The Avengers: analisi dei personaggi Marvel tra normalità e divinità

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È ormai trascorso un anno dal memorabile capitolo finale della saga dell’Infinito.

Un anno che ci ha permesso di riassaporare meraviglia e commozione, interiorizzarle e analizzarle nelle loro molteplici venature: mai sazi di quella gemma rara che è Avengers: Endgame – e della sua prima metà Infinity War, incastonate a costituire un diamante indiviso, pietra miliare nella cinematografia fantasy e non solo.

Il progetto di un universo cinematografico condiviso – il Marvel Cinematic Universe – arrischiato e poi concretizzato dallo showrunner Kevin Feige con risultati all’inizio impensabili, con Endgame è giunto alla stazione conclusiva della sua prima decade: iniziato nel 2008 con Iron Man, ci ha regalato un’epopea che sarà difficile dimenticare quanto replicare.

Non è questa la sede per raccontare la storia del MCU – già riassunta qui – ma per tentare un’analisi del successo del progetto e dei suoi significati.

Il mosaico della meraviglia

“Il tempo passato alla Marvel è davvero insostituibile”

Anthony e Joe Russo

È un principesco mosaico quello creato dalla task force Marvel/Disney, un collage di generi, stili e registri assai diversi, una strategia inclusiva che lungo un decennio ha saputo creare un universo plausibile e avvincente.

Ancor più raffinato di un mosaico o di un componimento a più mani, il progetto MCU ci ha ricordato il web, un ipertesto dove le diverse sensibilità e intuizioni hanno dato vita a un corpo testuale multilivello dotato di coerenza interna, innervato dalla luce sapiente di Kevin Feige e degli sceneggiatori Christopher Markus e Stephen McFeely. Possiamo quasi paragonarlo all’androide Visione, generato dalla mappa sinaptica di Tony Stark e Bruce Banner – intelligenza e bestialità, i due poli opposti degli Avengers – e animato dalla Gemma della Mente.

Una forma di narrazione corale adeguata al presente, tanto quanto la metodologia di lavoro che ha visto i diversi registi (e pure gli attori) presenziare regolarmente alla lavorazione di ogni nuovo film: alla ricerca di spunti per il successivo capitolo, affinché non venga smarrita l’organicità e la coerenza di quell’universo.

Se ogni mosaico di pregio si compone di materiali di pari pregio, anche l’universo Marvel non poteva fare a meno di grandi personalità e talenti. La visione di Kevin Feige non giocava al ribasso: per dare dignità al genere cinecomic servivano interpreti di grande fama e reputazione. Per rendere credibile un supereroe era indispensabile incarnarlo in un attore talentuoso e conosciuto al grande pubblico.

Dopo l’exploit di Robert Downey Jr. – che a breve sarebbe diventato l’attore più pagato di Hollywood – si sono aggregati al progetto diversi grossi nomi, insieme a vecchie glorie e giovani di talento.

Sul piano della regia abbiamo assistito a un crescendo sontuoso e talvolta spiazzante: si è passati dallo scanzonato e spericolato Jon Favreau alle atmosfere shakespeariane di Kenneth Branagh. Dallo stile lineare e fumettistico di Joss Whedon a quello sincopato e adulto dei fratelli Russo. Dalle intemperanze tarantiniane di James Gunn alla commedia indie di Taika Waititi. Un cocktail condito da un onnipresente citazionismo pop – esplicito o implicito – usato non solo come intercalare nel saliscendi della narrazione, ma per stabilire una complicità con il pubblico di riferimento.

La scommessa è risultata vincente, con una maturazione nelle diverse fasi della scrittura, della tecnica registica e dei registri stilistici, che talvolta hanno spiazzato lo spettatore: ma tali da rinnovare lo stupore a ogni nuova uscita.

The Fabulous Avengers

“Gli Avengers si sono sciolti…”
“Sciolti come? come una band, come i Beatles?”

Eccoli, divisi e spaccati come i migliori gruppi rock.

Lo schema del mosaico Avengers ce lo fornisce la più importante band della cultura pop: due primedonne che alla fine si scontreranno (Iron Man e Captain America); un terzo polo che fatica a trovare identità e posizione (Thor / Hulk); un gregario piuttosto abile nel farsi trovare al posto giusto nel momento giusto (Black Widow / Hawkeye / Ant-Man).

