Interstellar Space: l’ultimo, folle album di John Coltrane

C’è qualcosa di frenetico nell’ultimo anno di vita di John Coltrane.

Il rinnovo biennale con la Impulse!, la nascita del terzo figlio dalla moglie Alice, il sapere da un pezzo che non avrebbe vissuto ancora a lungo a causa di un danno epatico che in effetti ne causò la prematura dipartita, a soli 40 anni nel luglio del 1967.

Nei primi mesi di quell’anno, gravemente malato, registrò il materiale che confluì poi in Expressions e infine in quell’Interstellar Space che non è solo testamento bensì viatico e manuale: un percorso segnato in cui prende la mano dell’ascoltatore guidandolo, anticipandolo verso il destino a cui siamo tutti attesi. Lavoro superlativo, esaltante e poetico, pubblicato postumo nel 1974 per volere della moglie Alice che si ritrovò prematuramente a gestire l’enorme eredità culturale del marito.

Mentre le grandi religioni soffrono di una apparente anemia, la nostra vita sembra essere dominata dalla dea Razionalità, illudendoci di aver conquistato la Natura con l’ausilio della sola ragione.

I simboli primordiali dell’inconscio sembrano aver abbandonato la nostra vita di tutti giorni, imprigionando gli uomini-dèi in cavernosi anfratti fra le polverose reliquie della nostra storia, costretti ad un’esistenza morbosa e senza luce.

Ed è proprio al centro di questo vortice che John Coltrane dona vita ad un simbolismo cosmico capace di riattivare contenuti arcaici tutt’altro che indifferenti alla vita dell’uomo. Suono significante e significato, percezione evocativa ed emotiva: chiave di volta verso la navigazione di quell’Eterno che si trova appena oltre gli anelli di Saturno, oltre l’ignoto del nostro inconscio, sede dell’anima.

Ma il viaggio inizia circa 25 minuti prima di Saturn, con le campanelle cerimoniali sul sanguineo terreno di Mars. Marte è il pianeta della guerra, della lotta interiore che porta all’individuazione del vero Sè, direbbe Jung. È la crisi iniziatica che ci stacca dall’Io, dall’esteriorità.

Le scale veloci e serrate, i ridondanti fraseggi ossessivi e concitati dal soffio forte e a tratti apneusico, sono la necessaria lacerazione della personalità: un amico interiore in veste bellica e ostile che ci sorprende nel nostro caldo letto. Un turbamento iniziale che è in realtà la “chiamata” alla disperata lotta con l’Arcangelo dalla quale usciremo “benedetti”, ma definitivamente segnati, spezzati, non più integri.

Suono e ritmo si alternano come in una primordiale litania, terra e aria: Rashied Alì incastra le sue trame con complicità, contribuendo ad ordire una trama immaginifica sulla quale e dalla quale la voce ieratica di Coltrane può adempiere alla sua funzione.

Siamo ancora nel pieno del trasporto che la campana ci avvisa che questa fatica sta per terminare preparandoci allo stadio successivo: l’incontro con Venere, l’Anima junghiana, il femminile dentro ognuno di noi.

Scordiamoci però che l’espressione anche più amorevole possa essere ancora declinata in Coltrane in qualcosa che non sia Free. Da “Ascension” in poi l’attrazione verso quel mondo, complici l’allievo Pharoah Sanders e l’influenza di Ornette Coleman, si fa fatale, senza possibilità di ritorno. Adatta al viaggio ultimo perciò: il Free Jazz come vocabolario esiziale e speranziale. Definitivo.

Eppure Venus contiene e porta un lirismo seducente e frenetico, strappacuore persino, ben presente e decifrabile tra i numeri e la grammatica del nuovo linguaggio come in un codice morse.

È persino scorrevole, fluido, fatto di intarsi il connubio ritmo-suono che si fa tutt’uno: vellutato (i piatti), spesso inafferrabile, mai indecifrabile, mai frammentato.

