Song Exploder: l’intervista di Trent Reznor dei Nine Inch Nails su Hurt è su Netflix

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Song Exploder è un nuovo interessantissimo documentario musicale sbarcato da poco su Netflix: un ricettario di interviste che ha per oggetto un cantautore diverso in ogni suo episodio, con l’assunto metodologico di entrare nella poetica dell’artista,  partendo dall’analisi di un suo brano di successo preso di riferimento. Si tratta di un podcast curato dal musicista Hrishkesh Chandra Hirway, che lo introdusse nel 2014, ospitando artisti di grande fama come Bjork, Weezer ed i Mumford and Sons.

Attraverso i quattro episodi presenti su Netflix, che hanno come protagonisti Dua Lipa, i Killers, Trent Raznor e Natalia La Fourcade, si può subito notare l’impronta inconfondibile che spicca in ogni dialogo tra Hrishkesh Hirway ed propri ospiti: un confronto a tu per tu con i musicisti condotto attraverso la distinta e manifesta sensibilità di chi è esperto del mestiere e parla la stessa lingua dell’interessato.

Ogni conversazione si inscrive in una traiettoria che ruota intorno al perno della canzone analizzata, oscillando tra ironia e serietà, dove l’importanza del dettaglio è trampolino di lancio per entrare nel mondo dell’artista e passare attraverso quelle “tecniche di regia,” che sfuggono solitamente e appositamente all’occhio nudo dello spettatore in platea e che sono fondamentali per raggiungere l’effetto desiderato. Quello che vediamo è sempre il prodotto di un labirintico processo di costruzione, che attraversa un complesso d’artificio di cui non veniamo mai a conoscenza.

È un po’ forse anche questo il messaggio che Trent Raznor, frontman dei Nine Inch Nails e protagonista del terzo episodio di Song Exploder, infatti voleva trasmettere attraverso le grafiche di un album sinestetico, quale è The Downward Spiral, spaziante tra i rigori metallici delle forme geometriche ed i gironi psichedelici che si succedono ripetutamente nel corso del video. L’originalità dell’intervista è quella di saper girare intorno alle cose: essa avviene come il passaggio di una palla tra le parti componenti, che sfiorano i confini dell’indicibile senza addentrarvisi.

Trent Raznor parla dunque di se stesso e di Hurt, traccia di coda del secondo album del gruppo, realizzata il 17 aprile 1995 e vincitrice dei Grammy Awards nel 1996 come Best Rock Song. Verrà poi re-interpretata e ri-arrangiata da Johnny Cash nel suo album American IV: The Man Comes Around in una nuova e personalissima versione, che la porterà al massimo del successo. Il videoclip si aggiudicherà infatti svariati premi negli MTV Music Awards del 2003 e la nomina di video dell’anno nei Grammy Awards, nonché quella di miglior video di tutti i tempi nel NME nel giugno 2011.

Hrishkesh Hirway, nelle proprie interviste, ha la sottile maestria di saper scendere nell’intimità dell’intervistato pur restando in superficie: con l’audace abilità di accettare il proprio ruolo di spettatore, senza avanzare la superba pretesa di raggiungere abissi dei sacrosanti e personalissimi segreti che si celano dentro la sua arte. Il tentativo elegante di captare il giusto, pur danzando nei margini di un’immacolata discrezione. È infatti alla luce di un totale rispetto che egli si rivolge a Trent Reznor, il quale esprime subito la volontà di non parlare dei testi e dei significati precisi  delle proprie canzoni, dal momento che potrebbero essere oggetto di critiche che li discosterebbe dagli intenti originali conferiti.

Egli ribadisce più volte come la musica sia sempre stata per lui, oltre che un rifugio, una forma di espressione istantanea: un’emozione che nasce ex abrupto e che va riportata cruda ed nel suo stato brado, frutto di una spontanea ed intima sperimentazione, nonché prezioso scambio di introiti tra l’esterno e l’interno di una personalità in conflitto. La manualistica scuola di pensiero di Take your broken art and turn into a piece of art viene affrontata con la naturalezza di un album che racconta l’autodistruzione e la perdita di sé, passando attraverso una violenta catarsi che culmina nella forma inedita del pezzo finale, quasi fuori genere e dallo stile del tutto nuovo.

