Le maschere di Carnevale: la storia e gli esempi più importanti

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Siamo nel periodo del Carnevale (per le cui origini storiche e culturali si rimanda al nostro articolo dedicato), un periodo in cui più di frequente siamo circondati da “maschere”, ciascuna derivante da una propria tradizione. In realtà, l’utilizzo della cosiddetta “maschera” ha origini antichissime, già presente nell’età preistorica per lo svolgimento di pratiche religiose, come simbolo del passaggio tra la realtà visibile ed il mondo invisibile.

L’origine delle maschere

Sull’etimologia del termine “maschera” ci sono varie ipotesi, tra cui la più accreditata è quella che lo legherebbe alla radice preindoeuropea “masca”, traducibile come “fuliggine”, o, in maniera meno letterale, in “fantasma”. Un’altra ipotesi abbastanza diffusa, non del tutto incompatibile con la precedente, è quella che farebbe derivare il termine “maschera” direttamente dal latino medievale “masca”, usato come sinonimo di “strega”, presente peraltro nel testo dell’editto di Rotari. Alcune tracce del vocabolo si trovano anche negli antichi idiomi germanici e nel provenzale, dove la parola “masc” era adoperata nel significato di “stregone”. Una parte degli studiosi ha notato l’assonanza del termine “maschera” con la locuzione araba “maschara” o “mascharat”, che significa “scherzo” o “burla”, arrivata in Europa nel periodo delle crociate, mentre alcuni esegeti riconducono la sua origine all’antico verbo francese “rabaschier” (fare confusione).

Come si diceva in apertura, l’utilizzo della “maschera” è accertato già in età preistorica, costituendo un efficace linguaggio per mettere in comunicazione il mondo umano con quello “degli spiriti”. Infatti, colui che indossava la maschera perdeva la sua identità, per immedesimarsi nel soggetto rituale che desiderava rappresentare. Presso le civiltà antiche si diffuse, poi, l’uso della maschera a scopi funerari, come nell’antico Egitto e nella Grecia classica. Nel vivace contesto culturale ellenico, tuttavia, la maschera iniziò ad essere strumento figurativo, diffondendosi nel teatro attico e di altre regioni. In alcune rappresentazioni teatrali, la maschera doveva svolgere un doppio ruolo: quello di attribuire una determinata caratteristica al personaggio e quella di fungere da strumento di risonanza per rendere i dialoghi più chiari, attraverso l’amplificazione acustica. Nei culti misterici di età ellenistica, la maschera costituì uno dei più importanti simboli della “morte iniziatica” e, di conseguenza, del passaggio ad un nuovo stadio di consapevolezza spirituale, mentre nella Roma imperiale cominciò a diffondersi l’uso della maschera nell’accezione gioiosa e burlesca. Si pensi, a tale proposito, alla descrizione di Virgilio delle maschere indossate in onore di Bacco, nella sua celebre opera delle “Georgiche”.

Prima di passare ad una sintetica trattazione sulle maschere italiane legate alla tradizione del Carnevale, vorrei aggiungere qualche brevissima nota sul significato “antropologico” della maschera. Come ho accennato prima, agli albori della civiltà umana, la maschera era utilizzata dalla comunità per cercare di entrare in comunicazione con il mondo degli spiriti o con quello degli antenati. L’effigie della maschera doveva somigliare, quanto più era possibile, allo spirito umano o animale con cui si voleva entrare in contatto, celando la vera identità di chi la indossava. È interessante notare che, per le civiltà antiche, il soggetto mascherato non voleva imitare la divinità, ma rappresentava la divinità stessa che ne prendeva possesso.