Un tenore parallelamente morbido e aggressivo, colmo di quella pace filtrata dalla assurda padronanza di Coltrane, impersonifica tutte le inclinazioni psicologiche femminili nella mente di un essere umano, la cui integrazione è fondamentale per compiere qualsiasi viaggio esistenziale: dalla ricettività all’irrazionale, all’atteggiamento nei confronti dell’inconosciuto, dall’amore di sé e della natura: nell’antichità spettava alle donne fatte sacerdotesse, stabilire legami con il divino, interpretarne la volontà.

Coltrane qui è nuova Sibilla, nuova Beatrice che appare per condurci ad una forma di vita più elevata.

La cercata sobrietà e freddezza “free”, inoltre, impediscono la degenerazione delle frequenze in un rapporto in negativo che collocherebbe l’ascoltatore in una dimensione “sentimentalistica” illusoria, oppressiva o persino cupa, alienandolo in una raffigurazione priva di verità in cui sarebbe impotente come un marinaio di fronte al canto delle sirene.

Una “inner radio” viene qui sintonizzata sulle frequenze atte ad accedere alla voce più integra della nostra interiorità.

Negli ultimi due brani spetta alle spazzole di Rashied la funzione di introduzione, come un voler ripartire dalla terra, dal ritmo, dalle pulsazioni basilari che tramite questo modernissimo batterista riescono a condurre un gioco complesso che deve rimanere giocoforza porto accessibile, pulito da intellettualismi.

Se l’integrazione delle doti femminili avviene in Venus, in Jupiter si realizza il percorso complementare: la forza della saggezza da maturità, del coraggio, dell’obiettività. Il dio Giove e i suoi fulmini, sviluppando un fraseggio muscolare, serrato e mai frenetico.

In special modo è qui riconoscibile la base architettonica sulla quale si muovono le scale (in particolare la pioggia di “discendenti”) e i centri tonali nelle loro trasposizioni (discorso che parte da Giant Steps); costruzione che è diventata firma autentica.

Qui risiede l’Animus junghiano, chiudendo il cerchio Anima-Animus, femminile e maschile.

Maschile che vale come sinonimo di determinatezza, di capacità di concludere un progetto, di fatalità, ineluttabilità, irriducibilità: “Percorsi incomprensibili tracciano alfine la nostra vita irriducibili, irriducibili, irriducibili… Ciò che deve accadere accade” salmodiava Giovanni Lindo Ferretti.

Determinante infatti, in questo lavoro, l’amicizia coltivata negli ultimi anni di vita con il compositore e musicista Ravi Shankar, con la sua poetica spirituale di accettazione per cui Jupiter è anche forza e risolutezza nella morte, che ormai Coltrane vedeva vicina e alla quale mai cercò di fuggire, rifiutando le cure già dalla prima diagnosi, anni prima.

Jupiter e la sua pienezza sono necessarie all’accesso ai saturnali, all’inconscio.

Un vivace drumming (saturnale appunto) ci introduce alla tappa finale di una navigazione che sfrutta le maree della nostra veglia, creando un microcosmo vettoriale in cui Coltrane entra ancora senza l’introduzione rituale delle campane: è l’ultima tappa, si rompono gli ormeggi, si abbandonano i riti.

Saturno è il passaggio attraverso l’oscurità (l’Ade), è il mistero, l’Ombra. Il nostro inconscio come paesaggio lunare, reale ma dalle tinte indefinite di cui noi moderni “Pierrot Lunaire” subiamo inerti gli influssi nonostante l’autoproclamata indipendenza razionale.

Un’illusione che il playing coltraniano sembra voler esorcizzare toccando tutti i punti della propria personale storia tonale: come una scrittura dal concept schoenberghiano, per integrare luce e ombra, per arrivare integri e realizzati alle soglie del viaggio definitivo, alle soglie dell’infinito Spazio Interstellare.

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