Nella fase di produzione del singolo, Raznor rivela di aver lamentato la resa della propria voce risultante dalla registrazione, a sua detta troppo melodica e lontana dall’espressività desiderata. Un’espressività che sarebbe stata raggiunta dal timbro più chiaro e diretto di Bowie (con cui il cantante duettò in una perfomance del pezzo stesso) e che decise di raggiungere abbassando i volumi della parte cantata nell’arrangiamento. Egli voleva risultare vicino, ma allo stesso tempo distante distante da ciò che voleva esprimere, gravitando intorno ad un fare poetico che si mostrava a metà. Una volontà che va contro se stessa e il paradosso di un bisogno di portar fuori e quasi vomitare un profondo senso di solitudine, in conflitto diretto con l’estrema necessità di nascondersi dal sentimento. Il caos celato dentro la mimica composta e impassibile dietro la maschera di un volto greco. Un entrare ed uscire dal sipario che fa quasi girar la testa, sempre in punta di piedi sul un filo metallico che è nucleo di tutto l’album.

È proprio sui suoni metallici, infatti, che si erge la storia e che si racconta: la fenomenologia dell’emozione di Raznor narrata in Hurt. L’intero pezzo si erge sulla continuità di una sonorità costante e posta sulla medesima frequenza, che ricorre all’inizio e alla fine, quasi a suggerirne una chiusura circolare. Un rumore grave e fisso, un ronzio, che trae ispirazione dal termosifone dei film di David Lynch e ben preannuncia la situazione di una guerra imminente. Il sound design del cinema come un must inconfondibile nell’introspettiva ingegneria del suono di Trent Renzor.

I focus è sulla chimerica atmosfera che pervade verticalmente tutto il brano, impregnato di un profondo senso di dis-orientamento sentito dalla complessa personalità di un  «outsider», che vaga tra le macerie e le insidie dei propri tormenti interiori. È il risultato della sperimentazione e di una spontaneità che rinunciano alla tecnica e all’artificio, brillando alla luce della propria, brutale e nuda verità.

Piuttosto che sulle parole (che costituiscono la parte fondamentale di ogni canzone), l’accento si  sposta  sugli imprecisi effetti strings di un pezzo che diventa un viaggio autoreferenziale all’insegna dell’incertezza e che ha, in fin dei conti, l’obiettivo di «cancellare il dolore». I sipari si aprono e si chiudono sulle onde di suoni indefinibili, assimilabili ad un organo a canne, che suscita un senso di apertura e diventa il fulcro dell’arrangiamento. Incerto ed impreciso, cammina in un crescendo di accordi altisonanti dai margini scivolosi: una mina vagante nella frequenza della propria incertezza, arricchita da un riverbero solenne superbo che le dona credibilità, quasi a farla diventare importante e potente.

Tutto accade in sincronia con un’ascendente progressione di accordi imperniata sempre sulla medesima nota: una sovrapposizione di chitarre distorte che all’unisono assistono alla pioggia del disagio cantato nel ritornello, offrendovi quasi una forma di riparo e rifugio. La confusione sporca che culmina nella pace di un sentimento che prende forma, sfociando in una marea di fiducia che anestetizza il dolore:

“It feels like human and that was meant to turn the lights up. You’ve been underwater. Bring you up to kind of emphasize the climax of the song”.

Hurt è come un quadro dal gusto pollockiano ed un’eroica odissea attraverso una labirintica radura di un’emozione in fermento. È confusione che si trasforma in speranza, «l’illuminazione» che irrompe nel bel mezzo del «cammino tra le macerie» e che Johnny Cash saprà ancora tradurre ancora meglio in termini di speranza.

Hurt è il brano più caro di Trent Reznor, che viene cantato alla fine di ogni concerto dei Nine Inch Nails, ormai vissuto e rivisitato in ogni sua sfumatura.

I am making a connection with people.
For someone who doesn’t feel that comfortable around people,
It’s powerful

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