Gli abissi marini: tra scienza, arte e mito

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Affermare che conosciamo più lo spazio siderale che non gli abissi marini o le profondità della Terra può sembrare una considerazione esagerata ed, invece, non è del tutto azzardata. Dagli albori delle antiche civiltà, gli occhi dell’uomo si sono levati con maggiore attenzione verso il cielo, associando “ciò che sta in basso” a qualcosa di negativo e di pericoloso.

Le distese oceaniche ricoprono circa il 71% del nostro pianeta, tanto è vero che sarebbe più corretto chiamarlo “Mare” che non “Terra”.

Alcuni studi recenti hanno ipotizzato che 3,2 miliardi di anni fa il nostro globo fosse un mondo acquatico. Gli indizi sono stati reperiti in un sito geologico conosciuto come “Panorama district”, nell’Australia occidentale, analizzando un’antica porzione di crosta oceanica, proprio risalente a 3,2 miliardi di anni fa. Gli studiosi hanno individuato la presenza di diversi isotopi di ossigeno, rivelatori delle antiche interazioni tra rocce ed acqua. La raccolta ha rivelato una maggiore presenza dell’ossigeno 18, un isotopo più pesante del 16. Questo dato scientifico indicherebbe in quell’epoca l’assenza di terre emerse che, invece, normalmente tendono ad assorbire gli isotopi più pesanti di ossigeno.  

Scienza ed esplorazioni

Nel linguaggio scientifico con il nome di “oceano” si indicano le distese di acqua più ampie che separano le masse continentali, formando un sistema configurativo continuo su tutto il globo. Pertanto, le acque oceaniche circondano tutti i continenti emersi, nell’attuale posizione dopo milioni di anni di frenetici spostamenti, ma presentano caratteristiche morfologiche diverse, a seconda delle qualità fisico-chimiche delle acque, come ad esempio la salinità. Quando invece si utilizza il termine “mare”, si vuole indicare quella tipologia di distesa d’acqua che si trova tra le terre emerse, formando bacini più o meno chiusi e meno profondi rispetto a quelli oceanici. La distinzione tra “oceano” e “mare” non è, tuttavia, così netta ed ha un valore soltanto tassonomico e semantico, riferendosi soprattutto alle differenze del fondale: quello marino è costituito da un basamento di “crosta continentale”, mentre l’altro presenta particolari conformazioni, tanto da essere denominato “crosta continentale”. I fondali oceanici, infatti, non sono formati da superfici pianeggianti, ma da alcune strutture morfologiche ben individuate, come la piattaforma continentale, la scarpata continentale e la misteriosa piana abissale. È superfluo ricordare che nel linguaggio letterario ed artistico, come in quello comune, con il sostantivo onnicomprensivo di “mare” ci riferiamo all’intera massa d’acqua dove hanno avuto origine le prime forme di vita del nostro pianeta e senza la quale qualsiasi altro sviluppo sarebbe stato impossibile.

La scienza moderna ha constatato, con ragionevole certezza, come le forme più antiche di vita sulla Terra siano nate proprio sul fondo degli abissi. Si tratterebbe di microorganismi vissuti addirittura circa tre miliardi di anni fa, in un’era geologica (archeozoico), ritenuta quasi del tutto incompatibile con la vita, per le sue condizioni ambientali estreme. Questi antichi microorganismi sarebbero stati dei batteri procarioti, in grado di svilupparsi sul fondale marino in totale assenza di luce, di ossigeno e riuscendo a sopportare temperature elevatissime. Con l’avvento della successiva era paleozoica, la vita nei mari esplose in maniera esponenziale, iniziandosi a delineare diversi filoni evolutivi, con caratteristiche sempre più complesse. Si formarono esseri viventi provvisti di scheletro esterno, come i granchi, gli scorpioni, i ragni e gli insetti ed altri con uno scheletro interno, come i pesci, gli anfibi ed i rettili. Anche le primitive alghe subirono un notevole processo di evoluzione, favorendo il proliferare di numerose specie di vegetali che colonizzarono per prime le terre emerse, fino ad allora assolutamente prive di ogni forma di vita.  Nonostante le esplorazioni con mezzi sempre più sofisticati, condotte negli ultimi decenni, conosciamo ormai tutto degli abissi marini, oppure il futuro ci potrà riservare ancora tante sorprese, con la scoperta magari di esseri mitici o di siti avvolti dal mistero?

