Omar Pedrini e i Distruzione: una storia underground

Nel 1990 Francesco Renga cantava che “Milano non è l’America“: debutto inquieto dei Timoria e monito per una generazione di artisti che dalla Piccola Provincia Italiana sognava di trovare fortuna sotto le guglie della (bellissima) “Madunina“.

E nonostante gli anni a seguire, che divennero l’Eldorado del rock alternativo italiano, era nell’aria la consapevolezza che quel luccichio potesse prima o poi finire, che a lungo andare potesse non mantenere le promesse.

Ma si sa che difficilmente le anime dei cercatori cedono alle pressioni del buon senso, e qualche anno dopo un irrequieto Omar Pedrini puntava il suo raffinato olfatto verso il sottobosco, alla ricerca di tuberi raffinati.

A parere di chi scrive Pedrini aveva decisamente la stoffa per diventare un produttore importante. L’evoluzione impressa alla carriera dei Timoria parla chiaro.

E proprio dopo Speed Ball 2020 (Polygram, 1995) il nostro fece una mossa veramente audace in questa direzione, lontana dalle luci della ribalta, vicina ai movimenti sotterranei da cui possono spuntare preziosi metalli.

Una leggenda rimasta tra le correnti underground di un genere considerato tra i più estremi. Dimostrazione che la musica non vive solo di grandi ribalte, ma che è piuttosto intreccio di infiniti suoni, vicissitudini, umanità.

Una storia degna di essere tramandata, in cui i protagonisti sono un disco culto nascosto dalla pressione geologica e il come questa vicenda si andò ad incrociare con una delle band più popolari di quegli anni, ricordata ancora oggi.

Ristampato di recente dalla modenese Jolly Roger Records, pietra miliare di un mondo alternativo: sto parlando di Endogena, lavoro del 1996 dei parmigiani Distruzione.

Insomma, un connubio prolifico fra Omar Pedrini e una band di Death Metal non ce lo saremmo mai aspettato. Coraggio lontano dalle abitudini della nostra gattopardesca industria discografica.

E parlo di coraggio perché la sua scelta si posò su una realtà rigorosa, rispettosa della grammatica di riferimento, di cui è tutt’ora visceralmente parte. Non fu per nulla un’operazione a tavolino, “commerciale”.

Si trattava di mettere su nastro massicce dosi di una rabbia sonora incontaminata, giovanile e ai limiti dell’irrazionale, che come da catalogo e tradizione ha da sempre la missione di girare violentemente il coltello nelle contraddizioni percepite, nelle pieghe della nostra cultura, società e religione.

Materiale che scandalizza molti, a torto o addirittura a ragione, ancora oggi… ecco il punto!

Uscì sotto Polygram e l’effetto fu un terremoto. Il disco fu una rivelazione per il settore e balzò all’attenzione di critica e pubblico. Il nome dei Distruzione veniva affiancato alle nascenti stelle del metal estremo, tra cui Obituary (“Cause of Death“, 1990) e Carcass (“Heartwork“, 1993).

Se gli esperti ti mordono la voglia di suonare“, stavolta successe esattamente il contrario! La stampa specializzata non si lasciò sfuggire l’evento, riconoscendone la straordinarietà.

Senza i mezzi odierni, guidati dal loro istinto musicale, produttore e band conglobarono elementi visionari e apocalittici, letterari e sonori, all’interno di un lavoro compatto, evocativo. Espressionista. Morboso.

Coraggiosamente (ancora) in lingua italiana, è visionarietà intrappolata in un sound moderno, volutamente di matrice underground, che proiettò la band sotto i riflettori dell’epoca.

Addentrandosi nei meandri di un fenomeno ancora in fasce, i Distruzione furono tra i pionieri della parte più ignota e temuta del nostro subconscio musicale, consolidandone le fondamenta e gli intricati tunnel di passaggio; puntando a nord la bussola degli innumerevoli epigoni che si infilarono in quelle strettoie.

Personalità, profondità, perfetta lettura e precognizione dei tempi. Ma anche distorsione, spersonalizzazione e schizofrenia. Mondi allucinati della mente portati violentemente in superficie, il Vaso che si apre, la sottile vendetta di Zeus: la fascinosa Pandora è destinata a portare l’umanità alla perdizione.

La mano di Pedrini si rivelò allora innovativa. Consapevole del trattamento a cui sottoporre un sound che sarà definito “seminale”. Leggendo l’ormai numerosa letteratura, la parola più ricorrente è proprio quella.

Non male per cinque ragazzi della provincia emiliana a metà degli anni 90. Ragazzi che non si sono sciolti come neve al sole e sono diventati riferimento della scena, continuando a sfornare lavori di alto livello.

L’intelligenza della squadra fu nel privilegiare la parte espressiva: un cantato coerente con l’hard core italiano e i solo dalla forte componente emozionale (Ombre dell’anima). Il ruolo guida fu affidato alla tensione compositiva, creando un muro, un impatto fisico brutale eppure altamente psichico (Senza futuro in apertura e Agonia). Densi e dosati con saggezza i momenti rallentati, quasi Doom.

Il fascino e la profondità di un’opera possono prescindere dal gusto personale. I nostri sensi saranno forse disorientati dal provocatorio artwork, dalla tensione indotta dallo sforzo interpretativo e dai passaggi emotivi in chiave “psichedelica” (rivelatrice della psiche), endogeni quindi.

Riconosceremo comunque nel lavoro dei Distruzione la dignità di un costrutto in sé compiuto, riuscito strumento di rappresentazione interiore per mezzo del suono. Una rarità, così come la collaborazione fra due mondi lontani, agevolata dall’intuito, dal coraggio e dall’intelligenza degli artisti coinvolti.

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