Nell’evoluzione semantica e con lo sviluppo delle scienze umanistiche, l’espressione “indossare una maschera” è diventata, più o meno, la metafora per discernere i più svariati comportamenti che si assumono durante la nostra esistenza. In questa accezione, la maschera non cela più nulla, ma diventa un metodo per mostrare soltanto qualche lato della propria personalità, a seconda delle circostanze contingenti. Con lo sviluppo tecnologico, il termine “maschera” è stato adattato per indicare un’immagine potenzialmente sovrapponibile ad altre, al fine di formare effetti di composizione, mentre in ambito digitale, più nello specifico, indica la parte dell’interfaccia di un programma, con cui un determinato utente può compiere molteplici operazioni.

Le maschere della tradizione italiana

L’Italia ha una ricchissima tradizione di maschere di origini diverse, con riferimento alle usanze popolari o direttamente derivanti da rappresentazioni artistiche.

Arlecchino

Nella veloce rassegna delle principali maschere carnevalesche del nostro Paese, comincerei forse dalla più famosa, Arlecchino, personaggio della commedia dell’arte, nato dall’unione di due differenti tradizioni: lo Zanni bergamasco ed alcune figure diaboliche farsesche del contesto francese. Si pensa che Arlecchino fosse anche un demone ctonio (sotterraneo), come nel XII secolo racconta Orderico Vitale nella sua “Storia Ecclesiastica”, parlando di un corteo di anime guidate dal demone Herlechin. Ed abbastanza simile è il demone “Alichino” presente nell’inferno dantesco, come membro dei Malebranche, un gruppo di diavoli che tortura i dannati con la pece bollente.

La maschera che prende forma nel Seicento si rifà al ghigno nero del diavolo, presentando sul lato destro della fronte un piccolo corno. Anche la radice del nome evoca un’origine infernale: “Holle Konig” (re dell’inferno) in ambiente germanico, divenuto “Helleking” ed “Harlequin”. Questo spirito tormentato viene poi portato sui palcoscenici alla metà del Cinquecento, con l’attore bergamasco Alberto Naselli o Alberto Gavazzi, detto il Zan, riproposto alcuni decenni dopo dal mantovano Tristano Martinelli. Nel contesto della commedia dell’arte, Arlecchino perde progressivamente il suo carattere demoniaco, o elfico, come considerato da una parte della storiografia francese, per assumere un’indole più farsesca e divertente. 

La prima incisione di Arlecchino conosciuta si trova nel libro del 1601 “Composition de Rhetorique” del già citato Tristano Martinelli, con la tunica larga bianca e numerose pezze colorate sparse. Nel successivo sviluppo del costume, Arlecchino ha poi assunto il vestito a losanghe di tutti i colori, la maschera nera ed il batacchio, una sorta di bastone composto da due listelli di legno, uniti insieme all’estremità ed adoperato come strumento musicale. Arlecchino diventa l’emblema del servo povero, piuttosto infedele al suo padrone, spesso obiettivo di scherzi e di imbrogli. Il suo atteggiamento è irriverente e vivace, mostrando una certa indifferenza anche davanti a fatti sfortunati. Ad Arlecchino si associa il peccato capitale della gola: è sempre ghiotto e ne inventa di tutti i colori, pur di essere invitato a pranzo. Il suo linguaggio è dialettale e, a tratti, scurrile, tranne quando si rivolge a Colombina, il suo storico amore.

Gianduja

Di gran lunga più recente è l’origine di Gianduja, la famosa maschera piemontese, nata alla fine del diciottesimo secolo, grazie alla fantasia di due bravi burattinai, Bellone e Sales. Gianduja si presenta come un galantuomo allegro, dotato di buon senso e di coraggio, amante del buon vino e dei cibi gustosi. È presente in tutte le feste popolari torinesi, insieme alla sua sposa Giacometta, con la quale non disdegna eleganti passeggiate in carrozza per le eleganti strade del capoluogo piemontese. 