Già di per sé il termine abisso richiama il senso di una voragine senza fondo, un concetto di profondità smisurata, un precipizio di cui non si conosce la fine. Anche nelle immagini translate, quando si parla di “camminare sull’orlo dell’abisso”, intendiamo l’avvicinarsi a qualcosa di ignoto e di inevitabile, molto spesso come anticamera della perdizione e della rovina. Perciò, quando si menzionano gli abissi marini, non si vuole fare riferimento soltanto all’immensa profondità degli oceani, ma alla consapevolezza di conoscere ben poco di quel territorio del nostro pianeta ed alle difficoltà oggettive per migliorare le nostre informazioni. 

Nel secolo scorso, comunque, sono stati compiuti importantissimi passi in vanti nell’esplorazione dei fondali marini. Non si può dimenticare la straordinaria impresa del batiscafo Trieste che il 23 gennaio 1960 raggiunse la fossa delle Marianne, penetrando in un mondo oscuro, dove la luce del sole non riesce a penetrare. Si stima che alcuni cetacei si avventurino alla ricerca di cibo fino a 1000, 1200 mt di profondità, mentre l’uomo con un’attentissima preparazione e con doti particolari può arrivare solo al 10% del percorso tracciato da un capodoglio, senza respiratore, con gravissimi rischi per la tenuta del suo apparato respiratorio. 

Se ci accingiamo a scendere verso le profondità del mare con un sottomarino immaginario, abbiamo la possibilità di ammirare un mondo vario e meraviglioso. Man mano che si scende verso il basso, la vita assume forme multicolori: una miriade di pesci ci appare dietro ai vetri del nostro fantomatico sommergibile e ci accompagna nella nostra immersione verso l’ignoto. Quando arriviamo sulla soglia dei 200 mt, osserviamo che la luce del sole non riesce più a penetrare e con essa sembra che anche le forme di vita scompaiano. Questa impressione, però, è solo un’ingannevole apparenza, perché intorno ai 400 mt ci imbattiamo in creature che vivono nel buio più assoluto e sono sospese così nel nulla. Immergendoci ancora più in basso, oltre i mille metri di profondità, possiamo incontrare un Picnogonide, una sorta di “ragno marino”, composto però di chele come i granchi, che si ciba delle particelle provenienti dagli strati superiori del mare. Le estreme profondità marine sono abitate anche da creature chiamate “serrigomeridi”, pesci lunghi e stretti, fermi in maniera verticale, in attesa che gli passi vicino una preda, oppure il cosiddetto “calamaro vampiro”, in grado di utilizzare la propria bioluminescenza per attirare e stordire le proprie prede. La caratteristica comune di questi abitanti degli abissi, di cui abbiamo fatto solo qualche esempio, è la quasi assoluta immobilità. Essi, infatti, potendosi nutrire con molta difficoltà, sono abituati a dosare le forze e a non sprecare le energie per inutili movimenti. 

Diventiamo, così, testimoni di un “mondo alieno”, allo stesso modo di quanto potremmo ammirare nello spazio. Se si dovessero rompere i vetri del nostro sottomarino immaginario, a causa della grande pressione esercitata dall’acqua, la nostra dipartita sarebbe immediata, proprio come su un pianeta alieno, con caratteristiche atmosferiche diverse dalla nostra Terra.

