delle più coriacee leggende della Formula Uno e, sempre l’otto maggio, nel 2020, dopo un’agonia di due giorni, moriva Tomás Felipe Carlovich, noto come El Trinche.

La sua morte non farebbe notizia, in una città popolosa e difficile come Rosario: il furto di una bicicletta, la lite e un uomo di settantaquattro anni che batte la testa. Due giorni di coma e la morte, inevitabile, mentre il resto del mondo combatte col Covid.

Quell’uomo, però, è El Trinche, creatura semi-mitologica della sua città.

Il calciatore più forte di tutti i tempi, per chi l’ha visto giocare.

E di cui non esistono praticamente gesta filmate: solo i racconti di imprese sospese tra il fantozziano e l’epica di Omero.

Tocca fidarsi.

16 aprile 1974, Rosario, Argentina

Le storie di quelli che non ce l’hanno fatta per un pelo, dei non emersi, dei what if, dei se solo avessi voluto, alla fine si somigliano tutte.

Sono storie che ci insegnano a trovare quella scintilla di poesia, un’ipotesi di felicità, anche dentro la sconfitta e il fallimento.

Sono storie che a un certo punto hanno il loro climax: quella giornata in cui è chiaro agli occhi di tutti che il talento, la purezza d’animo, l’amore del pubblico, non sempre bastano a sconfiggere il destino avverso.

Sono storie di fatalismo, molto spesso.

Ma quando – per un attimo – la dea della sfortuna gira il capo dall’altra parte e permette a tutti di capire come le cose sarebbero effettivamente potute andare, beh, allora la gloria è ancora più grande.

Il 16 aprile del 1974 è uno di quei giorni, e il protagonista è El Trinche, Tomás Felipe Carlovich.

Il soprannome glielo hanno dato da ragazzino, e dio sa cosa voglia dire. Il piccolo Tomas Felipe è figlio di emigrati iugoslavi, il settimo, in quella terra di sogno che pareva l’Argentina per molti poveracci italiani ed europei a cavallo della Seconda Guerra Mondiale.

Il suo calcio è quello dei barrios, un calcio giocato per strada, riscatto nella miseria più assoluta. Come sarà per Maradona.

E proprio il Pibe de Oro aggiunge il suo tassello all’immortalità leggendaria del Trinche, con una dichiarazione forse vera o – chi può dirlo, e chi vuol saperlo? – forse storiella metropolitana: quando Diego arriva al Newell’s Old Boys, viene definito da un giornalista “il miglior calciatore della storia del club”. Ovviamente.

Maradona risponde: “Il miglior calciatore ha già giocato a Rosario, e il suo nome è Carlovich.”

Eppure, al Trinche le grandi occasioni per aspirare al gotha del pallone non mancano: giovanissimo, lo ingaggia il Rosario Central. Gioca solo due o tre partite, poi si fa male, per l’unica volta in carriera. L’allenatore sostiene che faccia finta, che El Trinche non voglia giocare in trasferta per non abbandonare il suo quartiere, che il suo sia un blocco psicologico. E forse non ha torto.

Risultato: Tomas molla tutto e se ne va.

Menotti lo cerca perché lo vuole in nazionale, ma il Trinche trova le scuse più assurde per non accettare, tra queste il fiume in piena da attraversare: mancano solo le cavallette di John Belushi nei Blues Brothers.

Al Carlovich giocatore non manca proprio nulla; è alto, imponente e non è molto veloce, eppure la sua tecnica è fenomenale.

Tocco, dribbling, repertorio sterminato col marchio di fabbrica della casa: il doppio tunnel che gli viene richiesto dai tifosi e lui esegue a comando.

Ma è la visione di gioco, a fare la differenza.

Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione.”

La frase è quella celebre tratta da Amici Miei, e la definizione si attaglia perfettamente ai grandi geni dello sport: spesso è la loro superiore velocità di pensiero a fare la differenza. Come se gli altri giocatori si muovessero al rallentatore, El Trinche ha sempre ben chiara la sua visione, e sa già cosa fare della palla prima ancora di averla tra i piedi.

Come in un racconto di Fantozzi, si moltiplicano le leggende, alimentate dal passaparola e dalla mancanza di prove filmate, come quella volta che El Trinche tiene la palla per dieci minuti senza passarla, né farla toccare a nessuno.

La storia si fa leggenda proprio la sera del 16 aprile del 1974, a Rosario.

Le condizioni ci sono tutte: la selezione ufficiale dell’Argentina è fuori forma, quella messa insieme tra i calciatori di Rosario è composta effettivamente da atleti di prima qualità. E poi c’è lui, El Trinche Carlovich, nello stadio di casa e coi riflettori puntati addosso.

Il resto è storia, o leggenda, a voi la scelta.

Dopo mezz’ora i rosariani vincono già tre a zero, col Trinche che gioca a nascondere la palla agli avversari, come suo solito. Si racconta di Vladislao Cap, allenatore dell’Argentina, che chiede più volte al coach avversario di far uscire Carlovich: troppo cocente è l’umiliazione.

Verità o leggenda? Fatto sta che dopo un quarto d’ora del secondo tempo, l’allenatore del Rosario richiama El Trinche; ma è troppo tardi: Carlovich esce nell’ovazione generale e la partita finisce comunque tre a uno.

Epilogo

El Trinche, sempre senza lasciare il suo adorato quartiere, continua a giocare fino al 1986, a quarant’anni, poi dice basta. La sua vita prosegue come quella di una leggenda vivente, un Messia sghembo e per pochi, che si arrabatta in una vita misera sostenuto dall’aiuto economico di amici, estimatori e discepoli.

Negli anni spesso lo cercano giornalisti di tutto il mondo, attratti dalla sua leggenda e da quella sorta di culto laico: lui si concede, quasi recitasse il solito copione a memoria.

Non ha rimpianti, se non quello di non poter più architettare le sue magie in campo.

Non si è preso il successo di Maradona e Messi, ma solo perché non ne aveva voglia, nel più classico degli “Ah, se solo avessi voluto…”. In fondo, El Trinche ha avuto quello che voleva dalla vita: giocare a pallone e prendersi gli applausi della sua gente.

José Pekerman disse di lui che era il miglior centrocampista centrale che avesse mai visto; César Luis Menotti ha dichiarato che: “Carlovich è uno di quei bambini il cui unico giocattolo è stata una palla da quando sono nati, vederlo giocare a calcio è stato impressionante”.

Di Carlovich, detto El Trinche, rimane la leggenda, la stessa che lo permeava quando era ancora in vita. Una leggenda che travalica il calcio, e che ne fa un vero archetipo di tutti i magnifici perdenti, quelli che se solo avessero voluto avrebbero umiliato i più forti in campo anche saltellando su una gamba sola.

Solo, non hanno voluto.

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