Chuck Berry: ascesa e caduta del poeta del rock’n’roll

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Il viaggio per Chicago in quei giorni assolati di maggio lo aveva entusiasmato come un ragazzino al primo appuntamento: assistere a un concerto di Muddy Waters era un sogno che si avverava.

Ancora di più frastornante era stato, poi, non tanto riuscire ad avvicinare il suo idolo dopo l’esibizione al Palladium e confidargli imbarazzato il sogno di incidere un giorno un disco, ma ricevere come risposta dal re di Chicago un invito ad andare alla Chess Records, la sua casa discografica.

Così il mattino dopo Charles Edward Anderson Berry, meglio conosciuto come Chuck, si era alzato tutto pimpante ed era partito dall’hotel pieno di speranze, affievolitesi pian piano e sostituite da un nervosismo evidente: cosa diavolo ci andava a fare lui alla Chess, la maggiore etichetta blues americana?

Una carriera vera e propria non c’era, ma solo le esibizioni al Cosmopolitan e negli altri locali di St. Louis, dove tirava su qualche dollaro e si dilettava in blues e qualche country per il pubblico bianco con i suoi amici Johnnie Johnson ed Eddie Hardy.

Mentre scuoteva la testa e provava a convincersi che non era più un ragazzino, si ripeteva che alla soglia dei trent’anni avrebbe dovuto mettere la testa a posto da un pezzo, come gli aveva sempre detto suo padre, invece che sognare di sfondare con la musica.

Il lavoro nell’impresa edile del padre non era male e poi era stato già abbastanza fortunato a trovare subito una brava ragazza da sposare, dopo gli anni in riformatorio per quella stupida bravata della rapina a mano armata. La sua seconda possibilità, quella di ricominciare, l’aveva già avuta: perché sognarne inutilmente una terza?

Ma Chuck voleva dannatamente fare un disco e mentre tutto questo lo agitava dentro e lo costringeva a tirare ansiosamente l’ennesima sigaretta, si arrestò dall’altra parte della strada della sede della Chess. Appoggiato a un muro, timoroso di entrare, aspettò che qualcuno uscisse o entrasse dagli uffici, fino a che un bianco sulla quarantina parcheggiò proprio di fronte all’edificio: facendosi coraggio come la sera prima con Muddy Waters, Chuck provò a intercettarlo.

L’uomo, con grande sorpresa del ragazzo di St. Louis, era Leonard Chess, il grande capo in persona: Chuck, quasi in stato di trance, gli raccontò della sua musica, di Muddy e soprattutto del suo sogno, investendo con fiumi di parole colme di passione il suo interlocutore, che rimase colpito favorevolmente da tutto quello slancio e invitò il ragazzo a tornare con delle canzoni.

Chuck gli strinse la mano scuotendola e corse via, direzione St. Louis, dove avrebbe registrato un po’ di quelle canzoni con cui incendiava i club: oltre a qualche blues inserì tra queste anche Ida May, il suo cavallo di battaglia che penzolava tra il country e il rock’n’roll e che era ispirato a una vecchia canzone intitolata Ida Red.

La settimana successiva Chuck si presentò assieme a Eddie e Johnnie alla Chess Records con in tasca i suoi demo e pronto a giocarsi la sua grande occasione. I tre consegnarono le quattro canzoni incise e si accomodarono nello studio, buttando più di una volta l’occhio oltre il vetro, dove i dirigenti dell’etichetta saggiavano il loro materiale.

Durante il viaggio per Chicago i tre musicisti avevano più volte discusso su quale fosse la canzone più adatta a far breccia alla Chess, scommettendo alla fine su Wee Wee Hours, un pezzo blues adatto ai gusti di Leonard e di suo fratello Phil: con loro sorpresa invece fu Ida May a lasciare il segno.

Leonard Chess rimase colpito e assai divertito da quel pezzo così insolito, colmo di allegorie che si accavallavano tra sesso e lotta di classe e che raccontava freneticamente di una gara automobilistica tra un uomo su una Ford V8 e una donna al volante di una Coupe Deville Cadillac. Anche la musica aveva destato interesse, grazie a quella commistione tra country e rock’n’roll che rendeva il ritmo implacabile e sarebbe stato sicuramente un successo in radio.

A destare preoccupazione era il titolo: Ida May suonava eccessivamente campagnola e poi richiamava troppo Ida Red, allarmando la Chess per eventuali problemi con i diritti d’autore. A risolvere il problema, dopo un lungo dibattito senza soluzione, fu l’occhiata lanciata da Leonard su di un davanzale dove era stato dimenticato un mascara che andava tanto di moda: Maybellene (con la “e” per evitare di ricadere in contenziosi) divenne il nome del brano.