Negli ultimi anni, per rimediare alla scarsa conoscenza degli abissi marini, molti Paesi hanno predisposto un sistema di droni subacquei per esplorare le profondità degli oceani. Si sono moltiplicati i progetti per la costruzione di avveniristici robot , capaci di raggiungere fondali lontanissimi e di documentare con telecamere e sensori il mondo sommerso, allo scopo anche di contribuire al recupero di relitti affondati da secoli e perfino con la speranza di scoprire importantissimi reperti su antiche civiltà. Nel 2018 in Italia vi è stato il “Sea Drone Tech Summit”, il primo congresso organizzato nel nostro Paese, dedicato ai robot ed ai droni di utilizzo marino. I lavori del congresso hanno dimostrato come queste macchine abbiano la possibilità di rivoluzionare le ricerche nelle profondità oceaniche e di come si aprano migliori possibilità per approfondire le informazioni sui siti archeologici sommersi già conosciuti, non facendo lavorare troppo la fantasia su quelli non ancora individuati. L’impiego in mare di apparecchiature telecomandate contribuisce, inoltre, notevolmente al monitoraggio dell’ecosistema sottomarino, consentendo la mappatura dettagliata dei porti e delle intere aree circostanti. In più, queste macchine potrebbero permettere interessanti applicazioni nel settore della sicurezza e del soccorso, in special modo nei tristi casi di naufragio. Si ricorda, a tale proposito, che si fece ricorso a tali sistemi anche dopo il tragico evento della Nave Concordia.

Miti e leggende

La scarsa conoscenza degli abissi, soprattutto fino al diciannovesimo secolo, ha alimentato miti di ogni genere, in relazione alla presunta esistenza di una massa continentale, anticamente ospitante una raffinata civiltà, oggi, invece, del tutto sommersa. Il mito più celebre è di certo quello di Atlantide, che trae origine dagli scritti di Platone, di cui ho ampiamente trattato nel libro I miti-luci e ombre (Cavinato Editore International, 2018), a cui si aggiungerebbe la terra di Mu, sui fondali dell’Oceano Pacifico e quella di Lemuria, sommersa nelle profondità dell’Oceano Indiano. Al momento non esistono evidenze scientifiche incontrovertibili a sostegno delle precitate ipotesi leggendarie. Dal punto di vista morfologico, tuttavia, si distinguono alcuni fondali che per le loro caratteristiche si avvicinano ad una configurazione unitaria, quasi a formare un “piccolo continente”.

Tra questi si può annoverare il Pianoro delle Kerguelen, che si trova nelle acque dell’Oceano Indiano, a 3.000 km a sud-ovest dell’Australia, con una superficie quasi tre volte maggiore del Giappone. Una piccola frazione del Pianoro si trova al di sopra del livello del mare, formando le isole Kerguelen, le isole Heard e le McDonald. Ciò che ha destato interesse nei confronti di questa area geografica è stato il ritrovamento di carbone e di conglomerato di gneiss, elementi che hanno dimostrato come alcuni milioni di anni fa si trovasse al di sopra del livello del mare, consentendo flora e fauna tropicale. Un altro esempio di “continente sommerso” è la Zealandia, di cui l’arcipelago neozelandese ne rappresenterebbe la parte emersa. La Zealandia si sarebbe staccata 85-130 milioni di anni fa dall’Antartide e 70-80 milioni di anni fa dall’Australia. Infine, aggiungo il Pianoro delle Mascarene, situato a nord-est del Madagascar, su ben 2.000 chilometri di lunghezza, tra le isole Seychelles a nord e l’isola di Riunione a sud.

