I migliori album del 2019 sono (quasi) tutti femminili

Ormai l’appuntamento con le playlist di fine anno è diventato un incubo. Diciamolo. È il momento in cui appaiono magicamente nomi fino a quel momento ignoti e per un musicofilo è un autentico purgatorio. Non parliamo poi se si tratta anche della fine del decennio.

Spotify amplifica piacevolmente il caos, aumentando proposte e occasioni di ascolto, ed è sempre più difficile non tradire la nostra rotta interiore.

Sul tema segnaliamo una interessante nota dal titolo “decadi musicali a maglia larga?” che lucidamente ci autorizza a non avere molte speranze in quanto al mantenimento di una qualsiasi identità.

Da parte mia, cercando di venirne a capo, posso solo prendere atto che la maggior parte della musica che mi ha entusiasmato il 2019 è stata fatta da donne. Senza retorica, mi sono semplicemente arreso ad una evidenza.

Può essere conferma o segno dei tempi, tendenza ineluttabile oppure semplice coincidenza: chi vivrà vedrà. Da assoluto onnivoro innamorato della melodia vi propongo un best album 2019 che potrebbe convincere anche voi. Sperando di far cosa gradita (come si dice tra persone a modo).

Lana Del Rey – Norman Fucking Rockwell!

Un American Gothic intriso di purezza romantica. Siamo alla consacrazione artistica, siamo di fronte ad un’opera degna di stare seduta assieme ai grandi della musica americana.

Pop di spessore assoluto. La Del Rey ci fornisce un affresco analogicamente romantico e crudo dei nostri tempi. Squarciato il velo glitter restano la sostanza, la cronaca, l’intimità senza ostentazioni: potente esame di coscienza che parte da uno sguardo esterno ormai maturo e disincantato, non per questo disperato.

Musicalmente un lavoro splendido, guidato dalla precisa scelta di un pop introspettivo, perfettamente a sincrono col panorama sonoro attuale e che si rivolge all’oracolo del country elettrico senza mai piegarvisi del tutto. Vocalmente di un’intensità e padronanza che solo i mostri sacri possono permettersi di mostrare con disinvoltura.

Il trittico iniziale fino a Venice Bitch lascia senza fiato, ed è solo l’inizio…

FKA twigs – Magdalene

Ballerina e cantante di sorprendenti qualità, l’inglese di origini giamaicane Tahliah Debrett Barnett sorprende ancora per una vocalità da soprano che qui più che mai riesce a pulire ogni influenza creando una sorprendente sintesi di elettronica, pop e soul. Miscela immersa in una personalità artistica tale da creare un “genere dei generi”, un puro prodotto artistico, una performance figlia dei tempi senza nessun debito da scontare.

Dal singolo Cellophane a perle come Mary Magdalene il mondo femminile viene interpretato con precisione ed altezza.

Riferimenti barocchi alla Antony and The Johnsons che rimangono qui intarsi in preziose basi elettro-rumoristiche (A Thousand Eyes), esplosioni liriche degne di Puccini che convivono col ricordo dei Massive Attack senza far storcere il naso grazie alla naturalezza di chi possiede la capacità di lettura e di precognizione dei tempi.

King Princess – Cheap Queen

Ancora dalla Grande Mela un talento cristallino e fresco. Intensità da vendere per Mikaela Mullaney Straus, classe 1998, aka King Princess.

Siamo entro le coordinate di un pop autorale, perfettamente calato nei tempi senza nostalgie (e ci mancherebbe data l’età), anch’esso romantico (Homegirl) e a suo modo non del tutto pulito da illusioni sentimentali adolescenziali (Trust Nobody). Concessioni ad un’elettronica calda abbondano tanto quanto gli inserti acustici per una giovane cantautrice per nulla intimidita dai sentimenti e dall’uso disinibito delle sonorità e della letteratura a disposizione.

Misto di elegante malizia e ingenuità portata maliziosamente, si tratta di lavoro sapientemente confezionato, pur restando emotivo, tonico e spensierato, persino divertente. Sembra attingere dai generi senza mai sposarne uno con decisione, arte contemporanea del pop migliore: dall’accattivante Cheap Queen alla solare Ain’t Together. Un naturale fascino non abbandona mai l’interpretazione e sembra ispirare ogni parola.