Come i Beatles, consegneranno al pubblico il loro Abbey Road camminando uniti per l’ultima volta sulle strisce: quelle del tempo.

Endgame è il gomitolo che raccoglie i fili di dieci anni e una ventina di film: una fine del gioco in senso assoluto, poiché tutta la vicenda ruota intorno al ritiro dei nostri, al ricongiungimento con l’alter ego ordinario di ognuno.

Così, il fallimento sperimentato in Infinity War permetterà di compiere il viaggio che riporta luci e ombre all’unità perduta.

Iron Man scopre il Tony Stark padre di famiglia, riconciliandosi simbolicamente e poi letteralmente con il padre Howard.

Bruce Banner si riconcilia con Hulk: i due esseri si fondono e trovano una convivenza fisica e mentale.

Scott Lang / Ant-man scopre di essere un vero supereroe: tra sbeffeggi e disprezzo, sarà il personaggio che innesca l’azione della rivincita su Thanos.

E poi c’è il Dio Thor che si scopre anti-Dio, un white trash che ha sostituito la birra al Mjolnir e i video games alle battaglie. Si rifugia nell’oblio diventando poco alla volta la parodia di sé stesso: come in una sit-com, lo vediamo affacciarsi allo schermo e ammiccare con quel faccione da ragazzo ipervitaminizzato, quasi volesse dirci che il suo personaggio è pura finzione, il dio di una mitologia nordica venduta a buon mercato di cui si è imbevuta molta cultura (non solo pop) del Novecento.

In realtà Thor ha ben poco della divinità: macchiettistico già dal primo film – come il fratellastro Loki del resto – più interessato alla bisboccia che ai doveri regali: il suo iter narratologico porterà a compimento la trasformazione, regalandoci un Lebowski oltredimensionale che dovrà poi cedere simbolicamente il suo status di semi divinità a Captain America.

Capitani sapienti e coraggiosi

Cap: “Hai fegato, ragazzo… da dove vieni?”
Spider-Man: “Dal Queens”
Cap: “Brooklyn”

Steve Rogers / Captain America è il vero Dio dell’universo Marvel.

Lo sdoppiamento tra normalità e divinità, tra uomo comune e uomo potenziato, sfuma fino a scomparire del tutto: dopo la messa al bando per via degli accordi di Sokovia, gli verranno requisiti scudo e uniforme e Cap tornerà a essere Steve Rogers, senza doppie identità. All’apparenza un uomo comune e anonimo quanto il nome che porta: in realtà un Dio nato a Brooklyn.

È un supereroe ancor prima di diventarlo: lo è in virtù della sua innata forza morale – il suo vero superpotere –  e dopo aver conosciuto in gioventù la debolezza e la compassione, il mondo degli umili.

È il difensore degli ultimi, colui che raddrizza i torti, campione di un’umanità sofferente.

È un uomo che vive fuori dal tempo e risulta fuori posto in ogni epoca, negli anni ’40 come nei 2000: mai realmente integrato poiché troppo elevato spiritualmente rispetto alla modernità con cui deve convivere.

Perché dietro il patriottismo a stelle e strisce, le scazzottate e la moralità incorruttibile, Steve Rogers è inconsapevolmente un Antico, il depositario di una sapienza immutabile e perfetta, ancestrale.

È il Primo Vendicatore nonché motore immobile degli Avengers, il depositario di un Principio etico che si sostanzia nell’azione. Lo era da ragazzino rachitico, lo è stato dopo il potenziamento e dopo settant’anni di ibernazione: e continuerà a esserlo, poiché il Principio non è soggetto al mutamento.

Se il mondo moderno è votato alla liquidità, al dissolvimento dei confini tra categorie e identità, Steve Rogers è lì a dirci che il bene e il male esistono, che l’uomo esiste e con esso la sua realtà.

È il vero Dio tra gli Avengers, un archetipo della conoscenza: non quella razionale e discorsiva di Stark, che persegue fini pratici, ma una Verità superiore che gli permette di distinguere aprioristicamente il bene dal male e perseguire la giusta via.

Austero e severo, abita una dimensione quasi religiosa affine a quella mistica del Dr. Strange: entrambi distanti dall’ironia in cui vediamo agire gli altri Avengers.

È solenne e sacerdotale, eroico e plebeo al contempo: sapienza, spirito guerriero e origini umili in un solo individuo. Attraversa e unifica le tre caste, i tre ordini in cui si strutturavano le società tradizionali.

