Blood Diamond: Zwick, i diamanti macchiati di sangue e la redenzione dei cattivi

Questo articolo racconta il film Blood Diamond di Edward Zwick in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

I conflitti “Africani” in quest’epoca di crisi economica sono giunti ancora di più alle orecchie di una opinione pubblica occidentale così intenta ad autocompiacersi, tanto da ignorare le radici di un male profondo e sostanzialmente non causato, almeno all’inizio, dalle popolazioni stesse. Se è arrivato così imponente nelle nostre case, è attribuibile quasi esclusivamente alle migrazioni di massa che ogni classe politica di qualsiasi colore ha utilizzato per fare propaganda. La decolonizzazione dei protettorati o colonie, perlopiù sotto l’egida europea, iniziò nell’immediato secondo dopoguerra, contribuendo a costituire stati in teoria indipendenti ma soggetti anche tutt’ora ad interessi occidentali. Questi ultimi, grazie alle grandi multinazionali, fomentano guerre inviando armi al caudillo di turno, che di conseguenza promette risorse naturali in grande quantità per raggiungere il potere.

Tutto questo, inutile dirlo causa perdite ingenti nella popolazione in modo talmente caotico e violento da riportarci alla mente veri e propri olocausti. La Sierra Leone, ad esempio, fu teatro di una sanguinosissima guerra svoltasi tra il 1991 ed il 2002 che consegnò alla storia, dopo apparenti riconciliazioni tra le forze governative ed i ribelli succedutisi negli anni, la cifra di cinquantamila morti. In questo teatro estremamente disordinato hanno vita le vicende di uomini loschi che fanno di tutto per ottenere diamanti, una delle risorse principali del Paese, e che finiscono in Europa o Stati Uniti d’America.

Nella seconda metà degli anni Novanta del Novecento, il traffico di diamanti “insanguinati” frutto di schiavismo ed estrema violenza da parte del RUF (“Fronte Unito Rivoluzionario”), rappresentava, insieme ad altri Stati africani dove erano presenti conflitti, il 15% del mercato mondiale di queste pietre tanto particolari. Edward Zwick riesce a coniugare la denuncia sociale all’action movie, avvalendosi di un cast estremamente versatile tra cui spicca un Leonardo Di Caprio che, nell’anno stesso del successo scorsesiano di The Departed, rappresenterà ancora una volta il dilemma etico sulla moralità umana e le sue conseguenze.

Un’altra piaga, presa per ovvi motivi di girato in modo un po’ approssimativo, è il dramma dei bambini soldato ed i metodi con cui venivano formati, facendogli perdere ogni brandello di umanità anche tramite droghe allucinogene ed uccisioni sommarie. Una figura cardine nella storia la rappresenterà il pescatore Solomon Vandy, interpretato dal candidato premio Oscar Djimon Hounsou e la disperata lotta per riottenere la sua famiglia, sfollata per via del conflitto. Così. con alle calcagna il temibile capitano Poison che farà di tutto per strappargli l’agognato diamante rosa, nascosto a dovere nei pressi della miniera, il pescatore dovrà per forza scendere a patti con Danny Archer/DiCaprio.

La sceneggiatura di Charles Leavitt ha quell’enfasi morigerata che dona alla pellicola un sapore reale e mai buonista o banale. C’è da dire che se le leggi europee sono abbastanza restrittive, gli Stati Uniti finora hanno fatto ben poco per estirpare questo annoso problema. Verrebbe da chiederci anche chi fornisce in maggioranza le armi per questi conflitti, visto che una delle produzioni industriali più grandi al mondo è proprio quella U.S.A., ma spesso, anche da parte dell’opinione pubblica europea, si tende sempre a chiudere un occhio o addirittura minimizzare sugli interventi yankee nelle sorti del mondo.

I due protagonisti sono legati all’inizio solo dal reciproco interesse, e con un terzo incomodo, anch’essa spinta dal tornaconto personale: una bravissima Jennifer Connelly, nei panni di una giornalista a caccia di una connessione tra i trafficanti di diamanti ed una nota casa di gioielli. Man mano i tre troveranno una fragile armonia condita da una notevole empatia. La redenzione, la moralità e le priorità delle vita, messe già in scena dal regista di Chicago solo tre anni prima con L’ultimo Samurai, riemergono costantemente in tutta la seconda parte del film e si riconfermerà anche due anni dopo con la storia di una comunità ebrea in fuga dai nazisti, capitanata da Daniel Craig in Defiance – I giorni del coraggio.

Le tematiche affrontate, rappresentano un cinema che non perderà mai la sua carica di presa di coscienza, di conseguenza forse più adatto ad un pubblico informato o che se non altro voglia approfondire i conflitti africani ed il colonialismo nel corso dei secoli e cosa ha rappresentato anche per l’Occidente in conseguenze, ancora difficilmente poco quantificabili. Le oltre due ore di girato perciò non pesano, i ritmi si mantengono sempre alti e ricchi di pathos, coinvolgendo chi guarda nei conflitti interiori di queste tre figure tanto diverse tra loro. L’ennesima lezione che Zwick impartisce allo spettatore, facendoci riflettere anche sul prezzo, in tema di vite umane del nostro benessere, spesso poco considerato solo per un crescente egoismo.

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