28 Giorni Dopo: Danny Boyle e il suo horror riflessivo (e per certi versi “profetico”)

Questo articolo racconta il film 28 Giorni Dopo di Danny Boyle in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Se c’è una cosa che maggiormente colpisce del cinema europeo rispetto a quello americano è il modo in cui per sopperire ai dollaroni d’Oltreoceano, spesso le idee abbiano più fondamento “artistico”. Il saper giostrare bene con la fotografia ed i tagli macchina può fronteggiare i fotogrammi thrilling certamente più di una tecnologia orribilmente onnipresente. Se poi pensiamo che il film in questione è stato girato praticamente in un’altra era geologica cinematografica (2002), comprendiamo bene che le fatiche del regista vengono ancora di più apprezzate.

Danny Boyle, reduce da l’infruttuoso The beach eccessivamente ridimensionato, usa addirittura per buona parte del film una fotocamera digitale che, oltre ad abbattere in modo sostanzioso i costi, dona alla pellicola quell’effetto sgranato che ancora di più incute timore nello spettatore, ma anche quell’effetto di reportage di guerra, come se i fatti fossero reali e ripresi con mezzi di fortuna. L’opera attinge soprattutto dal romanzo dello scrittore inglese John Wyndham Il giorno dei trifidi, strizzando anche l’occhio a George Romero ed alla sua trilogia dei morti viventi. La sensazione di risveglio, mista allo stato confusionale dell’attore protagonista: quel Cillian Murphy ancora semi-sconosciuto, ma che certamente non sfigura, è qualcosa di difficilmente descrivibile, risvegliando quelle paure recondite di tutti noi.

All’epoca il film di primo acchito non fu compreso, soprattutto la critica che lo etichettò velocemente come film “sugli zombi”, ma in realtà tocca un tema decisamente più profondo come la paura. Quella sensazione raggelante e di solitudine da cui l’uomo è così tanto preoccupato sin dalle caverne. In più aggiungendoci una epidemia generata dagli animali ed una Londra spettrale, irriconoscibile, grazie anche al girato di primissima mattina, e le ansie più remote riemergeranno senza alcun controllo. La City che non viene affatto riprodotta sui set o in computer grafica ci offre chilometri e chilometri di desolante ansia, con un Murphy in cerca di civiltà. Ironia della sorte, il film uscì pochi mesi prima che in Oriente scoppiasse il ceppo virale della “SARS”, che in quel caso fortunatamente risparmiò l’Occidente.

Il dramma psicologico di attraversare i rimasugli di una civiltà annichilita segna profondamente, ci riporta in contatto con l’io più profondo e ci ricolloca allo status di creature uguali a tutte le altre. Il nostro erigerci a “Dei terreni” che modificano a loro piacimento tutto secondo i bisogni ci fa ritrovare a contatto con una realtà estremamente buia, sperduti e senza nessuna alternativa. La stessa causa di questa ipotetica pandemia ci riporta a problemi frutto del progresso, come l’utilizzo di animali per esperimenti scientifici che giustamente toccano temi etici importanti, il che non giustifica comportamenti da invasati da parte di alcuni, che a loro volta ostacolando il progresso scientifico con atti nefasti si riducono a mere marionette in nome di una concezione di “Mondo sostenibile”.

Le disavventure di queste persone però esaltano anche la natura feroce dell’uomo, che nonostante i patimenti se può calpesta il suo prossimo per sopravvivere. I protagonisti, oltre al già citato Murphy, comprendono Naomie Harris, bravissima e con una innata capacità di resistenza anche alle prove più dure, e Brendan Gleeson, attore irlandese che non ha di certo bisogno di presentazioni. Insieme a questi tre emerge l’ancora di umanità che mantiene il nostro trio ancora con i piedi ben saldi a terra e li fa ragionare razionalmente: Megan Burns, una ragazzina che ha perso la madre e cerca con il padre, (Gleeson) di raggiungere lidi più sicuri. Le varie fasi del viaggio intrapreso da questi superstiti, fa risonanza anche a quella Cecità di Saramago o addirittura a Terry Gilliam ed il suo L’esercito delle dodici scimmie.

L’indagine nell’animo umano, che il regista di Manchester compie, nonostante qualche buco nella trama, è poco rassicurante seppur comparabile alla realtà di oggi, ma se non altro lascia nel finale spazio alla speranza in un piacevolissimo cottage nella campagna inglese. Questo genere di opere in sostanza non ha nulla da invidiare alle grandi produzioni, per un semplice motivo: deformano l’arco narrativo in modo pulito e piacevolmente allucinato, non possiedono quello “yankee – humor” che ha poco senso per molti europei e che siamo costretti a sorbirci da decenni, avendo una visione “Americocentrica”, rispecchiando alla perfezione un mondo alla ricerca di se stesso. Boyle dimostra di funzionare alla grande, nonostante i pochi mezzi, confermando se mai ce ne fosse stato bisogno la sua bravura dietro la macchina da presa o come in questo caso ad una semplice telecamera. 

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