Sembra che il suo nome di battesimo fosse Gironi, riconducibile al Duca di Genova, Girolamo Durazzo. Per questo motivo, i due ideatori decisero di cambiare il nome in Giandoja, dal nome di un popolano abbastanza conosciuto, diventato in seguito Gianduja. All’inizio, Gianduja fu utilizzato anche come critica nei confronti del malgoverno dei Savoia. Ciò è dimostrato dal fatto che Cavour condusse contro tale personaggio una strenua battaglia. I cioccolatini gianduiotti devono alla maschera il loro nome e la loro forma, appunto simile al cappello del famoso personaggio. Il caro Gianduja è, comunque, una maschera rassicurante, sempre pronto a fare del bene, con il suo cappello a tre punte, la parrucca con il codino, il panciotto marrone, i calzoni verdi e le particolari calze rosse.                    

Pulcinella

Ed ora facciamo un salto a Napoli, per incontrare la mitica maschera di Pulcinella. Nell’attuale forma il personaggio di Pulcinella è stato inventato dall’attore Silvio Fiorillo all’inizio del Seicento, anche se il suo costume è stato perfezionato nel diciannovesimo secolo da Antonio Petito, in quanto la maschera originaria prevedeva un cappello bicorno, diverso da quello da noi conosciuto “a pan di zucchero”. 

Per quanto riguarda le più antiche ispirazioni del personaggio di Pulcinella, le interpretazioni sono diverse: alcuni lo fanno discendere da “Pulcinello”, un piccolo pulcino dal naso adunco, altri sostengono che tragga origine da un contadino di Acerra, Puccio d’Aniello che, all’inizio del Seicento, faceva parte di un gruppo di buffoni girovaghi che si guadagnavano da vivere con spettacoli improvvisati. Altri esegeti, come Margarete Bieber, sostengono che Pulcinella derivi addirittura da “Maccus”, un personaggio delle Atellane romane, le cui rappresentazioni erano diffuse nel IV secolo d.C.. Maccus era raffigurato come un servo dal naso lungo e dalla faccia rubiconda, con ventre prominente ed una veste larga e bianca. Qualche interprete fa risalire la maschera di Pulcinella ad un altro personaggio delle “Atellane”, Kikirrus, una maschera teriomorfa (dall’aspetto animale), il cui nome richiama il verso del gallo.

Molti autori hanno dato più importanza alla simbologia del personaggio che sembrerebbe incarnare in sé contrasti e contraddizioni, a partire da un presunto ermafroditismo intrinseco. In quest’ottica, andrebbe confermato il legame con il pollo-pulcino, animale non riproduttivo, di cui la maschera napoletana imita la voce. Pulcinella, nel contempo, si presenterebbe come stupido e furbo, demone ed angelo, saggio e sciocco, sempre sospeso tra  i pericoli della città e le insidie della campagna. È una maschera figlia della cultura popolare partenopea, intrisa di elementi propri della tradizione pagana, mescolati ad elementi della religiosità cristiana. Pulcinella, pur essendo consapevole di tutti i suoi problemi, riesce sempre ad uscirne con allegria, deridendo i potenti pubblicamente e sorridendo, anche con amarezza, davanti ad ogni avversità. Davvero numerosi sono i personaggi illustri che hanno vestito i panni di Pulcinella, tra questi annoveriamo almeno Eduardo De Filippo, Nino Taranto, Massimo Troisi e Massimo Ranieri.

Balanzone

Ci spostiamo a Bologna, detta la “dotta” o la “grassa”, a seconda se vogliamo mettere in evidenza la cultura, legata alla più antica università d’Europa, insieme alla Federico II di Napoli, oppure la sua straordinaria gastronomia. Il dottor Balanzone, conosciuto anche come Balanzone, o dottor Graziano, o semplicemente “il dottore”, è la maschera tipica del capoluogo emiliano, derivante dalla commedia dell’arte del diciassettesimo secolo. Si tratta del classico signorotto serio e saccente, dottore in legge, simbolo del dotto e tronfio leguleio bolognese. Il suo stesso nome è ironico, in quanto Balanzone è la storpiatura dialettale di “bilancione” (la bilancia è, infatti, il simbolo della legge e della giustizia). Già nelle commedie era rappresentato come un uomo attempato con le guance rubizze, sempre vestito di nero ed avvezzo a gesticolare molto.