Jamila Woods – Legacy! Legacy!

30enne di Chicago, Jamila Woods vanta già un prestigioso background in ambito black music. Potente vocalità old style, con quel classico tocco nasale che si presta qui ad un impegnativo e riuscito omaggio a personalità che hanno tracciato il solco della black culture a partire dal secolo scorso. Da Basquiat a Frida Kahlo, passando per Miles Davis fino a Muddy Waters.

Il risultato è un antico e moderno compendio di rnb, hip hop e pop, sentito e multiforme. Gradevole nelle sua eleganza jazzy (Miles) o clubby a seconda (Octavia), entusiasmante nei toni più “epici” come il potente rnb di Giovanni o nell’elegante e moderno soul di Frida. Sorprende l’intenzione, la dose di sana “militanza” di un lavoro celebrativo, ma tutt’altro che seduto sulla memoria.

Solange Knowles – When I Get Home

Se il cognome vi ricorda qualcosa ci togliamo subito il dente: è la sorella di Beyoncè. E a dimostrazione di come il talento sia cosa genetica ammetto che Solange assieme a Frank Ocean fa parte dei miei cinque nomi preferiti in ambito di modern soul-pop-rnb e con cui condivide l’approccio subliminale ed elegante, ma Solange è indubbiamente più creativa. I suoi lavori rientrano nell’ambito di un codice personale e stilistico riconoscibile, ma sicuramente ricco di un’inventiva mai fine a se stessa, mai per celare la carenza di idee o stile. I suoi dischi non stancano.

Sentire la psichedelica Down with the Clique e subito dopo Way to the Show che sfrutta cinicamente l’ingenuità degli anni 80 per confezionare una gustosissima pasta con gli avanzi di frigorifero. Eppure resta totalmente assente la sensazione di un approccio randagio: si è partecipi a una trama ben studiata. Stay Flo sembra riprendere il discorso da loro Maestà i De La Soul per arrivare con eleganza a quella meraviglia di Dreams con un cambio di tonalità a 30 secondi che anziché irritare, prende il cuore.

Non ho dubbi, tra le due sorelle sono sicuramente innamorato di quella più defilata e musicalmente fuori dalle righe.

Hejira – Thread of Gold

Hejira è in realtà un creativo trio di musicisti con base a Londra che vanta importanti incroci e collaborazioni partendo dall’ambito jazz di provenienza.

Imprescindibile però in questo lavoro il carisma di Rahel Debebe-Dessalegne, dotatissima cantante già alla ribalta per la cover di Wonderwall in un famoso spot Renault Clio. E’ lei che innalza l’elegante produzione di matrice anglosassone e dall’approccio “universale”. Segnalo che la bellissima Ribs, singolo uscito nel 2018, è già stata ripresa dal prestigioso Portico Quartet a conferma del credito che Thread of Gold vanta presso l’ambiente musicale londinese.

Musicalità e spessore, da Joyful Minds, Empire o You, illuminate da un chiaro riferimento femminile.

Sharon Van Etten – Remind Me Tomorrow

A conferma della bontà del catalogo Jagjaguwar inserisco una segnalazione dell’amico, critico e musicista Federico Arcuri. Stavo per completare la selezione quando arriva un whattsup traditore, all’ultimo, e mi tocca rifare tutto. Non che Sharon Van Hetten dica cose nuove o inquietanti, ma (meglio ancora) attesta una raggiunta maturità umana e sonora dalla quale possiamo attingere antidoti ai veleni di tutti i giorni. Come Lana Del Rey, ma con un percorso liberatorio, più che romantico e introspettivo.

Leggo essere stata alternative-country in passato, e perciò mi sarebbe piaciuta tantissimo, ma le pelli e corde qui mixate assieme all’elettronica e a proclami vocali accorati e forti, intonatissimi e sghembi, profumano di libertà, di canto libero. Persino tra le maglie della cupa Jupiter 4, dove “mandolini” sbucano inquieti tra potenti synth, si respira una maturità artistica ed una consapevolezza dei mezzi acquisita nel tempo.

