Zootropolis: significati e pregi di una piccola perla Disney

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Nel 2016, i Walt Disney Animation Studios ci hanno deliziato con Zootropolis, loro 55° classico. Un successo di pubblico, con incassi per più di un miliardo, e di critica: effetto di un riuscitissimo mix di avventura, risate intelligenti, inventiva e profondità.

Una pellicola purtroppo sempre attuale, che curiosamente ha anticipato di qualche anno per argomenti e dinamiche il meraviglioso Blakkklansman (2018) di Spike Lee.

Trama

Iniziamo dal plot. Si parla di un mondo dove gli animali, partendo dal superamento degli istinti primordiali, giungono all’antropomorfizzazione. Le prede convivono tranquillamente con i predatori, e tutti indossano magliette, pantaloni, giacche e cravatte.

Zootropolis è una metropoli, una sorta di New York animale, dove le meraviglie e i contrasti di questa società convivono ed esplodono al massimo grado.

Protagonista è la coniglietta Judy Hopps, con il suo sogno di diventare poliziotta. Nessuno scommette su di lei, poiché si tratta di una professione solitamente destinata ad animali grandi e grossi.

Al suo fianco troviamo il volpone trafficone Nick Wilde, apparentemente cinico e disincantato.

Si conosceranno e inizieranno a lavorare assieme alla risoluzione di un caso, un pericolo che affligge la città.

Una sceneggiatura fluida, moderna, avvincente, scritta con perizia e cronometrata al secondo.

Nel più perfetto stile Disney per quanto riguarda l’asciuttezza, al passo con i tempi per la grande varietà di avvenimenti. Sicuramente il cervello va acceso, durante la visione.

Il ritmo è sempre alto, non mancano colpi di scena (ad esempio sull’identità del cattivo di turno), e in generale situazioni imprevedibili.

Piccolo spoiler: niente amore a fine racconto, ma un’amicizia nata in modo graduale e credibile. Davvero apprezzabile. O chissà, forse sarebbe stato un atto coraggioso?

Personaggi

Il cast di comprimari è nutrito e variegato, e lasciamo a voi il piacere della scoperta. Una battuta riuscita, un momento toccante, un disegno accattivante: ognuno ha i suoi buoni motivi per essere ricordato.

É però obbligatoria qualche parola in più per i due riuscitissimi character già citati.

Judy Hopps: impossibile non adorare questo tenero, piccolo, tenace, positivo personaggio. Il suo ottimismo è contagioso. L’immedesimazione con lei è immediata, e non capita così spesso.

Nick Wilde: irresistibile, furbo, bastardo, istrionico. Vivacchia alla giornata con espedienti ai limiti della legalità, qualcosa di piuttosto inedito per gli standard Disney. Camicia, cravatta, mani in tasca, occhi socchiusi e stecco del ghiacciolo in bocca: è già un idolo.

Animazione

Guardate con i vostri occhi. Espressiva, allegra, coloratissima, realistica, fantasiosa, lussureggiante. Fantasia ovunque, ogni centimetro di fotogramma trasuda “pienezza”.

Appare come la naturale evoluzione del classico segno a matita Disney: la sensazione è di trovarsi davanti al Libro della giungla della nostra infanzia in versione CGI.

Colonna sonora

È un cartone animato Disney, come si può non dire qualcosa sulla soundtrack?

Chi non sopporta lo stile musical, può stare tranquillo. Del resto, come dice il capitano Bogo, “Non siamo in un cartone animato, dove i nostri sogni si avverano improvvisamente dopo averli cantati.” (a memoria).

Unica canzone è Try everything di Shakira, presente anche nel cast vocale come interprete della star Gazelle. Di certo la major non ha bisogno della celebrità del momento per assicurarsi il richiamo al botteghino, ed è una pratica che spesso rende datato il film nel giro di qualche decennio.

In ogni caso, l’invasività della cantante nel racconto è ridotta al minimo (merito degli Studios nell’eterna lotta contro la divisione marketing), e va detto che si tratta di una strategia utilizzata da sempre (Musica, maestro!)

