Il tesoro della Sierra Madre: Il cinema di Huston, tra fame d’oro e voglia d’avventura

Questo articolo racconta il film Il Tesoro della Sierra Madre di John Huston in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

La fame d’avventura che ha spinto l’uomo praticamente da sempre, l’incertezza al posto del suo esatto contrario è molto spesso il motore di progredimento della società. Anche se, molto spesso il tutto è stato mosso dal profitto più becero, si è riusciti sempre o almeno fino ad un certo punto a farne trarre dei vantaggi a molti rami della collettività. Quello che viene considerato uno dei massimi capolavori cinematografici di John Huston, tratto dal romanzo di B. Traven anch’esso circondato da un’aura di mistero è pregno di quella sana riscoperta delle radici dell’uomo è Il tesoro della Sierra Madre. Pubblicato nel 1927 in forma letteraria ma di cui non si conosce in realtà il vero nome dell’autore, dato che “B. Tavern” è un semplice pseudonimo di uno scrittore che per tutta la vita ha celato la sua identità, abbraccia la tesi dominante dell’avidità e di una sfrenata ricerca all’oro, soprattutto dai Nordamericani, che in alcuni casi ingolositi dai ritrovamenti cospicui e da una avidità incipiente, gli farà letteralmente perdere il senso della ragione.

Lo scrittore, di probabile nazionalità tedesca, visse molti anni della sua esistenza in Messico nella città di Ciudad Victoria, dove scrisse la maggior parte delle sue opere, e che gli diede riparo da un mandato di cattura da parte di quello che era l’allora l’Impero tedesco. Questa è solo una delle teorie e dei possibili personaggi che si potevano celare dietro lo scrittore: alcuni arrivarono ad ipotizzare che fosse il figlio illegittimo dell’Imperatore teutonico Guglielmo II. Con questa enorme aura di mistero chi se non il massimo rappresentante dell’età dell’oro del cinema Hollywoodiano poteva trarne una anch’essa avventura esilarante e dai tratti mistici? I diritti degli scritti, furono acquisiti dalla Warner Bros nel 1941, ma venne girato nel 1948 con un misto di personalità molto forti al suo interno: oltre al regista, delle scenografie se ne occupò un mostro sacro del mestiere come John Hughes e tra gli attori, oltre che al pluripremiato Bogart, compare Walter Huston, padre del regista e premiato agli Oscar come miglior attore non protagonista in quella che sarebbe stata una delle sue ultime apparizioni al cinema.

Completano il cast l’ottimo Tim Holt , spirito bonario e che nel trio rappresenta l’onestà più assoluta. Quello che contraddistingueva quel Cinema è certamente uno spirito cameratesco e di quell’affetto “virile” tra uomini, argomento che purtroppo si è perso nel tempo, affogato dall’individualismo assoluto, (ironia della sorte la pellicola è proprio nordamericana, padri assoluti di tale pratica). Huston in quest’opera ritrova il suo “attore feticcio” Humphrey Bogart, dopo Il mistero del falco, che tra l’altro ha rappresentato il suo esordio assoluto alla regia, e seguendo un percorso di collaborazione che includerà anche L’isola di corallo e La regina d’Africa, ma anche altre opere considerate minori. Huston, innamorato perso dell’opera letteraria cercò di modificare pochissimo i dialoghi scritti da Traven, cercando anche di assumerlo come consulente.

All’inizio sembrava che la cosa dovesse farsi, ma il romanziere non si presentò, facendo recapitare pochi giorni dopo l’imprevisto una lettera al regista in cui si scusava ed adduceva alle cause del suo rifiuto ad un incerto stato di salute. La missiva venne consegnata da tal Hal Croves, che affermava di essere l’agente letterario dello scrittore. Huston, da vecchio volpone del cinema, amante delle trame intricate, fece due più due e credette opportuno, dato l’oblio su chi fosse Traven, associare i due personaggi nella stessa persona. In realtà non si seppe mai se B. Traven fosse Hal Croves, alimentando a sua volta anche l’aura di magnificenza della pellicola. La trama di quest’ultima così semplice in apparenza, rileva un crescendo continuo, così come la personale avidità di Bogart/Dobbs, che da chiedere l’elemosina si ritrova ad essere un ricco cercatore d’oro.

Proprio in questo c’è il cosiddetto sogno americano dell’uomo che si fa strada contro tutto e tutti, ma anche quello che ne comporta in alcuni casi, come la cupidigia e la cattiveria. La personalità losca della pellicola, nascosta bene da gesti apparentemente semplici, affiora appena si entra nel discorso di quella che vuole essere una critica ad un sistema che si arricchisce alle spalle del prossimo e che probabilmente ora avremmo grandi difficoltà a comprendere. La profonda umanità di Walter Houston/Howard e Tim Holt/Bob Curtin sono ossimoriche con Bogart, che da povero accattone si riscopre paranoico e disposto a tutto, rispecchiando così l’essenza dell’uomo ed il suo eterno contrasto. Certamente la narrazione si svolge in maniera rapida, rappresentando un bivio tra il cinema canonico e quello contemporaneo, ed apre una prateria a quello che saranno i vari Hitchcock e Welles. Proprio per questo è doveroso guardarlo, anche per comprendere ulteriormente l’ambizione e la caduta dell’uomo in tutti suoi aspetti.

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