La particolarità di Balanzone è  costituita dal fatto che calza una maschera molto piccola che ricopre solo naso e sopracciglia, appoggiata sui grandi baffi. Ovviamente, Balanzone indossa l’abito dei professori dell’Università di Bologna: toga nera, colletto e polsini bianchi, gran cappello, giacca e mantello. Fra i più noti interpreti del ruolo di Balanzone, ricordiamo Domenico Lelli che riuscì molto bene ad attribuirgli le caratteristiche di un erudito avvocato pignolo e cavilloso.

Meneghino

A Milano, invece, troviamo Meneghino, un personaggio del teatro milanese, creato da Carlo Maria Maggi, diventato il simbolo della cultura popolare del capoluogo lombardo, al punto che l’aggettivo “meneghino” è di solito adoperato proprio per identificarne i cittadini. La figura di Meneghino è caratterizzata dall’onestà e dalla sincerità, evidenziata dal fatto che, nelle sue prime rappresentazioni, a differenza degli altri personaggi della commedia dell’arte, non indossa una maschera. Sempre alla ricerca della giustizia, nel corso dei secoli Meneghino sui palcoscenici ha svolto diverse professioni, tra cui quella del “padrone”, del “contadino” e del “mercante”.    Nel Carnevale ambrosiano Meneghino sfila accompagnato dalla moglie Cecca in tante manifestazioni milanesi.

All’inizio del Novecento, il costume di Meneghino era molto simile a quello di Gianduja, con la peculiarità di non indossare la maschera. Di seguito ha assunto il suo aspetto attuale: un cappello a tre punte sopra una parrucca nera col codino, una lunga giacca con un gilet fiorito giallo oppure colorato sopra una camicia bianca, pantaloni corti verdi al ginocchio, calze a righe bianche e rosse, scarpe nere con fibbie.

Pantalone

Tra i cangianti colori della laguna veneziana, dove il Carnevale è una vera e propria istituzione, incontriamo Pantalone, un personaggio che nasce alla metà del Cinquecento, come il prototipo del mercante vecchio, avido e dedito ai piaceri della carne. Alcune figure più o meno simili erano già presenti in alcuni spettacoli rinascimentali, ma Pantalone prende forma proprio nel contesto culturale e commerciale della Serenissima. Se ammiriamo alcuni dipinti di celebri artisti come Carpaccio, Jacopo e Giovanni Bellini o il Veronese, notiamo che il “mercante veneziano” presentava gli stessi costumi del burlesco Pantalone: una lunga zimarra nera che copre una calzamaglia rossa. Nei primi spettacoli, Pantalone appare come un vecchio vizioso che insidia le giovinette, spesso serve in cerca di facili guadagni.

Da una prima fase più comica e farsesca, Pantalone diventa l’emblema del padre burbero ed avaro, protagonista del genere cosiddetto del “dramma borghese”. La maschera di Pantalone è la metafora della vana ricerca dei piaceri materiali, a dispetto di quelli spirituali, nonostante il passare del tempo ed il sopraggiungere della vecchiaia. Le uniche preoccupazioni del mercante veneziano sono, infatti, il denaro e le ricchezze, che lo rendono sospettoso nei confronti di tutti, perfino degli affetti più cari. Come tutte le persone avide ed avare piange sempre miseria, facendo soffrire la fame a chi lo circonda ed intromettendosi anche in dispute che non lo riguardano. Spesso è accompagnato da moglie e figlia, l’avvenente Rosaura, al cui servizio c’è la furba Colombina.

Il costume attuale di Pantalone prevede calzamaglia e blusa rosse, una maschera nera dal naso adunco, a cui si aggiunge un cappellino floscio e rosso. Il suo “look” è completato da uno spadino ed, ovviamente, dalla borsa contenente i denari (in veneziano “scarsela”). Vi sono due curiosità sull’eventuale origine del nome di Pantalone. Secondo la prima ipotesi potrebbe derivare da San Pantaleone, uno dei santi patroni di Venezia; secondo la seconda ipotesi, dall’espressione “pianta-leone”, ossia il gesto dei soldati e dei mercanti veneti di piantare lo “stendardo” della Serenissima, appunto il “leone di San Marco”, in tutti i territori conquistati.