È l’iniziato alla gnosi che possiede la scintilla divina, non sottomesso ad autorità temporali inferiori al suo senso morale – si tratti dell’intelligenza artificiale Ultron o l’ONU.

Se Thor diventerà uomo, trasformandosi in eroe leggero all’interno di una cornice che lo rende macchietta consapevole, Steve Rogers si eleverà a semidio capace di brandire il martello e sfidare Thanos alla pari.

Antico abbiamo detto. Si dimostra infatti scettico nei confronti del progresso, atteggiamento contraddittorio per un supereroe nato da un esperimento scientifico trans-umanista: questo paradosso ci dice come Steve Rogers abbia sempre avuto consapevolezza di essere un predestinato, super-umano anche quando il suo corpo non glielo consentiva. La scienza lo ha solo reso possibile, mettendo in atto ciò che era già in potenza.

Del resto la manipolazione delle leggi fisiche e di natura poco importa per Cap, più interessato alla dimensione dei principi eterni che alla magia, scientifica o soprannaturale che sia.

Ferro, ego e frammentazione

“E poi mi sono detto: perché fermarsi qui? Naturalmente ci sono persone che ritengono il progresso pericoloso, ma nessuno di quegli idioti ha mai vissuto con un torace pieno di schegge”

Tony Stark è un uomo simbolo della sua epoca: iperattivo, mediatico, individualista, “genio, miliardario, playboy e filantropo”. Uomo vitruviano. Membro dell’establishment con tendenze anarcoidi, liberal ma a suo modo trumpiano.

Incarna al massimo livello la dispersione nel molteplice, la frammentazione dell’attività umana in tutti i campi in cui riesce ad esprimersi – come l’armatura che indossa, composta da innumerevoli parti meccaniche dotate di vita propria.

È un flusso, un divenire costante, tesi-antitesi-sintesi come la concezione hegeliana della storia o quella marxiana del progresso. Neo-umanista e post-umanista tecnologico, allo stesso tempo. Uomo rinascimentale che ritrova sé stesso in una caverna grazie a una protesi meccanica.

Rivela una tendenza psicologica alla dissolutezza – il suo stile di vita glamour – e un orientamento metafisico alla dissoluzione dell’umano – il suo fidarsi e affidarsi alla tecnologia e all’intelligenza artificiale.

È il polo opposto di Captain America: se il dominio di Cap è lo spazio interiore – della morale e dei principi – quello di Stark è l’azione, in cui si esercita il potere temporale degli stati e dei governi.

Se Steve Rogers è il sapiente che conosce la Verità, Tony Stark è il genio individuale che produce idee: genio nell’accezione umanistica, che in nessun modo può supplire alla mancanza di una conoscenza vera.

Thanos

È il Big Bad per definizione, un villain sontuoso per maestosità e forza.

Non ha veri nemici, quasi tutti palesemente inferiori al suo potere, ma solo ostacoli di cui sbarazzarsi: il suo più grande avversario è il caos naturale dell’universo, che mira a sottomettere e riordinare attraverso una volontà titanica. Come i re e gli imperatori di origine divina – o i tiranni più sanguinari – ambisce a un potere assoluto: quello di vita o di morte sugli esseri viventi, da esercitare con uno schiocco delle dita.

È ineluttabile come il Destino. Flagellatore di popoli come un dio biblico. Tirannico quanto un neonato o un anziano. È il Politico manicheo di Carl Schmitt che opera lungo l’asse fedeltà/ostilità, ma con un progetto di sterminio egualitario.

Sa spingersi oltre la pietà e i sentimenti, considerando il sacrificio lo strumento più importante per raggiungere uno scopo superiore.

La sua utopia è oltre-ideologica, fanatica e millenarista, poiché mira a un ordine superiore: un Optimum folle fondato sul sangue.

Il suo agire è politico, totalizzante e totalitario, poiché discende dal terrore ed è esercitato come un diritto feudale.

In nome di una pietà iconoclasta, Thanos uccide e divide: famiglie, affetti, storie, narrazioni, universi, con lo scopo di riportare equilibrio nel sistema-mondo e nella vita. Costringendo di fatto gli Avengers a misurarsi con la parte normale di sé stessi.

La normalità sarà il premio per aver raggiunto il suo scopo: la pace sotto forma di ritiro del guerriero come lo fu per Cincinnato, dopo una vita spesa in guerre e distruzione.

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