No One’s Easy to Love e la sua elettronica emotiva, la forza di Comeback Kid col suo taglio malato, fanno sentire quanto peso sia stato portato sulle spalle e i suoni sintetici ne cercano sollievo: tormento e il sollevarsi da esso. Quale miglior trama?

Billie Ellish – When We Fall Asleep, Where Do We Go?

Inutile far finta di niente e rinchiudere Billie Ellish nei fenomeni da social per adolescenti. Qui c’è talento. Ingenuità certo, ma nel coraggio di non accettare intromissioni esterne e produrre un lavoro di riflesso internazionale nella propria cameretta (si fa per dire). Chi ha ancora la personalità per farlo? Semplice. L’incoscienza di una ragazza di 18 anni.

Il primo Lp è capace di giocare coi generi moderni, rimanendo fortemente ancorato all’emotività e al vissuto della protagonista. L’urbana Bad Guy con quello squarcio di synth accattivanti e le ritmiche ossessive fa il paio con Bury a Friend in quanto a capacità attrattiva. La furbizia della confezione tra il gotico e la psicologia instabile stanno nascondendo più che esaltando una scrittura realmente di talento che emerge più pulita in canzoni come Listen Before I Go.

Ancora l’amalgama non è perfetto, ma sicuramente punta il riflettore su un’artista vera. Una rarità.

Nilufer Yanya – Miss Universe

Confondere i generi, frullarli e servirli a seconda dei gusti o del risultato cercato, sembra ormai una costante. Operazione rischiosa, sempre in bilico tra eclettico e povertà di stile. Senz’altro una che è nata nel 1996 ha meno timori reverenziali a mescolare alt-rock (Pixies), dream pop anni ’80 e sprazzi di black music.

Una presenza vocale e narrativa importante sono i punti di forza di questo Miss Universe, debutto di una giovane cantante e cantautrice inglese di padre turco. Disco che ho pescato a fine anno spulciando fra le classifiche e non poteva essere altrimenti, incuriosito da un approccio disordinato che comunque sembrava trasmettere chiarezza di intenti.

Qui non troviamo confidenza coi generi utilizzati, bensì un atteggiamento creativo che li inserisce, crudi e a pezzi, in un preciso mosaico di riferimento votato a valorizzare un substrato testuale di indagine personale e soprattutto la naturalezza melodica che scaturisce da Nilufer Yanya. Un disco avente peso specifico e alla fine di impatto. In Your Head, Heat Rises e Angels ci avvolgeranno in atmosfere rotte e fascinose, e i loro eco ci condurranno in territori pop-alt-rock dal chitarrismo intenso e dalle vocalità torbide.

Non era prevedibile un’artista di siffatta atipicità: benvenuta nei miei ascolti quindi.

Caterina Barbieri – Ecstatic Computation

E’ veramente entusiasmante assistere all’evoluzione di questa compositrice italiana, alla sua progressiva affermazione internazionale all’interno dei migliori nomi dell’elettronica d’ambiente. Un nome sempre più ricorrente con alle spalle lavori ormai ritenuti importanti da pubblico e critica.

Minimalismo, musica sequenziale (di weberniana memoria), musica materica (di varesiana memoria), drone music, progressive techno sono le definizioni che mi saltano in mente o che leggo più spesso a riguardo. Il vero e potente appeal deriva (semplicemente) dall’ascolto delle sue opere: un marchio di fabbrica, una precisa esperienza psichica, percettivo-mentale, indotta da materiale organizzato secondo un rigido protocollo personale frutto di esperienza, studio, analisi e ricerca sonore.

Ma tale impresa laboratoriale pare nascondersi nell’ascolto, che per miracolo di sintesi diventa diretto, naturale seppur tecnologico. Le trame sonore di Caterina Barbieri è come fossero sempre esistite da qualche parte in natura, nel tessuto ambientale che ci circonda.

Ascoltare Ecstatic Computation vuol dire essere trasportati in un universo affine a noi stessi e al contempo algido, caldo e avvolgente eppure distaccato in una differente e sincrona esperienza spazio-temporale.

Insomma più che suonare la Barbieri lavora con gli elementi della fisica, la scelta del suono pare essere inclinazione della compositrice, ma non ci stupiremmo passasse a elaborare un trattato di analisi matematica oppure la ristrutturazione di una catena dna.

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