Scelto il titolo e firmato il contratto Chuck e i suoi amici tornarono a St. Louis dove ripresero le loro vite fatte di esibizioni e lavori vari, in attesa di notizie da Chicago che mancarono per settimane. Poi nei primi giorni di quell’agosto 1955, quando Chuck si trovava all’interno di una sartoria per ritirare il vestito per l’agognato diploma di estetista e parrucchiere, sentì per radio un ritmo inconfondibile: era Maybellene.

La vita di Chuck Berry cambiò in quel momento: Maybellene salì in poche settimane al primo posto della classifica R&B per rimanerci quasi due mesi e al quinto di quella Pop, attirando l’attenzione per le chitarre scatenate che suonavano come i clacson delle auto e per l’innovativo assolo, che avrebbe fatto scuola per forma e stile per tutta la storia del rock.

Iniziarono subito a fioccare richieste per concerti, ma non sempre Berry e i suoi riuscivano a esibirsi, come accadde una sera a Knoxville, in Tennessee, dove la band venne invitata ad uscire dal locale perché gli organizzatori increduli, non pensando di aver ingaggiato un gruppo di afroamericani, non vollero avere problemi nel sud ghettizzato: Chuck fu così costretto ad allontanarsi, mentre una formazione locale di soli bianchi veniva ingaggiata in tutta fretta per suonare la sua Maybellene.

Spesso, quando riuscivano a suonare in quel primo tour, Berry e i suoi erano sommersi da grida di disapprovazione e di sorpresa: questo tipo di equivoci capitarono spesso, alimentati dalla natura fortemente country di Maybellene, che ingannava gli ascoltatori radiofonici, disabituati ad associare quel genere a una formazione di colore.

Ma queste disavventure erano l’aspetto minore in quei primi mesi di popolarità: con grande sorpresa Chuck Berry scoprì che Maybellene era stata accreditata da Chess oltre che a lui anche a Russ Fratto e Alan Freed, con cui non aveva avuto a che fare e neanche conosceva.

I primi sostanziosi assegni per Maybellene gli fecero talmente girare la testa che accantonò qualsiasi disappunto per la faccenda, ma con il passare del tempo Berry iniziò a rendersi conto che quello che riceveva era solo un terzo di quanto dovuto e che sarebbe stato così per sempre.

Chuck Berry si vedeva così sfilare di mano le royalties per il suo pezzo e veniva costretto a condividerne i guadagni senza essere stato interpellato: questa all’epoca era una prassi piuttosto consolidata da parte delle case discografiche, che cedevano spesso unilateralmente i diritti dei brani per qualche vantaggio, soprattutto se era un musicista di colore a essere coinvolto.

Ma chi erano Russ Fratto e Alan Freed?

Fratto era un fornitore della Chess Records cui Leonard doveva dei pagamenti e per compensare questo era stato inserito tra gli autori del brano, mentre Freed era uno dei disc jockey di punta di New York ed aveva promosso aggressivamente il brano in radio per lanciarlo sul mercato discografico.

Il caso di Freed era il più emblematico, poiché l’acquisizione di una fetta di programmazione radiofonica (la cosiddetta payola) era consuetudine all’epoca, così come cedere in cambio i diritti delle canzoni coinvolte, ma questi scambi nonostante un immediato beneficio in visibilità, ledevano per anni i guadagni dei musicisti.

Alan Freed, divenuto celebre per aver coniato il termine rock’n’roll, si era costruito in pochi anni un piccolo patrimonio tra diritti commerciali e somme di denaro per favorire le canzoni indicate dalle case discografiche, ma questo tipo di accordi finì dopo svariate denunce sotto la lente del governo: nel 1959 Freed venne accusato di aver preso tangenti e licenziato dalle stazioni radiofoniche per cui lavorava, mentre la payola venne dichiarata illegale.

Dopo infinite azioni legali Chuck Berry avrebbe riottenuto solo nel 1986 tutti i diritti sul suo primo successo, ma intanto se ne erano andati trent’anni di royalties.

Ma a metà anni cinquanta questi problemi erano sullo sfondo della sua giovane carriera: il rock’n’roll stava esplodendo e lui ne era uno dei più brillanti alfieri assieme a Elvis Presley, Little Richard, Jerry Lee Lewis e Fats Domino.

Il rock’n’roll proprio grazie a lui, Domino e Richard diventava il primo serio tentativo da parte dei musicisti afroamericani di inserirsi nel mercato pop dei bianchi, producendo musica che allargava i confini del blues e lo sganciava dai canonici riferimenti razziali.

Berry non fu solo uno dei grandi pionieri del genere, ma divenne soprattutto il primo a raccontare i giovani, finalmente protagonisti di brani rivolti a loro, fatti di divertimento, scuola, auto, ribellione e desiderio di emanciparsi dai rigidi schemi imposti dalla società degli adulti: il racconto nelle sue canzoni acquisiva un fulcro centrale in quei versi vividi e originali dove l’amore, i sogni e la vita di tutti i giorni ponevano le basi per ogni canzone successiva del pop e del rock, di cui lui fu il primo grande poeta.

