L’Urlo, Edvard Munch e la disperazione che tutto inghiotte

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“Una sera passeggiavo per un sentiero, da una parte stava la città e sotto di me il fiordo. Mi fermai e guardai al di là del fiordo. Il sole stava tramontando, le nuvole erano tinte di rosso sangue. Sentii un urlo attraversare la natura: mi sembrò quasi di udirlo. Dipinsi questo quadro, dipinsi le nuvole come sangue vero. I colori stavano urlando. Questo è diventato L’urlo.”

Edvard Munch

La vita di Edvard Munch è stata letteralmente tempestata di disgrazie e lutti familiari. La madre morì di tubercolosi quando lui aveva cinque anni, seguita presto dalla sorella. A un’altra delle sorelle fu diagnosticata una grave malattia mentale che la costrinse a vivere i suoi giorni in un istituto psichiatrico, il padre cadde presto vittima di una sindrome maniacale-depressiva e il fratello morì pochi mesi dopo essersi sposato. Munch disse: “ho ereditato due dei più spaventosi nemici dell’umanità: il patrimonio del consumo e la follia.”

Non poteva esserci niente di allegro o positivo nell’arte che Edvard Munch iniziò a produrre a partire dai suoi vent’anni. Fin da piccolo, la pittura era stata per lui un modo di isolarsi dalla tristezza che percepiva nell’ambito familiare. Crescendo, Munch vide nell’espressione artistica un modo per rappresentare l’angoscia e la disperazione come nessun altro aveva ancora fatto. Facendone le uniche, vere protagoniste della vita. Imprimendole su tela come il solo contenuto possibile di un’arte che intendeva guardare negli occhi i significati dell’esistenza e dell’essere umano. La sua non era una forma di catarsi: per Munch,  di fatto, nella vita non esisteva nient’altro.

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Edvard Munch, L’Urlo, 1910

Il titolo originale che Munch diede al suo dipinto più iconico era L’Urlo della Natura. In corrispondenza a quanto spiegato nella sua citazione riportata sopra, è stata l’origine delle due tesi interpretative intorno a questo dipinto: è l’essere al centro dell’opera a urlare e la natura che si contorce intorno a suo urlo, o è la natura ad urlare e il soggetto ad esserne sopraffatto, coprendosi le orecchie per difesa? In fondo non c’è molta differenza tra le due tesi. L’urlo disperato della natura fa sì che ogni cosa diventi parte della stessa angoscia. L’essere vivente è tutt’uno col paesaggio: il tramonto rosso sangue, i fiordi e la figura umana seguono le stesse forme ondulate, la stessa perdita di focus, la medesima dissoluzione della realtà nell’impossibilità di uscire fuori dalla condizione di disgrazia. E ogni individuo è solo nella propria disperazione: le figure umane sullo sfondo del dipinto sono di spalle, hanno i contorni più definiti, non partecipano alla sofferenza del protagonista e mostrano totale indifferenza. La disperazione esiste anche per loro. Ma è proprio quella che impedisce l’empatia tra gli individui.

Dietro quello che presto sarebbe diventato il dipinto-simbolo della condizione umana moderna, c’era un’ambizione superiore: l’intenzione di Munch era descrivere gli stati della vita attraverso una serie di opere che sarebbero dovute essere esposte una di seguito all’altra, in quello che all’inizio avrebbe dovuto chiamarsi “Studio per una serie evocativa chiamata Amore” e che poi, nel 1918, divenne semplicemente Il Fregio della Vita. Nell’idea di Edvard Munch, la serie doveva essere esposta su quattro pareti a tema. La prima era Il Seme dell’Amore, in cui l’origine della vita attinge dalle scene della cristianità, comprendente Occhi negli Occhi, Il Bacio e Madonna.

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Edvard Munch, Madonna, 1894

La seconda segnava già la decadenza dei frutti: Sviluppo e dissoluzione dell’Amore, in cui la naturale evoluzione della vita conduce agli scenari di Vampiro, Gelosia e Malinconia;

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Edvard Munch, Vampiro, 1893

Dalla terza, la discesa nel buio è già inesorabile: Angoscia, l’unica dimensione possibile della percezione umana. Questa serie include Angoscia, Sera sul viale Karl JohanGolgota. L’Urlo è l’opera che la chiude.

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Edvard Munch, Golgota, 1900

Infine, la quarta serie è dedicata all’unica conclusione possibile: Morte. Di essa fanno parte, tra gli altri, Morte nella stanza della malata, Odore di morte e Metabolismo.

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Edvard Munch, Metabolismo, 1899

L’arte di Edvard Munch ebbe diversi detrattori quando era in vita, soprattutto agli inizi: il distacco con le rappresentazioni artistiche di quel tempo era troppo netto, il novecento e le avanguardie dovevano ancora arrivare. Oggi, la sua pittura della sofferenza viene spesso messa in parallelo alla nascita della psicologia per mano di Sigmund Freud, come fedele descrizione della condizione esistenziale del ventesimo secolo. Per gran parte della sua vita non ci fu altro che disperazione, uno stato di condizionamento del proprio essere non molto dissimile dalla Malattia Mortale di Kierkegaard, appartenente al decennio precedente. Lui stesso sfociò in un crollo nervoso nel 1908, e solo dopo le giuste cure psichiatriche e il ritorno in Norvegia, i colori tornarono a segnare una nota positiva nella sua produzione artistica.

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Edvard Munch, Il Tronco Giallo, 1912

Per certi versi, la salvezza arrivò dunque prima della morte, a cui artisticamente aveva pensato per gran parte della propria vita. Quando la morte arrivò, nel 1944, il mondo si accorse di quanto Edvard Munch fosse emozionalmente connesso alle proprie opere: oltre mille dipinti erano in uso possesso, e furono donati allo stato norvegese insieme al resto della sua produzione di stampe, acquerelli e sculture. Da lì il Munch Museum of Art e la meravigliosa stanza della galleria nazionale di Oslo a lui dedicata.

“Dal mio corpo in putrefazione cresceranno dei fiori e io sarò dentro di loro: questa è l’eternità”

Edvard Munch

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