Gli abissi marini hanno da sempre favorito le più strane leggende, con implicazioni non solo mitologiche ma anche religiose. Gli antichi popoli del Mediterraneo credevano nell’esistenza di alcune creature che popolavano le profondità dei fondali marini, con il potere di cambiare i giorni fasti in nefasti, causando perfino le eclissi.     La creatura più famosa, citata anche nell’Antico Testamento biblico, è il Leviathan, il serpente del caos primordiale, capace di avvolgere nelle sue spire il Sole e la Luna, minacciando di divorarli. Le popolazioni medio-orientali, soprattutto quelle di origine semitica come gli Ebrei, non essendo avvezze alla navigazione, in quanto basavano la propria sopravvivenza sulla pastorizia e l’agricoltura, associavano al mare l’idea dell’ignoto e del pericolo. In quell’area geografica un altro mostro particolarmente temuto era Beemot, raffigurato nelle sembianze di un gigantesco ippopotamo marino. Nei racconti mitologici greci, appare spesso Medusa, a cui Omero dedica alcuni versi dell’Odissea. Il mito di Medusa è stato sviluppato dalla letteratura, dall’arte e dalla cinematografia, assumendo contenuti diversi a secondo del contesto storico di riferimento. Medusa era una delle tre Gorgoni, figlie delle divinità marine Phorcys e Ceto. Un frammento di Esiodo ci narra che un tempo Medusa splendeva per la sua bellezza, facendo innamorare perdutamente di sé anche Poseidone, il dio del mare.      Dalla loro unione, inizialmente felice, nacque Pegaso, il cavallo alato. La felicità di Poseidone suscitò l’invidia della sua eterna rivale Athena che, per vendicarsi, trasformò Medusa in un orribile mostro con una corona di serpi al posto dei capelli e le lanciò una terribile maledizione, destinandola a pietrificare chiunque l’avesse guardata in volto.

Tra le divinità inferiori del mare, un posto di assoluto rilievo è occupato dalle sirene, le creature leggendarie con l’aspetto di donna nella parte superiore del corpo e di pesce nella parte inferiore. Queste figure sono presenti soprattutto nel folclore europeo, anche se riferimenti simili si trovano anche in altre culture. È giusto precisare che, dal punto di vista iconografico, le sirene cosi come le immaginiamo noi, hanno una derivazione dalle raffigurazioni medioevali, mentre nella mitologia greca erano rappresentate con l’aspetto di donna nella parte superiore del corpo e di uccello in quella inferiore. Una delle sirene più famose del Mediterraneo centrale, è sicuramente Partenope, che con la sua voce melodiosa incantava i naviganti del bellissimo golfo dove sorgerà la città omonima, diventata poi Napoli. E le raffigurazioni delle sirene si trovano anche in varie chiese cristiane, soprattutto espresse nell’esemplare cosiddetto “bicaudato”, come dimostrano i capitelli del chiostro di Monreale o alcune incisioni del Monastero di Sant Pere de Rodes a Girona. Spesso sulla prua delle navi antiche veniva collocata una polena con la figura di una sirena, con l’intento scaramantico di scongiurare  l’ostilità di questi ibridi acquatici, recando loro un significativo omaggio. Tra le numerose leggende nordeuropee, mi piace ricordare quella in voga in Cornovaglia, la mite penisola posta nell’estremità sudoccidentale dell’Inghilterra. In questa regione la sirena serviva ad illustrare le due nature di Cristo: come la creatura acquatica era al contempo umana e pesce, così Gesù Cristo conteneva in sé sia l’umanità che la divinità. I primi predicatori cristiani, arrivati nell’isola, adoperavano questo paradigma, per cercare di spiegare alle popolazioni autoctone, uno dei più grandi misteri della fede cristiana.

E come non accennare alla sirenetta di Copenaghen, la piccola statua di bronzo ispirata ad una delle più note fiabe dello scrittore Andersen, base, a sua volta, della fortunata produzione cinematografica della Disney, nella quale si narra dell’amore impossibile tra la giovane  figlia del dio del mare ed il coraggioso principe terrestre.   La statua della sirenetta si trova all’imbocco del porto della capitale danese, sul molo di Langeline, quasi volesse accogliere i naviganti, accanto al Kastellet, un’antica cittadella con bastioni e fortificazioni, attualmente adibita a parco cittadino.