Grazie a lui anche la chitarra assurgeva a stella indiscussa del rock e di quella narrazione, mentre prima di Berry era vista solamente come uno dei tanti strumenti ritmici di accompagnamento destinati a restare sullo sfondo: i suoi proverbiali riff elettrici in Maybellene e nelle successive School day, Roll over Beethoven, Carol, Johnny B. Goode e Sweet little sixteen avrebbero infiammato e turbato gli animi degli adolescenti e messo in guardia chi temeva scossoni sociali.

I nuovi idoli dei ragazzi erano infatti malvisti dagli adulti, che non comprendevano i sentimenti delle giovani generazioni e temevano che il loro trasporto per il rock’n’roll sfociasse in rivolte e criminalità. Un altro elemento poco gradito era la mescolanza razziale, conseguenza di un genere musicale che abbatteva le barriere di ogni tipo ed entrava senza alcun pregiudizio nelle case di chiunque.

Il desiderio inconscio dei giovani di ogni colore di conoscere e scambiarsi la propria musica trovava finalmente il suo senso con il rock’n’roll, il che costrinse gli organizzatori a rivedere le regole dei concerti: nonostante una rigida distribuzione dei settori per colore di pelle, venne concessa la partecipazione agli spettacoli contemporaneamente a bianchi e neri, formalmente divisi, ma uniti dalla stessa passione.

Non mancarono comunque guai durante le esibizioni con pubblico misto come nell’occasione in cui Chuck fece salire sul palco nel 1959 una ragazza bianca durante uno show in Mississippi: la fan, presa dalla foga, abbracciò e baciò il cantante di fronte agli spettatori, che non gradirono l’episodio.

In pochi secondi quello che poco prima era un idolo divenne un bersaglio su cui scaricare rabbia e disapprovazione e lo spettacolo di Berry e i suoi finì di colpo: i musicisti furono circondati dai bianchi del pubblico e difesi dagli afroamericani e solo l’intervento della polizia scongiurò conseguenze peggiori.

Ma i guai di Chuck Berry erano solo all’inizio e il 1959 segnò la fine della sua parabola come re del rock’n’roll. All’inizio dell’estate, mentre viaggiava in Missouri in dolce compagnia, fu arrestato dopo un controllo della polizia per detenzione di arma da fuoco nascosta: l’arma era nel portaoggetti assieme a circa duemila dollari in contanti. Alla centrale, dopo le dovute presentazioni e spiegazioni, Chuck era convinto di aver chiarito l’equivoco, ma gli ufficiali di polizia non erano dello stesso avviso: la loro attenzione si focalizzò sulla sua accompagnatrice, una diciassettenne che fu sollecitata a denunciare il cantante per molestie.

All’epoca il Mann Act era una legge federale molto severa che perseguiva lo sfruttamento sessuale e il rapimento a scopo di prostituzione delle giovani ragazze bianche, spesso costrette con la forza a lavorare nei bordelli: se Chuck fosse stato accusato dalla ragazza la sua situazione sarebbe precipitata.

Per sua fortuna non furono sollevate accuse e il cantante poté tornare alla sua vita di tutti i giorni, ma l’apparente tranquillità durò pochi mesi. A dicembre la quattordicenne Janice Escalanti si rivolse alla polizia e raccontò la sua storia: aveva conosciuto Chuck in un locale di striptease in Messico e lo aveva seguito per lavorare nel suo club a St. Louis, ma il cantante era stato insoddisfatto dalla ragazza e l’aveva licenziata.

Le accuse di Janice riportavano Chuck Berry nell’orbita del Mann Act, stavolta con conseguenze devastanti: fu arrestato il ventuno dicembre 1959 e, dopo varie sessioni processuali, condannato a venti mesi di carcere. La sua carriera era compromessa per sempre.

Quando tornò a pubblicare dischi nel 1963 il mondo, il suo mondo, era cambiato: il rock’n’roll e i suoi protagonisti erano quasi del tutto spariti, così come quella voglia di rivoluzione, seguita come spesso accade da una rigida restaurazione: non c’erano più Little Richard e Jerry Lee Lewis, Fats Domino non entrava più in classifica ed Elvis era un attore di film insulsi.

Chuck Berry divenne paradossalmente l’incarnazione di quella voglia di trasgressione che arrivava a sfiorare spesso l’illegalità, presente in tante sue canzoni e nella cultura del rock’n’roll che aveva contribuito enormemente a edificare.

Gli rimasero una manciata di canzoni, qualche album e l’amore di tutti i suoi fan, che spesso diventarono musicisti per replicarne le gesta (Beatles, Rolling Stones, Bob Dylan, la lista è molto lunga) e costruirono le loro carriere inseguendo con la loro Ford V8 la Coupe Deville Cadillac di Maybellene.“Se provi a dare un altro nome al rock’n’roll puoi chiamarlo Chuck Berry”, disse una volta John Lennon: sarebbe stato un bellissimo epitaffio.

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