Rugantino

Nella capitale troviamo Rugantino, una tipica maschera del teatro romano, definito molto spesso “er bullo de Trastevere, avelto co’ le parole e cor cortello”, un giovane uomo dall’atteggiamento arrogante e strafottente, ma buono di cuore. Lo stesso nome deriva dall’espressione romanesca “ruganza” che significa, appunto, arroganza. 

Le origini del personaggio si attribuiscono al famoso burattinaio Ghetanaccio all’inizio del Settecento, anche se acquistò popolarità a partire dal 1848, quando Odoardo Zuccari lo presentò sulla pagina iniziale di una rivista satirica. Tra le recenti rappresentazioni cinematografiche, è sicuramente degno di nota il film del 1973 diretto da Pasquale Festa Campanile che ha come protagonista proprio Rugantino. All’inizio, la maschera romana era raffigurata con abiti da gendarme, sempre pronto a prendersela contro qualche innocente, per evidenziare il suo misero potere. Di seguito ha assunto la configurazione attuale: solitamente veste abiti bizzarri e stravaganti, come un gilè ed un cappello di colore rosso. La sua indole è litigiosa ed inconcludente e, soprattutto nei racconti, tende ad esagerare le proprie imprese.

Stenterello

La maschera fiorentina per eccellenza è, invece, Stenterello, ideata nel XVIII secolo dall’attore Luigi Del Buono. Come già il nome lascia supporre, Stenterello è un giovane magro, gracile e piccolo di statura, traendo origine proprio dalla corporatura del suo ideatore. Tuttavia, nelle rappresentazioni successive, gli “Stenterelli” non furono sempre mingherlini, ma adattati alle varie rappresentazioni contingenti.

Stenterello è presentato come il tipico toscano chiacchierone, in apparenza pauroso ed impulsivo, ma anche saggio, ingegnoso e pronto a schierarsi dalla parte del più debole. Questa indole contraddittoria, espressa con una sorta di “tremarella” nella gestualità, costituisce il fulcro della comicità della maschera, come lo stesso utilizzo del simpatico vernacolo fiorentino. Nel personaggio di Stenterello si incarna il popolo  fiorentino dei ceti più bassi, oppresso dalle ingiustizie che, però, non perde la voglia di ridere e di scherzare. Anche il suo costume è particolarmente brioso, ispirato a quelli in voga nel Settecento: in testa si nota il tricorno nero o una lucerna come fregio, a seguire una giacca (zimarra) a falde di color azzurro  chiaro o cobalto, sopra una sottoveste luminosa, panciotto giallo canarino, calzoni corti neri, due calze di colore diverso, scarpe a fibbia bassa ed una parrucca bianca con il codino all’insù.

Beppe Nappa

Nella splendida Sicilia, la maschera carnevalesca più rappresentativa è forse quella di Beppe Nappa, nata nell’ambito della commedia dell’arte della Trinacria nel sedicesimo secolo. Le sue caratteristiche principali sono la pigrizia e l’ironia, anche se in maniera sorprendente ed improvvisa si mostra capace di compiere salti e danze acrobatiche molto difficili da eseguire. Di solito è presentato come un servitore che ama stare in cucina, senza dare un apporto significativo, ma annusando il profumo dei cibi e bevendo vino, la sua vera passione. Il costume è formato da una casacca e calzoni verdi, entrambi in maniera burlesca troppo larghi e lunghi, a cui si aggiunge un cappellino di feltro bianco o verde collocato su una calotta bianca. Dalla metà del secolo scorso, Beppe Nappa è diventata la maschera emblematica del carnevale di Sciacca, portato su un carro allegorico fuori concorso e nominato “sindaco” della città ironicamente durante i giorni di festa. Il suo nome deriva da “nappa” che in siciliano vuol dire “toppa dei calzoni” ed, in maniera traslata, “uomo da nulla”.