Se però questa scelta ci dona momenti spettacolari come la sequenza “panoramica” (assolutamente “da cinema” – come tutta la pellicola, del resto) dove Judy, cuffiette alle orecchie, osserva meravigliata Zootropolis assieme a noi per la prima volta, allora possiamo chiudere un occhio.

Gli strumentali sono di Michael Giacchino, e infatti qua e là ricordano Ratatouille. In film di questo tipo, solitamente le orchestrazioni rimangono in sottofondo, senza spiccare più di tanto. In questo caso, invece, possiamo ascoltare un commento spesso originale e perfettamente abbinato all’azione.

Ispirazioni e rimandi

L’atmosfera è a metà tra una buddy comedy e una demenzial – genialata del Team Apatow.

Omaggio e parodia si mescolano, nella ripresa di clichè tipici: il capitano duro e scontroso, il poliziotto pacioccone fissato con le donuts, gli sfottò circa le “quote integrazione” (in un film dal messaggio contrario!). Scuola di polizia è dietro l’angolo.

In ambiente cartoons, Zootropolis è la versione 2.0 di Chicken little. Gag, sfondi, design di determinati personaggi: il tutto ripensato con grande padronanza ed abilità.

Qualche altro leggero eco può arrivare da Monsters university e Madagascar.

Più nello specifico, Nick è evidentemente la versione computerizzata di Robin Hood, sopratutto da cucciolo, con una spruzzata di Dodger da Oliver & Company per quanto riguarda il carattere.

I veri nerd non potranno poi non notare la somiglianza tra Duke Donnolesi e Dijion, anche come recitazione (chi se lo ricorda?)

Chiudo con Jungle Town: dubito a Burbank l’abbiano letto, ma la somiglianza è forte. Tra parentesi, vale la pena recuperarlo.

Messaggi

I discorsi portati avanti sono fondamentalmente due, e si intrecciano fra loro.

Uno è tipicamente disneyano (e dunque statunitense): “Tu sogna e spera fermamente, dimentica il presente, e il sogno realtà diverrà”. Il giudizio della società non è importante: a chi si pone con positività e determinazione nei confronti della vita, il successo personale arride sempre (anche se sei una coniglietta donna di una gracile specie di scarso valore). Qualcuno potrà dire che il mondo reale è un’altra cosa, e forse è così. Ma ogni tanto è bello lasciarsi ammaliare. “I want to believe”. Lasciamo sgorgare questo messaggio nella sua pura potenza per i bambini e – soprattutto – per gli adulti.

L’altro è la lotta al razzismo, alla discriminazione, alla paura del diverso. Il “filtro” applicato degli animali rende il racconto meno “sovversivo” e più “sorprendente”, e dunque anche maggiormente capace di generare riflessioni.  Se si trasla tutto in un’ottica umana, ci si rende immediatamente conto quanto la Disney abbia voluto osare. Leggere all’ingresso di un negozio “Ci riserviamo a piacimento di non servire nessun carnivoro” evoca pagine nere della nostra Storia. E osservare come alimentare la paura per una specie (vogliamo chiamarla etnia?) sia utile per scalata al potere, ci ricollega subito al presente. Nick è una volpe, un carnivoro, ma non è cattivo. Non è un popolo, è la singola persona – eventualmente – ad esserlo. Lo stereotipo e la diffidenza l’hanno messo ai margini della società, non dandogli altra scelta che diventare così come lo vediamo all’inizio del racconto.

Conclusione

Zootropolis ha avuto due registi: Byron Howard, già direttore del più tradizionale (ma freschissimo) Rapunzel, e Rich Moore, a capo in passato di Ralph Spaccatutto, Classico innovativo per lo stile Disney.

E’ un film senza difetti? Ovviamente no, ma sono minimi, e il godimento prevale sulla puntigliosità. Ad esempio, i riferimenti alla tecnologia sono forse eccessivi, il concerto finale è una nota stonata e sarebbe stato necessario qualche approfondimento in più sul passato e la vita di tutti i giorni di Nick.

Ma non importa, va bene così. Perché è un film necessario: ai piccoli servirà per crescere meglio, ai grandi per tornare bambini.

Possiamo spingerci a dire Capolavoro?

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