Gli ultimi giorni di Pompeo: il poema a fumetti di Andrea Pazienza sull’inferno della dipendenza

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Andrea Pazienza non è una figura legata a Bologna: letteralmente, è Bologna. Lo sono il cinismo, il disagio da studente fuori-sede squattrinato, i personaggi che si incontrano, ogni giorno, fra un portico e l’altro. Lo sono quelle assurde e geniali scritte sui muri, che solo senza cuore si potrebbero liquidare soltanto come «oltraggio al pubblico decoro». Lo sono quegli individui che sembrano usciti da un inedito di Lucio Dalla sotto acidi. Non basta avere letto Pazienza per capire a fondo Pazienza, e nemmeno aver visto il bel film Paz! che ne riprende personaggi e mondi: forse bisognerebbe soggiornare a Bologna, ma anche in tal caso non sarebbe sufficiente una vita per decifrarne gli anfratti, i misteri, i riti urbani. Forse davvero siamo condannati a non comprendere a fondo Pazienza: di sicuro l’Italia intera al di fuori di Bologna, con le proprie colonne di cultura istituzionale, non ci ha nemmeno provato per anni.

Destino, questo, comune a tanti artisti del fumetto nostrano, cui troppo tardi è stato riconosciuto lo status di artisti, autori, scrittori veri e propri: ad abbattere questo muro, casualità, ha contribuito un altro personaggio legato a Bologna e al Dams di cui Pazienza fu fra i primi studenti, Umberto Eco. Pazienza appartiene proprio a quella generazione che ha visto il professor Eco scappare dai tetti di via Zamboni durante le contestazioni e che, di lì a poco, avrebbe sfiorato i famigerati delitti del Dams, le cui dinamiche ancora sono oscure. Il passaggio fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta a Bologna assume molti volti: quello delle rivolte, degli Skiantos, delle forme di espressione alternative, infine delle droghe.

Parlare di droghe spesso porta a fraintendimenti, facili (pre)giudizi, banalizzazioni. (Pre)giudicava, certo, quel critico milanese che affermava come Lou Reed in dialetto meneghino si pronunciasse «Lùrid» («sporco, lurido»); (pre)giudicava chi prendeva in giro i figli dei fiori per le loro psichedelie, chi urlava al mostro vedendo gli eroinomani per strada, quasi fossero malati infetti. L’unica parola che si può dire, da parte di chi non c’era e non ha vissuto, è di rimando: a film come Amore tossico (1983), capolavoro dimenticato di un regista altrettanto dimenticato quale Claudio Caligari, o a Gli ultimi giorni di Pompeo di Pazienza. Pubblicato a puntate su Alter alter nel 1985 e poi, ampliato e completato, nel 1987 per gli Editori del Grifo di Montepulciano, è fra le ultime fatiche dell’autore, morto un anno dopo in circostanze mai chiarite: nessuna dichiarazione ufficiale dei familiari, un trascorso di tossicodipendenza e un periodo di riabilitazione all’estero di poco precedente il decesso. Se è sbagliato (pre)giudicare, lo è ancora di più parlare senza possibilità di replica: d’altra parte, quanto c’è da sapere su quella discesa agli inferi che è la dipendenza, lo ha detto Pazienza stesso nella sua opera più testamentaria. Detto, e soprattutto disegnato, con quella spietatezza senza sentimentalismi e retoriche che solo chi sa di cosa parla sa adoperare.

Gli ultimi giorni di Pompeo è un racconto autobiografico. L’autobiografia letteraria, come genere, si collega alla antica pratica della expositio sui: io che vi parlo sono la verità; il mio corpo è verità; il mio corpo è prova che ciò che dico è vero, perché ne reca i segni. Socrate, bevendo la cicuta, dimostra mostrando (cioè con la mostra di sé ne dà dimostrazione) la propria filosofia. Cristo in croce dimostra la propria mortalità, fulcro del Nuovo testamento: per dimostrarla doveva recarne le ferite, ed esporle nel punto più in vista. Pier Paolo Pasolini è morto dentro tutto ciò che per un’intera vita ha raccontato. Questi ultimi tre esempi sono ripresi da una canzone dei Baustelle, Baudelaire (2008), che ben si potrebbe adattare a Pazienza. Quale che fosse la sua vita, intesa come esperienza vissuta, nessuno meglio di lui l’ha saputa trasporre, e rendere universale, in fumetto.

Il protagonista Pompeo è di fatto l’autoritratto di Pazienza nel pieno della propria dipendenza da eroina. A Bologna è nel pieno della propria produttività e notorietà come disegnatore; insegna in svariate accademie, conduce mostre e dirige riviste. Quando rientra fra le mura domestiche, il vuoto sguardo inquirente ella dipendenza fa da padrone. Non si narra, tuttavia, di una doppia vita: lo sconforto che lega persona pubblica e individuo privato è inscindibile. La lettura de Gli ultimi giorni di Pompeo fa lo stesso effetto di un ascolto di Heroin dei Velvet underground: il ritmo narrativo/musicale incalza, fino al batticuore e al successivo spaesamento totale. Pazienza disegna il proprio capolavoro su fogli sparsi e quaderni a quadretti, fedelmente riportati nelle varie edizioni a seguire: l’immediatezza si fa materia, il bisogno urgente di esplorare a fondo una vita, per riportarla e renderla eterna, incalza a una lettura febbricitante.

Di Pazienza come disegnatore non si dice mai troppo: nel corso della stessa tavola sa passare dall’iperrealismo di Magnus alla plasticità di Lorenzo Mattotti, entrambi suoi colleghi alla Scuola di fumetto e arti grafiche Zio Feininger. Il suo talento grafico stupisce tuttora. Meno si discute della sua bravura come scrittore: Gli ultimi giorni di Pompeo alterna in modo caotico focus, punti di vista, monologhi e narrazione esterna, creando un tessuto cucito a mano di realtà. Lo slang utilizzato ricorda alcune espressioni bolognesi e centro-italiane; gli errori ortografici e sintattici gettano nell’immediato del racconto, mentre le brutture calligrafiche fanno da contrappunto alla straordinaria grafia. Quanto alla trama, non c’è mai davvero nulla di significativo: è una discesa, continua e ineluttabile, verso il buio. L’incipit del poema, perché di poema a fumetti si tratta, cita La terra desolata di T. S. Eliot: vale come monito per chiunque voglia addentrarsi nel mondo (questo mondo) descritto da Pazienza. Il quale, si è detto, muore nel 1988. A Montepulciano, dove si era ritirato per stare alla larga dalle droghe e vi aveva scritto Gli ultimi giorni di Pompeo. Non troppo lontano da quella Bologna che ancora a distanza di decenni, facendone il cantore non più di una generazione ma di una sensibilità irripetibile, non l’ha dimenticato.

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