Una Giornata Particolare: il tratto unico di Ettore Scola

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Ho la sensazione che Ettore Scola sia un regista più citato che conosciuto. Uno di quelli nella categoria generica del “quanto era bello il cinema italiano di una volta, con Risi, Monicelli, Germi, ecc.” (e poi film visti: zero).

Non che poi io sia il suo biografo ufficiale, diciamo che ho fatto una very essencial reading. E anche nello sterminato oceano di pellicole da recuperare, non sono che un principiante ancora dietro all’istruttore. Ma se dovessi consigliare un film del regista, direi subito Una giornata particolare: un capolavoro di regia e narrazione, capace di diventare a fine visione un classico istantaneo da inserire nelle mitiche collane VHS dell’Unità. Inoltre, è sicuramente più “classico” e “liricamente” italiano (citazione a “Boris” non voluta) rispetto ad altre sue opere, quindi, in modo diverso, arriverà tanto alla casalinga di Voghera quanto all’intellettuale snob. 

La ricetta necessaria ad un cult “del cuore” del nostro cinema è circa sempre la stessa. Anzitutto, un regista appassionato, pieno di talento ed intuizioni. Come dicevo prima, forse ancora oggi di Scola se ne parla con superficialità, ma la direzione di questo film lascia senza parole. Da qualunque parte la si analizzi, si vede solo perfezione.

È un tratto di matita compatto, veloce, liscio, unitario, delicato, intenso. 

Basterebbero solo il “riassunto” iniziale con immagini vere tratte dal ventennio, l’assorbente piano sequenza successivo, la meravigliosa scena tra i panni stesi e il finale (intendo proprio l’ultimo secondo di nero) per notare come Scola non “buttasse via” nessuna scena. Divertimento, fantasia e professionalità nello stesso momento.

Poi, occorre una sceneggiatura di ferro, o perlomeno capace di parlare all’intimo dello spettatore con un tocco di “melodramma” e malinconia (qui abbiamo addirittura Maurizio Costanzo come collaborazione al soggetto). Un copione fatto di silenzi, di intesa con lo spettatore, dell’esplorazione interna di due piccole anime “irrilevanti” – Antonietta e Gabriele – in un mondo che sta scoppiando.

Per navigare in questo mare tempestoso, è necessaria una coppia di grandi attori, collaudata ed amata dal pubblico. E quale miglior scelta duo Mastroianni – Loren (anche perché Ponti è produttore), proveniente da spogliarelli, matrimoni capestri ed altro?

Assieme sono a livelli altissimi, e scavano con secchezza e delicatezza l’animo dei loro personaggi.

Attraverso la loro “diversità” rispetto al gregge, capiamo una volta di più quel che era il fascismo nella sua essenza più gretta, meschina ed ignorante.

Nei migliori film nostrani, poi, un tocco di teatralità è sempre presente. E in effetti, la pellicola ha molto di una pièce (tanto che verrà adattata  per il palco negli anni ’80). Una stanza, due personaggi, il mondo fuori.

E va ricordato che Scola entra a gamba tesa con il teatro vero e proprio in C’eravamo tanto amati, con O’Neill e il suo Strano interludio.

Altro ingrediente: se il film è contestualizzato qualche decennio prima della data di uscita, meglio ancora. E qui, l’ambientazione storica è curata perfettamente, con tanti piccoli tocchi, come gli “italici” fumetti ripresi a tutto schermo, la citazione a Guido Notari o il popolarissimo programma radio “I quattro moschettieri”.

Anche la meravigliosa fotografia concorre a dare l’idea di un passato prossimo, oltre a suggerire il nero di quel momento storico.

Infine, la colonna sonora. Il vino d’accompagnamento ad un piatto già ottimo. Qui c’è un colpo di genio (l’ennesimo): eliminata la musica, è presente ossessivamente il solo commento di questa “giornata particolare”. La voce, marziale e freddamente brutale, si insinua senza speranza tra le pieghe intime dell’incontro. La realtà opprime senza speranza ed ingloba anche contro la propria volontà. Lo stile delle radiocronache dell’epoca è stato perfettamente ricreato, dal timbro vocale all’uso agghiacciante di aggettivi mirabolanti.

Fine. Non basta che gustare. Occorre guardare, più che leggere.

Ah, sì: magari, una lettura de La primavera hitleriana di Eugenio Montale può aiutare ad entrare nell’atmosfera.

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