Da Nina Simone ai London Grammar: la rivincita del Contralto

Il delitto fu compiuto dal Romanticismo lungo tutto il 1800.

Il rigetto dell’Illuminismo (e della cultura neoclassica) portò ad allargare gli orizzonti, ispirandosi al modello ideale dei racconti cavallereschi nel francese medievale della lingua d’oil (lingua di origine “romanica”) per raccontare l’uomo oltre la razionalità, oltre il culto del bello; per romanzare quel mondo interiore intriso di emozioni e spirito, ai tempi imbavagliato dal materialismo illuminista.

Un nuovo sentire che giocoforza fuggiva dall’incarnato. Ed è qui che avvenne l’uccisione delle contralto in favore delle più eteree e disincarnate soprano.

Il ‘700 fu, al contrario, il periodo d’oro delle voci femminili più gravi, grazie alla progressiva sostituzione dei castrati nell’opera barocca e tardo barocca, data la ripugnanza che la pratica della castrazione esponenzialmente suscitava nell’opinione pubblica.

Rossini non fece mai segreto del suo personale disappunto per la scomparsa dei contraltisti e dei sopranisti uomo nella lirica, ma capì i tempi e fu soprattutto lui a sviluppare il ruolo del contralto, dedicandosi alla composizione di parti virtuosistiche e alla ricerca di voci femminili consone alla tanto apprezzata ambiguità delle voci “en travestì”, tipica del belcantismo.

Il particolare timbro grave, con sfumature calde e “virili” riempiva il registro cromatico, contribuendo a portare con maggior efficacia la partitura alle orecchie del pubblico. La voce più densa si contrapponeva da coprotagonista alle altezze meno afferrabili del registro di soprano.

Nella “Petite Messe Solenne“, il “Qui Tollis” è esempio chiarissimo di questa correlazione.

Dopo Rossini il numero di parti scritte per il contralto subì una progressiva rarefazione andando incontro ad un declino inesorabile, tanto che il registro fu progressivamente sostituito dal mezzo-soprano.

Con un balzo temporale lunghissimo arriviamo ai nostri tempi, agli ultimi decenni in cui gli scenari sono cambiati radicalmente e i teatri lirici sono diventati un proscenio secondario, relegato ad un pubblico di appassionati. Il grosso della partita si gioca, piaccia oppure no, all’interno del grande oceano della musica pop e dintorni.

In questo nuovo contesto il ruolo che era del contralto si è preso delle belle rivincite.

Se pensiamo alle popolarissime voci di Cher, Tina Turner, Annie Lennox, Sade Adou, Fiona Apple, Shakira o Lana del Rey, sappiamo che stiamo usando il termine in modo improprio rispetto alla definizione tecnica. Ovvero non intendiamo rigidamente una precisa estensione di note raggiungibili (“gamma”), bensì della maggior permanenza o comodità (“tessitura”) nel registro più grave della vocalità femminile, assumendo le connotazioni e le coloriture tanto amate da Rossini nei contraltisti.

Nello stesso modo possiamo identificare, ma ripeto senza la precisione tecnica usata in lirica, Beyoncé o Adele, Miley Cyrus o Lady Gaga come mezzo-soprano e come soprano ad esempio Mariah Carey, Bjork, Cristina Aguilera, Billie Ellish, Alison Goldfrapp oppure Solange Knowles (sorella di Beyoncé).

Già da questa prima e approssimativa scrematura, appare che la voce di contralto abbia una personalità assolutamente distinta rispetto a quelle che veleggiano nelle frequenze superiori.

Una tipologia vocale rara, dai tratti più decisi e maturi che rende alla percezione un sapore più forte e caratteristico.

Sono di frequente artiste dalla spiccata personalità, come nell’impronta distintiva del contralto, capaci, anche inconsapevolmente, di veicolare un messaggio che supera i confini delle sette note. Una voce, più che altrove, rappresentazione del carattere più profondo.

Non mi resta che presentare le mie personali e moderne sirene in chiave di contralto; e noi moderni Ulisse, schiavi del loro incantesimo vocale.

«Vieni, celebre Odisseo, grande gloria degli Achei,

e ferma la nave, perché di noi due possa udire la voce.

Nessuno è mai passato di qui con la nera nave

senza ascoltare con la nostra bocca il suono di miele,

ma egli va dopo averne goduto e sapendo più cose»

OmeroOdissea XII, 184-8

JUDY GARLAND

Una bambina prodigio a cui l’inesorabile macchina hollywoodiana rubò l’infanzia, ormai luogo comune. Una sfortunata diva le cui frequenze narrano ancora dell’incanto perduto di cui lei fu magnifica interprete fin dagli inizi.

D’altra parte nel XV secolo per la vocalità “tra uomo e donna” venivano ingaggiati ragazzi cantori prima della “muta” vocale, e già allora erano di difficile gestione, inaffidabili durante le prove: le bizze sul set di Dorothy Gale (Il Mago di Oz, 1939) erano a questo punto interpretabili come stigma di una stella tormentata, scritto nei testosteronici geni delle contralto.

Immortalata dall’interpretazione di Renée Zelwegger (Judy, 2019), la sua parabola umana rimane monito del prezzo pagato per la popolarità, quando costruita mettendo in secondo piano chi si cela dietro all’inquadratura.

