In the Lap of the Gods: il capolavoro dimenticato dei Queen

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Quando si parla dei Queen il pensiero corre immediatamente a Bohemian Rhapsody, Radio Gaga o a We are the Champions, i pezzi più iconici della band britannica, che presidiano le programmazioni quotidiane di quasi tutte le stazioni radio in tutto il mondo. Dopo la scomparsa di Freddie Mercury è radicalmente cambiato l’atteggiamento della critica nei confronti dei Queen, che erano stati capaci di far sembrare semplici cose in realtà difficilissime e avevano avuto il grande merito di saper arrivare al cuore della gente, forse come nessun’altra band dai tempi dei Beatles.

Per tutto l’arco della loro carriera i Queen erano stati giudicati “male” da gran parte della critica specializzata, troppo populisti, commerciali, scontati, elementari, come se la loro (presunta) semplicità, unita alla straordinaria capacità di coinvolgimento del pubblico, fosse da ritenersi una colpa. Dalla morte di Mercury l’industria discografica ha scelto di cavalcare l’onda dell’emozione, e con la lacrima ben in vista ha iniziato a riversare sul mercato i vecchi successi della band, riesumando i grandi classici – peraltro già ampiamente spremuti nelle raccolte Greatest Hits I e II – alternandoli ad altri meno pubblicizzati e agli inediti pubblicati postumi.

In estrema sintesi, sono stati ripresentati tutti i brani da A night at the opera in poi. Dei primi tre dischi, estranei agli schemi precostituiti che sarebbe stato lecito attendersi da una band all’esordio, si conosce relativamente poco. Delle distorsioni violacee con suggestioni progressive di Queen, alle citazioni in chiaroscuro alla Dietrich di Queen II, fino all’hard rock glamourizzato di Sheer heart attack, l’album dalla copertina deformante e confusionaria, probabilmente il disco che avrebbe mostrato al mondo cosa sarebbe diventata la band di lì a poco. Ebbene, Sheer heart attack contiene un capolavoro dimenticato, trascurato dalle radio, ignorato dagli stessi Queen (vedremo poi il perché), che non lo eseguono nei concerti con Adam Lambert. Un brano poco diffuso, amato profondamente soltanto allo zoccolo duro degli appassionati e da coloro i quali si sono presi la briga di ascoltare le prime tre composizioni dei Queen dalla prima all’ultima traccia.

Stiamo parlando di In the Lap of the Gods … revisited. Il brano fu scritto interamente da Freddy Mercury nei primi mesi del 1974 e rivela il lato più autentico ed intimo del suo autore. Quando canta “I can see what you want me to be, but I’m no fool”, sembra descrivere la propria condizione di artista agli esordi, percepito dalla critica metà frontman – metà fenomeno da baraccone, ansioso di farsi accettare da una critica schizzinosa, che sembra non gradire le performances live di una band semi-sconosciuta che ha avuto il cattivo gusto di scegliersi un nome così altisonante da sembrare quasi un affronto.     

Per una band come i Queen, che ha vissuto più di una fase artistica a cavallo tra due decenni, il biennio 1974-75 rappresentò la definitiva consacrazione anche al di fuori dell’M-25, la sconfinata striscia autostradale del Corridor London Orbital, che avvolge la metropoli londinese nei suoi quattro lati.

Il 24 dicembre 1975 i Queen erano nelle mani di Freddie Mercury più che in quelle degli dèi, e chiusero la prima fase del proprio percorso artistico con il concerto all’Hammersmith Odeon, nell’ultima data del tour di supporto al lancio di A Night at the Opera, che si tenne a Londra proprio nella notte di Natale. Il gruppo è probabilmente al massimo della potenzialità sonora, i cori di May e Taylor – fusi in una cosa soltanto – si combinano alla perfezione con la voce di Mercury, riuscendo perfino a superare gli standard ottenuti in studio, che diventeranno il loro “marchio di fabbrica” negli anni a venire.

Durante l’esecuzione di In the laps of the God .. revisited, Mercury sembra isolarsi dal resto della band. Rivedendolo, appare come un uomo solo: ha lo sguardo abbassato, chiuso su di sé, una figurina esile e smunta che sente la canzone e sembra volersi aggrappare alle parole e alla tastiera del piano, per isolarsi da tutto il resto, dalle luci, dai vapori di scena, da tutto l’ambiente circostante. Nessun altro brano della vasta discografia dei Queen sembra appartenere così tanto al suo autore, non Love of my Life, arricchita dai damascati arpeggi di May, non Bohemian Rhapsody, che contiene ben tre partiture distinte, magistralmente mixate in studio per diventare una delle canzoni più famose di tutti i tempi.        

In the laps of the God .. revisited fu il primo tentativo da parte di Freddie Mercury di scrivere una canzone che il pubblico avrebbe potuto intonare insieme a lui durante i concerti; anni prima della famosissima We Are the Champions, e dunque prima di We will rock you, scritta da Bryan May con il medesimo intento. Era il brano che chiudeva i concerti nel periodo 1974-1977. In un’occasione soltanto il brano venne riproposto: nel 1986, all’interno della scaletta del Queen Magic Tour, fu inserito in un medley con Seven Seas of Rhye, un altro dei primissimi successi dei Queen, scritto sempre da Freddie Mercury come traccia finale degli album Queen e Queen II, quest’ultimo terminante con una dissolvenza incrociata, in cui gli strumenti si mescolavano a una versione cantilenata di I Do Like to Be Beside the Seaside.    

Resta una questione aperta, perché i Queen non eseguano mai questo brano nei nuovi concerti. La risposta è contenuta nell’intimità del testo, ideato da Mercury per sé stesso e per nessun altro, in quel I can see what you want me to be con cui si rivolgeva direttamente alla critica ostile, parlando al singolare, io – non noi, come invece accade nelle altre due canzoni “da stadio”, We will rock you e We are the Champions. In In the laps of the God .. revisited è il solo Freddie Mercury ad esporsi, facendo dondolare le migliaia di fans accalcati al di là del palco con i suoi Wo wo la la la wo – Wo wo la la – Wah wah ooh, da cantare tutti insieme ad ogni cambio di strofa. E a pensarci, nessun altro cantante degli attuali Queen potrebbe spingersi a tanto. Non Roger Taylor con la sua voce arrochita, nemmeno Bryan May, con il suo timbro quasi baritonale. Né, tantomeno, quella dell’anonimo Adam Lambert, un pesce fuor d’acqua rispetto a tutto il contesto. 

In the laps of the God .. revisited è una gemma che appartiene al suo autore e resterà per sempre nelle sue corde, non solo vocali, fino a quando verrà un nuovo interprete capace di prendersene carico, come fece quella notte Freddie Mercury, mostrando al mondo la meraviglia chiamata Queen. 

A differenza dei due precedenti album, Sheer Heart Attack fu registrato in quattro studi differenti. Iniziato ai Trident Studios di proprietà del detestato manager Norman Sheffield, fu inciso poi agli AIR Studios, sviluppato agli Rockfield Studios e perfezionato al Wessex Sound Studios, dove i Queen ultimarono le versioni definitive delle registrazioni. Venne pubblicato in Inghilterra l’8 novembre 1974.

Un anno dopo, il 24 dicembre, i Queen tennero l’ultimo concerto del 1975 all’Hammersmith Odeon di Londra: un concerto davvero memorabile, la serata in cui la splendida voce di Freddie Mercury raggiunse il suo punto più alto.

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