From This Place: il naturalismo americano di Metheny e il suo sguardo sul mondo

Tesi: quasi incurante della lunga carriera Pat Metheny continua a “macinare” il jazz e a farlo evolvere, pur mai tradendo la sua prospettiva di musicista profondamente legato alla cultura country folk del Midwest.

Pat Metheny in qualsiasi sua incarnazione rimane fedele alle sue radici, alle sue influenze, e al jazz che ha scelto come stile espressivo portante. Ed è innegabile che da quella prospettiva lui assorba il mondo nella sua evoluzione, contribuendovi.

Trasversalmente ai cambi di etichetta che hanno scandito fasi importanti, dalle ambientazioni ECM fino al dorato decennio Geffen (1986-1996) del PMG, attraverso i cambi di formazione e illustri comprimari, volendo tentare una catalogazione di massima, credo si possano individuare essenzialmente quattro personalità portanti: distinguibili e sempre definite all’interno del grande mare del jazz e della fusion che ne deriva.

Smaccatamente visibile quella in cui è il lato free e sperimentale a farla da padrone: nel fondamentale Song X con Ornette Coleman e Haden, nel rumoristico atto di protesta di Zero Tolerance For Silence o per il progetto Orchestrion. La recente collaborazione con Zorn se vogliamo, ma non aprirei adesso il capitolo collaborazioni per motivi di spazio…

Ci sono poi le vette del Pat Metheny Group negli anni 80. Capitolo fondamentale per la storia del genere, che si può abbozzare raccontandolo in parallelo alla carriera di un altro gigante quale è stato Lyle Mays (abbozzata in questo link a cui rimando) e il cui stile contaminerà costantemente tutto il repertorio successivo del chitarrista di Lee’s Summit.

Nonostante queste due espressioni Metheny mantiene altissimo il “profilo istituzionale”, il lato più jazz. Un mondo prolifico che spazia da 80/81, al fascinoso Rejoicing con Charlie Haden passando per lo spettacolare Question and Answer del 1990 o dieci anni dopo nel Trio 99 00: le formazioni più “cameristiche” alla Like Minds a braccetto con Corea e Burton, la bella convivenza con Brad Mehldau qualche anno dopo, fino a esperienze declinate verso un elettrico dalla grande personalità come I Can See Your House From Here (1994) assieme al maestro Scofield e ancora i moderni formalismi intrapresi assieme alla Unity Band (2012-2016) o con la tromba di Cuong Vu nel 2016.

Ma tra le fessure di questa sterminata produzione pare sempre filtrare un universo trasversale, più sfuggente e affascinante; non privo di alti e bassi, di rischi. Fin dai primi lavori alla fine degli anni 70, vi sono ibridi decisamente riusciti, tra orchestrazioni e ritorni di fiamma folk e country. E’ il caso di Secret Story del ’92, molto in debito con lo stile del Group (seppur uscito a suo nome), il primordiale e intenso viaggio tra le radici di New Chautauqua (1979), la colonna sonora di Map of The World (1999) e il sublime “Beyond The Missoury Sky” ancora con Haden nel 1996.

Jung diceva che il primo sogno che si porta in analisi è quello più importante in quanto rivelatore della psiche, e di fatto il suo debutto Bright Size Life del 1976 pur in un trio jazz elettrico, è prepotentemente intriso e determinato da elementi naturalistici letti in chiave contemplativa: già i titoli Omaha Celebration, Missouri Uncompromised, Midwestern Nightdreams parlano chiaro. Il suo spirito è là, dove Mark Twain ambientava i suoi romanzi, fra quelle lunghe estati torride e quelle infinite notti stellate nel cuore pulsante del mondo americano.

Qui si mescolano le carte in tavola e appare labile il confine tra il jazz , il country del Missouri e il chitarrismo “fine a se stesso”; cioè l’idea di strumento universale con storia, personalità e soluzioni proprie. Questa mi pare essere la vera essenza di Pat Metheny, il cui ingrediente determinante è la ricorrente presenza e trasposizione alta di quei luoghi, di quella natura, di quella tradizione innestata in ambienti evoluti, divenuti linguaggio universale, fusione contemporanea.

Da sempre la sua è una “America” identitaria e allo stesso tempo immersa in una vaghezza transitiva. Quell’America Undefined è il titolo che apre non a caso il suo ultimo, complesso, lavoro: From This Place. E’ perciò “da questo luogo” che parte un capitolo importante dell’epopea methenyana.

Importante per la concezione e la riuscita realizzazione: concezione che esprime una volontà evolutiva rispetto all’esperienza del Pat Metheny Group perché pensata “orchestralmente” sulla base di registrazioni fatte in spirito “di improvvisazione” nel culminante momento di approcciare le nuove partiture. Una sintesi dei tre mondi portata alla luce come fosse evento (ancora) naturale: metodo appreso, a detta dello stesso autore, durante la recente tournée con Ron Carter che gli avrebbe svelato i segreti di Miles Davis nella preparazione di lavori come Sorcerer o Nefertiti.

Un iniziale tema portante, serio, per una suite di oltre 13 minuti che espone l’intreccio che reggerà tutto il lavoro: l’ispirazione PMG onnipresente assieme al fine ricamo orchestrale e ad un pianoforte di derivazione classica a puntellare Metheny in quel dinamismo melodico-armonico che lo ha sempre contraddistinto.

Un finale in crescendo che pone il sigillo per riaprire con Wide and Far, ancora un titolo ambientale per la felice conduzione di un contrabbasso stile rodbyano (Linda May Han Oh) e che porta alla mente 5-5-7 (Letter From Home 1989).

Inizio impegnativo, brillante, che vede in You Are un momento riflessivo senza cedimento, contrappuntato da cori dal sapore brasiliano, quasi un riflesso condizionato, per riprendere il contrabbasso a condurre le note della raffinata complessità di Same River dove il piano porta a gioiose introspezioni prima dell’ingresso a mo’ di sentenza della chitarra synth.

Non è più possibile distinguere Metheny da se stesso e la “coreana” (nel senso di Chick) Pathmaker apre all’evocativa e ambientale The Past In Us portando sulla scena l’armonica di Gregoire Maret che (al mio orecchio) sembra accarezzare le atmosfere di Toots Thielemas in Three Views of a Secret.

Influenza di un mondo latino alla My Spanish Heart ripresa in Everything Explained per aprire ad un inatteso e “romantico” trittico finale: la title track cantata da una regina del basso funk in veste di perfetta cantante da ballad (Me Shell Ngedeocello), Sixty-Six che è autocitazione di Last Train Home risolvendo in un intrigante dialogo band-orchestra e infine l’elegante Love May Take Awhile che sarebbe la colonna sonora ideale per un film di Frank Capra, in cui Metheny omaggia Wes Montgomery e il suo chitarrismo fonte perpetua di ispirazione.

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