NINA SIMONE

Autentica icona delle battaglie civili contro la discriminazione razziale negli Stati Uniti, Nina Simone fu innanzitutto una musicista straordinaria.

Il timbro raro e il potente carisma interpretativo, reso celebre dalla popolarissima “My Baby Just Cares For Me“, si uniscono ad un gusto pianistico unico in cui sapeva miscelare la raffinatezza del Modern Jazz Quartet e la trasversalità di Thelonious Monk.

Riscoperta alla fine degli anni 80 grazie alla raccolta “Nina’s Back!” (Bellaphon Records 1985) lascia una eredità discografica di altissimo livello. Un album a cui affidarci per entrare nel suo mondo potrebbe essere “I Put a Spell on You“, registrato a New York per Philips tra il 1964 e il 1965, artisticamente gli anni migliori e più prolifici della sua carriera.

Nel 2015 Netflix ha pubblicato il bellissimo documentario “What Happened, Miss Simone?” che ci può avvicinare alla profonda e viscerale bellezza della sua arte, tutt’uno con la sua personalità complessa e con la sua vita sempre in precario equilibrio fra chiari e scuri.

TINA TURNER

Un nome che non ha di certo bisogno di presentazioni quello di Tina Turner, e da qualche anno ormai nemmeno la sua storia privata: una lunga e tortuosa marcia verso una personale liberazione, che inizia dai campi di cotone in cui i genitori lavoravano e dalla loro casa in cui i feroci litigi domestici furono ineluttabile marchio del suo destino.

L’adorazione del pubblico, la crisi seguita dall’enorme successo commerciale negli anni 80 e la stima mai celata dei colleghi, portarono alla luce la consapevolezza del suo valore ed inevitabilmente i fantasmi del passato, costringendola ad affrontarli per trovare serenità.

La Turner identifica le caratteristiche anatomiche attribuite teoricamente dai manuali al contralto: fisico robusto, viso largo, gambe forti.

Una storia che il mondo in cellulosa non può far a meno, ancora una volta, di immortalare: uscirà in streaming per HBO un documentario sulla sua vita, visto in anteprima alla Berlinale 2021 e basato sulla testimonianza delle persone che l’hanno conosciuta per davvero.

CHER

Facile e superfluo ormai parlare di Cher, wikipedia parla di 100 milioni di dischi venduti in tutto il mondo in 50 anni di carriera, un premio Oscar come migliore attrice porotagonista per “Stregata dalla Luna” nel 1988 e chi più ne ha più ne metta.

Lasciò la scuola a 16 anni per una seria forma di dislessia non diagnosticata, venne scoperta per caso da Phil Spector, ammaliato fin da subito dalla sua particolarità timbrica. Come tante contralto di razza ha avuto una storia che non si può assolutamente circoscrivere entro il recinto musicale, diventando un riferimento della cultura pop americana.

Credo che nessuna voce possa esprimere con maggior chiarezza cosa sia un contralto, di “grana” spessissima peraltro.

ANNIE LENNOX

Annie Lennox rappresenta forse un’eccezione in questo contesto. Se il contralto si identifica con un archetipo di saggezza tipico della maturità – la nutrice comica del Barocco – lei aggiunge un tocco “angelico” di rarefazione, tipica di molti ruoli delle soprano liriche.

Il glitter anni ’80 contrapponeva infatti il fascino metropolitano di Madonna in Into the Groove con la trasparenza efebica di Annie Lennox in There must be an Angel.

Il video ambientato in pieno Barocco poi, non poteva essere più funzionale alla nostra chiacchierata.

LANA DEL REY

Nel 2019 esce American Gothic, un lavoro raro, intriso di purezza romantica. Consacrazione artistica di un’artista che ha davvero dovuto sgomitare per convincere tutti dello spessore oltre l’immagine patinata.

La Del Rey fornisce un affresco analogicamente romantico e crudo dei nostri tempi. Squarciato il velo glitter restano la sostanza, la cronaca, l’intimità senza ostentazioni: potente esame di coscienza che parte da uno sguardo esterno ormai maturo e disincantato, non per questo disperato.

Vocalmente di un’intensità che solo in pochi possono permettersi di mostrare con disinvoltura.

HANNAH REID

Di recente una cometa contralto sta passando per i palinsesti radio, distinguendosi per carisma e calore, per equilibrio e spessore, sostenuta musicalmente da una produzione elegante che prende dal trip hop dei Massive Attack e da certa elettronica nord europea, per arrivare ad un art-pop di grande levatura e impatto ambientale: sto parlando di Hannah Reid e dei suoi London Grammar.

La dolcezza nella forza (“peso”) del cantato della Reid porta l’universo femminile al centro del palco; universo dominante le tematiche della band londinese, attiva dal 2009, che vanta una raccolta di canzoni tessute in eleganza e intensità.

Dai falsettisti del ‘500 e dai castrati del ‘700, il “contro tenore alto” ha percorso una strada tortuosa e ripida.

Ma gli ultimi cinquant’anni sono stati di rivincita e riscatto, dell’affermazione di una radicale differenza vocale e di personalità, che sembra avere il destino di doversi far strada nel mondo con la forza persuasiva di un canto proprio, al fine di mandare un messaggio più grande delle singole note, ben oltre le frequenze laringee.

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