Letteratura e cinema

La letteratura mondiale, nel corso dei secoli, ci ha regalato numerosi libri su straordinarie storie marine, riportanti avventure pericolose, esplorazioni, diari di viaggio introspettivi, ciascuno scritto secondo uno stile ed uno scopo diverso. È impossibile riportare un’elencazione esaustiva dei testi più significativi e, pertanto, mi limiterò a qualche accenno, ben consapevole di tralasciare qualche elemento altrettanto importante. Un legame particolare mi unisce a Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne, letto durante la prima adolescenza, come tutti gli altri romanzi dell’autore francese, i cui fatti narrati sono risultati così verosimili nei decenni successivi, da essere considerati addirittura profetici. Durante il viaggio sul Nautilus, in compagnia di Capitan Nemo, ho scoperto un mondo visionario ed avveniristico, capace di unire dati scientifici ad aspetti fantasiosi con insuperabile maestria. Mi ha appassionato il best-seller di Bernard Moitessier, La Lunga rotta, sul primo giro in barca a vela solitario, per lo stile semplice dell’autore e per le sue scelte assolutamente non convenzionali nel campo della nautica. E come dimenticare uno dei classici letterari del diciannovesimo secolo, Moby Dick di Herman Melville, un intenso volume epico che ci fa riflettere sulla forza della natura e sul rispetto che dobbiamo avere nei suoi confronti, obbligandoci a constatare l’umana condizione di impotenza. Per ogni marinaio consiglio, poi, la lettura di Endurance di Alfred Lansing che ricostruisce la vera storia di Sir Ernest Shackleton e del suo equipaggio, intrappolati fra i ghiacci del polo sud per dieci mesi. Si tratta di un’intensa storia di coraggio, dedizione e resistenza, attualmente utilizzata come esempio nei corsi formativi. Un altro capolavoro è L’isola del tesoro di Robert Louis Stevenson, da non considerarsi un semplice “libro per ragazzi”, ma che favorisce riflessioni su alcuni aspetti dell’esistenza umana, utili soprattutto per il mondo degli adulti. Quanta caparbietà ho potuto riscontrare in Harrison, il protagonista di Longitudine di Dava Sobel, quando deve lottare contro la comunità scientifica, per far accettare l’invenzione del suo cronometro marino, in grado di arricchire i calcoli per la navigazione marittima. E concludo questa brevissima rassegna con Il Corsaro Nero di Stenio Solinas, che narra delle peripezie di Henry De Monfreid, un simpatico filibustiere che spende la sua vita al largo del Mar Rosso, conducendo traffici di armi, droga e gioielli, descrivendo elementi molto simili all’attuale attività di pirateria dilagante al largo della Somalia.

Anche la cinematografia, a partire dai primi decenni del ventesimo secolo, ha regalato numerose pellicole sui misteri del mare e degli abissi. Già nel 1916 fu diretto da Paton il primo lungometraggio tratto dai romanzi Ventimila leghe sotto i mari  e L’isola Misteriosa di Jules Verne. Si trattò del primo film ad utilizzare riprese subacquee, costando alla Universal ben 200.000 dollari, una cifra colossale per quell’epoca. Indimenticabile è la pellicola del 1954, Il mostro della laguna nera di Jack Arnold che riprese un soggetto dello scrittore Maurice Zimm, in parte ispirato alla fiaba francese La bella e la bestia. Una delle poche scene subacquee del film in questione è considerata una delle più belle della storia del cinema: l’avvenente fanciulla che nuota nelle acque del lago, mentre il mostro la osserva con desiderio dalle sue profondità. Sempre nel 1954 fu prodotto dalla Disney il riadattamento più famoso di Ventimila leghe sotto i mari, con James Mason nel ruolo di Capitan Nemo e Kirk Douglas in quello del fiociniere Ned Land. Nel 1955 comincia a diffondersi, con il film Il mostro dei mari di Robert Gordon, la moda della narrazione sui terribili mostri marini, che si diffonderà con progressive varianti negli anni Settanta ed Ottanta del secolo scorso. In questo caso la costa occidentale degli Stati Uniti è minacciata da una spaventosa piovra gigante, che sarà contrastata dall’eroico equipaggio di un sottomarino militare. Allo stesso modo nel 1959 si apre il filone delle connessioni tra mondo degli abissi e mondo alieno, con il film La guerra di domani di Spencer Gordon Bennet, quando l’equipaggio di un sommergibile nucleare americano si imbatte in un disco volante che si immerge negli abissi marini. Negli anni Sessanta, con Viaggio in fondo al mare (1961) di Irwin Allen, cominciano le preoccupazioni ecologiche ed ambientaliste. Quando la temperatura terrestre cresce in maniera irrefrenabile e le calotte polari iniziano a sciogliersi, l’ammiraglio Nelson, alla guida del sofisticato sottomarino atomico Seaview, mette in atto una strategia per riportare il pianeta alla normalità. Trai i film visti da bambino, ricordo in maniera nitida Le 7 città di Atlantide (1978) di Kevin Connor, in cui uno scienziato ed un ingegnere esplorano il fondo del Triangolo delle Bermude dove si imbatteranno nei componenti di una società sottomarina segreta, erede della mitica Atlantide. 

