Nessuna Verità: Ridley Scott, la CIA e “l’impero del male”

Questo articolo racconta il film Nessuna Verità di Ridley Scott in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Durante l’amministrazione Reagan, durata addirittura due mandati (il che la dice lunga sulle falle della Democrazia americana), l’ex attore coniò nei confronti dell’Unione Sovietica un simpatico epiteto: “L’impero del male”. Le opinioni di alcuni storici differiscono sulla paternità della figura retorica (alcuni la affibbiano ad Anthony Dolan, l’uomo che scriveva i discorsi per il presidente U.S.A). In ogni caso, dopo anni di distensione americana nelle tre amministrazioni precedenti (Nixon, Ford e Carter), nel mezzo della propaganda del presidente/attore americano nei folgoranti anni Ottanta dove il debito pubblico saliva e le politiche di taglio sociale si accentuavano, bisognava riscoprire un vecchio nemico per l’opinione pubblica. Curiosamente però, le maggiori intromissioni nelle faccende di altri Paesi sono ad opera proprio degli Stati Uniti, che frequentemente si permettono di giudicare operati, o ancora peggio di attuare veri e propri colpi di Stato, in Nazioni non allineate, spesso per sottrargli preziose materie prime. Il Sud America e, soprattutto negli ultimi quattro decenni, il Medio Oriente ne sanno certamente qualcosa.

Proprio questa è una delle cause che dona l’idea a Ridley Scott, che infatti mette sul piatto tutta la freddezza americana negli affari esteri. Tratto dagli scritti del giornalista del Washington Post David Ignatius e con la sceneggiatura redatta da un sapiente William Monahan, già premio Oscar con Scorsese per The Departed, la pellicola ha quel fascino da spy-story che nasconde realisticamente un problema reale e molto più complesso. La nuova linfa creativa che ha attraversato il regista di South Shields ha rappresentato nel decennio appena conclusosi un ritorno più incisivo ai capisaldi artistici che lo hanno sempre contraddistinto. Ne è la dimostrazione il doppio lavoro svolto con Monahan dopo Le crociate – Kingdom of Heaven e il fatto che lo sceneggiatore ritrovi ora anche uno dei maggiori artefici della pellicola “scorsesiana”: Leonardo Di Caprio.

Quest’ultimo si riscopre in un ruolo molto simile a quello interpretato nelle strade di Boston o nella Sierra Leone dei diamanti insanguinati di Zwick, con una ambiguità morale notevole ed una immensa voglia di redimersi. La coltre impenetrabile di menzogne, in un ambiente per cultura così riservato come il Medio Oriente, dona agli interpreti maggiore fascino: tra tutti un Russell Crowe che diventa attore feticcio per il regista inglese dopo il leggero e piacevole Un’ottima annata – A good year ed il mastodontico American Gangster, senza scomodare il pluripremiato Il gladiatore. Crowe si ritrova insolitamente in un ruolo subdolo e controverso, insieme ad un attore buono per tutte le stagioni come Mark Strong. Di certo non passa inosservata per il suo charme e pacatezza l’attrice iraniana Golshifteh Farahani, epicentro morale e di una tanto agognata normalità per l’agente della CIA Roger Ferris/DiCaprio.

Il soggetto resta la lotta contro il terrorismo islamico, scaturita dopo i sanguinosi attacchi dell’11 Settembre e fagocitata da una gestione disastrosa del Medio Oriente da parte del Paese delle cinquanta stelle. La regia adamantina di Ridley Scott, che riesce bene ad amalgamare i corposi dialoghi alle scene guerresche, si esprime a tratti molto rapidi e concitati, strizzando l’occhio anche a quel Nemico Pubblico del Novantotto del fratello Tony. Da questa pellicola affiorano anche le opinioni personali del regista britannico, che mostra qualche remora riguardo al comportamento americano e alla meschinità che si riversa soprattutto su una popolazione locale inerme, ma anche alle logiche del terrorismo islamico, manovrato anch’esso da interessi di pochi.

Già il titolo del film è un chiaro apripista su cui le vicende andranno a parare, con i personaggi stessi che rappresentano gli umori della trama, con Crowe/Ed Hoffman che rispecchia appieno lo spirito attaccabrighe americano, convinto di essere sempre nel giusto e con quella tracotanza anche fisica, le cui decisioni possono fare morire migliaia di persone, mentre lui è comodamente seduto sul divano di casa. Questo genere di personalità ha il suo contrasto in Roger Ferris, che è a reale contatto con le vicende, diviso tra riflessioni etiche ed obblighi per la madrepatria. Infine l’integrità ed intransigenza di Hani Salaam/Strong, il personaggio più equilibrato tra i tre, grazie soprattutto all’attore stesso che riesce abilmente ad empatizzare con le vicende arabe.

Una spy- story decisamente inconsueta che però non stona in un quadro moderno sempre più affannato e confuso, dove per l’appunto non esiste una sola verità, ma molteplici, con delle figure umane poco nitide, avvolte da un grigiore morale che attrae e ci tiene ancora una volta incollati agli schermi.   

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