Capire Totò: un comico-poeta che ci ha insegnato a vivere

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Peppino De Filippo disse in una intervista: “il pubblico non considera poeti gli attori comici e questo è un grande errore…”

Sembra una frase che vuole esaltare la figura del comico, una forzatura, fuori luogo, completamente lontano dagli odierni spettacoli comici. In verità non lo è, o almeno non è stato sempre così.

I meccanismi della base della comicità sono sempre liberatori, c’è sempre la classica buccia di banana, il senso del ridicolo, l’attacco ai costumi del momento. Ma una battuta, come quelle di Totò, può essere catartica, rivelatoria, intelligente, far conoscere ciò di cui siamo fatti, insegnare ed imparare, creare parole nuove che finiranno nel vocabolario, oppure dare alle frasi comuni un senso nuovo, infrangere l’ovvio e quindi denudarci e scoprire ciò che siamo.

Insomma dentro una battuta può esserci una verità, alimentata da quella ironia che fornisce il coraggio di liberarci dalle paure.

La comicità è andare in mare aperto, senza riferimenti da seguire, ma non basta l’audacia, proprio per questo, occorre una saggezza, che forse travalica la conoscenza personale, umana, ma afferra quel bagaglio antropologico, sociale in cui si è vissuto. Senza questa interiore conoscenza della verità, la battuta diventa volgare, al più sarcastica, banale, un assurdo senza un senso, povera.

Quando si ricerca la verità, Sant’Agostino diceva: “Non intratur in veritatem nisi per caritatem”. Non si entra nella verità se non attraverso l’amore.

Totò ha imparato questa lezione ed anche se con fare da coraggioso eroe, un po’ futurista, un po’ anarchico – pare che lo fosse davvero – con giochi di parole, sfumature, mimica, occhi, sguardi, accenti, accompagna nei suoi dialoghi in un gioco surreale l’altro personaggio, che entra con le nostre certezze granitiche e formali e ne esce piano piano stravolto nei termini, nei concetti.

In Totò c’è dolcezza e non distanza, mai sarcasmo. Totò non umilia il suo stesso personaggio, o il suo interlocutore, al più la sua corazza esteriore e lo incita a liberarsene.

Tanti sono gli esempi: prendere in giro il nazismo, ironizzare su un tradimento, sulle difficoltà economiche.

Totò si bagna nel ridicolo insieme al suo interlocutore, in una sorta di vicinanza umana, di solidarietà, di libertà e con il tono di voce, la mimica, manifesta la sua empatia, che non è lo strumento per capire l’altro ma per confondersi in un luogo diversopiù vero, intimo, dove il mondo, prima dell’incontro, con le sue assurdità resta fuori.

L’empatia in Totò è il fine, non il mezzo. È la sostanza.

Ma per mettere a sobbuglio il mondo e liberarlo occorre averne sofferto, averne scoperto i limiti.

Del resto Totò, come molti comici, aveva conosciuto la sofferenza, la scarsità dei mezzi, senza però perdere l’interesse verso la bellezza. In questo c’era la sua città natale, il centro storico di Napoli: i palazzi a volte “sgarrupati”, eppure belli.

Ecco la quintessenza, la mancanza di mezzi che non inficia la bellezza, ma anzi la valorizza, perché in una forma meno distaccata ma più intima, perdendo altezzosità ma acquistando in ironia.

Sotto certi aspetti la grande comicità di Totò ha reso gli uomini più sensibili, perché ha diffuso l’ironia, la discussione di tutto ciò che è conforme, la valorizzazione di qualunque cosa si ha.

Totò ha reso la poesia pubblica, condivisa da tutti. E conoscere Totò ha reso gli italiani diversi. Come disse Umberto Eco: come faranno mai a intendersi due popoli di cui uno ignora Totò?

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