Leviathan (1989) di Cosmatos rappresenta quasi la versione acquatica di Alien, dove i protagonisti devono combattere contro un mostro multiforme e molto astuto. Nello stesso anno fu prodotto da parte di James Cameron, la pellicola The abyss, che delinea immaginari contatti con una pacifica civiltà extraterrestre. Ricordo, poi, altri due film che ho apprezzato in maniera particolare: Sfera (1998) di Barry Levinson, sul possibile primo contatto con un mondo alieno, tratto da un’opera letteraria di Michael Crichton; Waterworld (1995) di Kevin Reynolds, quando in un futuro apocalittico, a seguito del completo scioglimento dei ghiacciai, il pianeta è quasi del tutto sommerso dalle acque, mentre si fantastica sull’esistenza di Dryland, l’ultima terra emersa sopravvissuta al disastro.

* * *

Come abbiamo già detto in apertura, la stragrande parte degli abissi marini non è stata ancora esplorata (si stima che l’uomo ne abbia visitato soltanto il 5%). Se mettiamo questo dato in relazione al fatto che le masse acquatiche occupano circa il 70% del nostro pianeta, deduciamo che del 65% del globo non sappiamo assolutamente nulla. L’immaginario collettivo ha prodotto le più svariate elaborazioni concettuali sugli abissi marini, a volte partendo anche da dati scientifici o pseudo tali, a cominciare da presunte civiltà perdute come Atlantide, per passare a fenomeni enigmatici come quelli riscontrati nel Triangolo delle Bermude (cfr. link……). L’uomo ha creduto di incontrare mostri, alieni, forme di vita sconosciute ed altre creature, proiettando le inquietudini e gli interrogativi del proprio inconscio più nascosto. 

Mi piace concludere questa breve sintesi, riferendomi ad una misteriosa scoperta che ha lasciato alquanto perplessa la comunità scientifica ed è tuttora poco nota all’opinione pubblica. Parlo della registrazione a migliaia di metri di profondità, nell’Oceano Pacifico, al largo delle coste sudamericane, di un rumore a cui è stato attribuito il nome di “The Bloop”. Questa tipologia di frequenza ultra-bassa, ma molto potente, è stata rilevata dal NOAA (National Oceanic and Atmosferic Administration), ente governativo statunitense, per la prima volta nel 1997. Gli scienziati riportarono che l’enigmatico suono saliva rapidamente di frequenza nel giro di un minuto e, per la sua notevole ampiezza, poteva essere avvertito da numerosi sensori nel raggio di cinquemila chilometri. Ad oggi la fonte del suono rimane ancora ignota. Ciò che ha maggiormente meravigliato gli studiosi è il fatto che il suono sembra provenire da un essere vivente, avendone escluso l’origine da attività umane o geologiche. La frequenza del bloop appare decisamente più bassa del più basso suono finora conosciuto, quello della balena azzurra.  A parere degli studiosi, si dovrebbe trattare di una creatura dalle dimensioni eccezionali, per emettere suoni percettibili a così grande distanza. Negli anni duemila, il NOAA ha registrato altri misteriosi suoni sottomarini, attribuendo i nomi più strani, come Julia, Train. Slow Down, Whistle etc. Si tratta di denominazioni che rievocano danze e musiche, forse il canto di esseri misteriosi….

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