Elton John, Rocketman: Il vero significato del testo

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Ecco, sul fondo della piscina c’è un astronauta e sta suonando il piano. È un bambino, anzi: è lui da bambino. Reginald Dwight -il vero nome di Elton John- lo guarda e non dice nulla.

Ci sono solo loro due e un pianoforte, il mondo è distante.

E lui, ancora vestito a festa, gli dice: I miss the Earth so much. Mi manca il terreno sotto i piedi.

Cosi, con questa scena perfetta per la canzone in sottofondo, viene presentata Rocketman agli spettatori dell’omonimo film, biografia di Elton John.

L’astronauta, la distanza, il senso di destabilizzazione: in questa istantanea potentissima c’è già tutto.

Rocketman, la canzone, esce nel 1972: tre anni prima un razzo è atterrato sulla luna, e a un’intera generazione sembra di toccare lo spazio con un dito. Sono gli anni di Ziggy Stardust, della fantascienza galoppante, dei fuochi d’artificio dell’astronomia: ma niente di tutto questo c’entra davvero con il cuore della canzone.

Il primo tema infatti, è un senso di distacco obbligato: per lavoro, per scelta autoimposta, forse entrambi.

Il senso di rinuncia alla propria vita per un ideale che sembra schiacciarla.

Nel 1972 il successo di Elton John ha rivoluzionato la sua vita. Ha viaggiato dalla dimensione della routine inglese al Pianeta della Fama: soldi, lusso, feste, amici, inviti. Una rivoluzione che quasi gli dà le vertigini: che lo intriga, che gli piace, che non gli ha tolto la fitta di solitudine che in realtà sente ancora presente.

Così come l’astronauta,ha lasciato tutto per la sua missione : famiglia amici, persino il terreno.

Mi manca la Terra, mia moglie
Mi sento solo qui nello spazio
In un viaggio senza tempo

Il viaggiatore spaziale l’esempio più evidente dell uomo senza punto fisso, fuori dai canoni di spazio e tempo, un punto tra le stelle.

Così il secondo tema è il senso di solitudine.

Essere soli significa essere nudi: dover affrontare le proprie scelte, le proprie scuse, senza nessuno con cui giustificarsi. E così inizia la crisi di chi deve discutere le proprie scelte, o il senso di quiete di chi le rifarebbe. L’unico modo per valutarle è fermarsi.

Sono l’uomo razzo, che sta fondendo le sue valvole qui da solo

Il terzo tema è il desiderio di fermare tutto per ascoltarsi e tornare alla.verità di sè stessi. Ecco perché nel film lui incontra sè bambino. Senza folla intorno, senza personaggi costruiti, si riflette in un essere che semplicemente vuole sentirsi amato.

Penso ci vorrà molto tempo prima che l’atterraggio mi porti ancora in giro, per scoprire che non sono l’uomo che mi credono a casa

Perché il riferimento alla casa?

Si dice che casa è dove è il cuore. Essenzialmente, dove ci si sente sé stessi. Dove si possono togliere le maschere, restare nudi, ma senza provare il freddo dell’internauta, circondato dal buio. Piuttosto dove non si ha paura del vuoto e ci si sente difesi. 

Alcuni credono che la canzone sia un riferimento all’uso di allucinogeni, ma la metafora dell’uomo nello spazio adattarsi a molte situazioni diverse.

Non importa se sei concretamente lontano da casa: ti senti perso quando sei lontano da te stesso. Ci si sente soli anche in mezzo agli uomini, spiegava il serpente al piccolo principe, un altro astronauta bambino.

Ti senti solo, cioè, quando lasci lontano ciò in cui credi o perfino le persone in cui credi. Quando dimentichi da dove arrivi, lasci arenati i progetti a cui lavorato fino a quel momento.

Non serve essere su un’astronave per abbandonare i propri punti di riferimento, ed è allora che si scopre che sono loro -persone, ideali, progetti- che ti tengono ancorato alla realtà. Che la tua tuta di idee e pensieri attraverso cui respiri non è un ostacolo a una visione totale, ma ciò che ti permette di filtrare il mondo e viaggiare veramente libero.

Libertà non è girare in uno spazio nuovo, da soli: piuttosto è esplorare sapendo di poter tornare.

Quando scrive questo testo Bernie Taupin è all’apice del successo, dalla vita ha tutto: concerto, feste, inviti… E sta per scegliere di ritirarsi nella casa in campagna che sognava sin da piccolo. Proprio lui, che in campagna ci era cresciuto, l’aveva respirata, la sentiva emergere sempre di più nelle righe che scriveva, con la sua calma e il suo sole forte.

“I’m going back to my plough” recita Goodbye Yellow Brick Road, dell’anno seguente.

Aveva tutto se vogliamo, ma gli restava sottopelle quella sensazione di vuoto e vertigine: catapultato a migliaia di km dall’atmosfera sentiva di aver perso il senso dell’orientamento. È cosi ormai, ci sentiamo destabilizzato quando il cuore ci dice che non siamo più noi.

Gettandosi in acqua in un momento di estrema insoddisfazione per la sua vita, dicevamo all’inizio, il giovane Elton incontta un giovane astronauta che suona il piano. Ritrova la parte di sè che ama la musica, che vuole viaggiare, che cerca di esprimersi.

Il cuore parla, continuamente: e cosi come ti fa sentire a migliaia di chilometri da casa, cosi ti fa percepire qual è casa. Dov’è che puoi lasciare la tuta sulla soglia e ricaricarti prima di partire, alla scoperta dello Spazio. Ovunque tu sia.

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