Scoprirsi umani in una stazione della metropolitana

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Un ambiente insolito quanto comune quello del luogo di passaggio. Una mandria di individui ammassati verso la medesima uscita: nodo di partenza per le più svariate destinazioni, che si apre come il ventaglio della vita, dalle infinite possibilità. Promettenti aspirazioni sullo sfondo di una nauseante ineluttabilità, a cui l’uomo è abbandonato per natura. Progetti, sogni e ambizioni, inscritti come impronte nel rigido blocco di cera della responsabilità di scelta. I sentimenti come mine vaganti nel nulla: il mare più profondo in cui si possa mai nuotare. La necessità di affermazione e la fretta dell’imminente processo di realizzazione. Qualcuno ci aveva visto dentro un certo senso di amarezza, tale da provocare la perdita dell’identità. Qualcosa di apparentemente irrilevante, tanto quanto i titoli che ci mettiamo addosso: porti sicuri che brillano sotto una luce artificiale, come quell’abito che ci fa sentire tanto belli durante un’occasione speciale: il brio e la fiamma di una serata in cui siamo sentiti vivi, ma di durata troppo breve per ardere ancora.

Liverpool Street Station. Alle 8 di mattina. La fretta, la furia e la frenesia che scandiscono il ritmo dei passi spediti e pesanti dei passanti. Fiumi di vite che si incrociano nei sotterranei passaggi della metropolitana. L’ansia di arrivare in ufficio o chissà dove, distratta dalle pubblicità inscritte sui muri laterali ai piedi delle scale mobili: pendii di acciaio battuto dal calpestìo delle generazioni che vi salgono sopra. Manifesti come possibilità di distrazione: inconsci meccanismi di fuga sviluppati dalle menti alle prese con le più curiose congetture mattutine. La routine ed i programmi della giornata. Una grande folla verso le più disparate direzioni e sagome sfuggenti che si incrociano come a fondersi sul canale della loro evanescenza. La fretta che scandisce il tempo. Il passo deciso dell’andare, che divide, e la necessità di essere, essere da qualche parte, che accomuna.

Manciate di eclettismo in una classe di riferimento: un’infinita catena di relativismo alla base degli assembramenti in Central Line. Individui troppo distanti negli interessi. Condizioni e stili di vita troppo vicini nella condivisione di quella che, nella prospettiva di Kant, è la primaria sede della conoscenza: la dimensione spazio-temporale. La metropolitana che mostra le differenze e la scala metallica che ad essa conduce, dove tutti si apprestano ad arrivare, così verticalmente orientata, quasi come a ricordarci l’uguaglianza e il sopraggiungere di un destino comune, a cui nessuno potrà mai sottrarsi.

La riproduzione dell’umanità negli schizzi della vita quotidiana, il tempo e il luogo dove portiamo le nostre identità ed su cui inscriviamo i nostri più intimi pensieri. Attimi di riflessione imperniati su quella sacrosanta solitudine in cui ci troviamo, mentre corriamo da qualche parte e giochiamo con un immaginario che è trampolino di lancio delle più bizzarre acrobatiche fantasie. Una molteplicità di significati cuciti sull’immagine cruda della realtà, che appare ai nostri sensi e che diventa mentale quando portata a livello di coscienza, nel suo ingresso automatico nella giurisdizione della nostra intenzionalità. Infiniti punti di vista focalizzati su un unico, semplice oggetto e la capacità di modularsi di quest’ultimo al variare della prospettiva. Non esiste oggettività per guardare una realtà filtrata da lenti diverse. Quale diario nascerebbe dalla raccolta delle tante storie portate in metro: espresse o taciute, pronunciate o pensate, esibite o archiviate. Siamo i migliori attori di noi stessi, grazie al veicolo del corpo, che ci fa nascondere bene i nostri pensieri e ci fa apparire come normali, facilmente catalogabili sotto generici modelli sociologici, che ci invitano, di giorno in giorno, all’omologazione. I patterns e quello che Adorno aveva tanto criticato. La realtà è facilmente leggibile sotto semplicistiche e generalizzanti chiavi di lettura e l’omissione di un eterogeneo strato di particolarità. L’individualismo dei quadri di Hopper celato nelle file di persone in piedi sulle scale mobili della metro. L’urlo di Munch impresso nel vetro del treno in transito, dove i più diversi sguardi, sorpresi in personali disposizioni, si incrociano con disinteresse nel tragitto verso chissà dove.

La fine del tunnel sotterraneo, la London Overground che viaggia sotto il sole e la spensieratezza delle storie d’amore raccontate nei video musicali dei Wolf Alice. La materialità della vita schiaffata sui ritornelli robotici dei Joy Division e nell’intro incalzante di Ceremony, che si presta bene all’atmosfera. Una condizione di uguaglianza su un mosaico di diversità. L’orizzonte fenomenologico della metropolitana come una natura che ama nascondersi, a dirla con Eraclito, e che non si rivela alle ingannevoli dicotomie degli opposti, tanto care al nostro consueto, logico modo di ragionare. La realtà ci invita a guardare oltre nel più complesso dei suoi luoghi artificiali, quelli che noi stessi abbiamo creato e che, a volte, arrivano a spaventarci, in quanto prodotti di un prodigioso intelletto che, di tanto in tanto, si trova superato dalle proprie, medesime potenzialità. La complessità è soltanto una maschera che la verità indossa per non farsi trovare, ma è quanto di più naturale ci sia al mondo. La Central line come raccolta di storie, emozioni e sentimenti che concorrono alla composizione di una sinfonia silente e rara, tipica dell’umanità guardata nella sua fenomenologia. Un orizzonte composto da tanti altri orizzonti, in termini merleau-pontyiani, e una molteplicità di unità costitutive che, se toccate, suonerebbero come le note di un pianoforte: identità diverse all’unisono nella composizione musicale della storia dell’umanità.

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