Humpty Dumpty di Hitch Von Cassen: la nuova strada del Dream Pop italiano

Mi sono sempre chiesto come suonerebbero alcuni grandi della musica italiana se solo fossero nati decenni più avanti. Abbastanza per entrare nel frullatore degli anni d’oro del rock alternativo.

Soprattutto gli artisti più innovativi, più eclettici, più elettrici.

Se Ivan Graziani, ad esempio, fosse entrato nel tunnel del rock alternativo anni 80/90, se avesse ascoltato alla nausea PixiesCocteau Twins o Dead Can Dance, come suonerebbe? Come suonerebbe se tra le sue influenze ci fosse stato il post rock?

Sarebbe così distante dall’esordio di Luigi Buzzelli, in arte Hitch Von Cassen?

Sicuramente se un’opera coraggiosa come Tato Tomaso’s Guitars fosse uscita ai nostri tempi avrebbe subito la parcellizzazione della scena e delle produzioni. Sarebbe stata autoprodotta e avrebbe allungato i tempi di accesso a situazioni più importanti rispetto ai localini nei dintorni di Urbino. Ma non solo.

Di certo Humpty Dumpty è un lavoro dalla mentalità più simile al Graziani dei primi anni 80, quello di Viaggi e Intemperie (1980), più in chiaro scuro, più sognante e triste (Firenze canzone triste)

Attenzione, la tavolozza subisce un salto temporale notevole e non è assimilabile; io parlo di approccio, di concept. Di volontà di freschezza, innovazione, portate avanti assieme alla volontà forte di rimanere ancorati alla cultura di partenza, all’armonia. E infine della “velleità” artistica, ma ferrea, di aprire un dialogo con un pubblico colto, e nello stesso momento Pop.

Luigi Buzzelli è un chitarrista, un polistrumentista e un autore, che cerca di dialogare, di creare ponti tra cultura alternativa e pop, senza cedere di un millimetro rispetto alla qualità della proposta, della coerenza con le influenze di origine. Senza nemmeno chiudersi in alti castelli, senza snobismi, come legato alla matericità del suono, che viene proposto volutamente crudo e innalzato da elementi sonori di abbellimento, con grande attenzione al dosaggio.

I singoli usciti neanche un anno fa, qui recensiti, hanno anticipato un lavoro raffinato alla ricerca di linee di comunicazione da cui immettere l’ascoltatore in un labirinto psichedelico: Humpty Dumpty porta a compimento questa simmetria, gettando solide basi per una evoluta, aggiornata sintesi dream pop nella musica italiana.

Parlo di sintesi perché sicuramente Ivan Graziani, per quanto influenzato pesantemente dalla musica anglofona, non avrebbe mai pensato che il processo di globalizzazione sonora diventasse così imponente, tanto che l’inglese potesse diventare opzione naturale.

Tra chitarre appese ad accordi evocativi e sonorizzazioni ambientali, Humpty Dumpty scioglie gli enigmi che egli stesso imposta nel corso di ogni traccia.

È un lavoro risolto, omogeneo, stilisticamente preciso. Caratteristica rara per un debutto.

Non deve essere stato facile per Buzzelli data la ricchezza del linguaggio a disposizione. Lo spessore dei collaboratori può essere stata una delle chiavi di volta dell’operazione.

L’apporto di Dan Van Nard al basso e delle tre vocalist coinvolte (Viviana Galante, Anna Ora e Irene Di Nardo) è parte di un piano preciso, di un effetto cercato.

Dal primo il dinamismo dosato eppure essenziale antitesi alla statica elettricità delle atmosfere; dalle voci la parte eterea a staccarsi dalla rampa di lancio come progettata per lanciare nello spazio sirene cosmonaute, felicemente perse nel meraviglioso art work di Dali Là.

Sette tracce: non troppe, non poche, equilibrio. Maturazione di fermenti dark-wave-industrial in ambienti 4AD. Un pizzico di sale, ovvero di consapevolezza del Post Rock. Ovvero (apro una parentesi) di quanto il rock sia da tempo entrato in una lunga gestazione “post” che ha aperto più prospettive di quelle che ha chiuso, trasformando un genere strettamente codificato, in un codice aperto e multifunzione dal quale possono scaturire le suite dei Goodspeed You! Black Emperor o le opere d’arte dei Mogwai. Consapevolezza.

Ciò nonostante Hitch Von Cassen si comporta da perfetto padrone di casa, cordiale e ospitale, offrendo un vassoio di dolci da gustare avidamente, da offrire agli amici. Ci offre un prodotto da consumare, conviviale nell’approccio, generoso.

Qui sta il parallelo con una parte nobile del nostro cantautorato: nonostante lo spessore della proposta, i 7 pezzi sono “facili” come le prime lezioni (6) di Feynman per Adelphi.

Alcuni una vera delizia.

Se i due singoli anticipati a inizi 2021 (I’m Lost in a Fishbowl My World in Color) sono gioielli di forma e sperimentazione, personalmente mi sciolgo con “Take my hand and show me…”: pochi accordi semplici, due note due di glockenspiel e tanta atmosfera a scorrere nelle vene di un concept che non ostenta mai di esserlo, pur confermandosi ad ogni ascolto.

La trama scorre tra momenti di luce e di suadente oscurità (二十七); non cadendo mai in depressioni da poser, per riaccendere quella “gioventù sonica” che arde dentro ad ognuno di noi, latente e mai completamente addomesticata.

Non sarà facile per questo lavoro farsi largo fra la giungla di ascolti che arriva sfrontata e arida da ogni direzione: tra anonime liste spotify e algoritmi youtube. Ma sono sicuro che sarà salvato e trattato con la cura che merita da coloro che non si sono ancora stancati (e sono tanti) di cercare la Poesia nelle cose di ogni giorno.

Hitch Von Cassen
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Humpty Dumpty, l’album di Hitch Von Cassen è su Spotify

Testo: Massimo Scaccaglia

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