Capitan Spaventa

A Genova ed in tutta la Liguria troviamo Capitan Spaventa, una maschera anch’essa nata nel contesto della commedia dell’arte ed ideata dall’attore Francesco Andreini verso la metà del Cinquecento. Si tratta di un personaggio visionario, una sorta di soldato sognatore che contrasta con il prototipo del militare rozzo ed ignorante, proprio perché evidenzia una grande cultura e spiccate qualità di buon senso. Nella raccolta degli scritti di Andreini che ci sono pervenuti, denominati “le bravure di capitan Spaventa”, il personaggio è presentato in netta contrapposizione a Capitan Matamoros, sbruffone e supponente. Capitan Spaventa è anche conosciuto come Capitan Fracassa ed, in epoche successive alla sua creazione, è stato descritto sempre più come un vigliacco, deriso per le sue narrazioni di imprese fantasiose. Il suo costume è allegro e piacevole: in testa porta un grande cappello piumato e ed una calzamaglia tra il giallo ed il rosso-arancio, a volte a righe. Da buon militare del Cinquecento è dotato di una spada troppo grande e sproporzionata che trascina in maniera impacciata, sottintendendo il fatto che forse neanche è in grado di usarla, affidando il furore delle proprie battaglie “alla lingua” troppo svelta.

Farinella

In Puglia la maschera più divertente è Farinella, simbolo del brioso Carnevale di Putignano. Il suo nome deriva da un piatto squisito di quell’area geografica: una farina finissima, ricavata da ceci e orzo, abbrustoliti e poi ridotti in polvere, per essere raccolti in piccoli mortai di pietra, come vuole la tradizione. Il personaggio di Farinella si presenta come un ubriacone misero e burlesco. Secondo la leggenda, la figura di Farinella sarebbe ispirata ad un fornaio che, nel secolo XIV, avrebbe salvato la costa pugliese da un attacco dei Saraceni, ideando un ingegnoso tranello. 

Da misero fornaio sarebbe diventato un eroe, acquisendo la dignità di emblema della saggezza  e delle capacità del popolo, a dispetto dei potenti e dei nobili. La versione attuale del costume di Farinella risale al secolo scorso, con la fusione dell’immagine di Arlecchino e del jolly delle carte da gioco: ha, infatti, un abito multicolore, un gonnellino rosso e blu (colori della città di Putignano) ed un cappello a tre punte con campanelli, simbolo dei tre colli su cui sorge la stessa città pugliese.

I Mamuthones

E come non menzionare gli enigmatici “Mamuthones” della tradizione sarda. Si tratta di due figure che procedono affiancate ed in silenzio, durante una tipica processione, al contrario degli “Issohadores” che vestono in maniera allegra e sono in continuo movimento. L’origine è molto controversa, anche se mancano fonti scritte che ne possano attestare con certezza le caratteristiche. Alcuni ritengono che queste maschere risalgano all’età nuragica, come segno di venerazione nei confronti degli animali e per proteggersi dagli spiriti del male. Altri parlano di legami con i riti dionisiaci o come forme cultuali per celebrare il susseguirsi delle stagioni. Molto interessante è anche la tesi, secondo la quale potrebbe trattarsi di maschere create per festeggiare la vittoria dei pastori della Barbagia sugli invasori Saraceni. Le maschere dei “Mamuthones” sono nere e di fattura lignea, mentre bianche sono quelle dell’Issohadores, assicurate al viso con cinghiette di cuoio. Il corpo di chi indossa la maschera viene ricoperto di peli di pecora nera e sulla schiena si colloca una serie di campanacci.

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La tradizione delle maschere italiane è davvero ricchissima, per questo ho senza dubbio omesso altri significativi esempi di iconografia nazionale. Da Brighella a Fagiolino, da Gioppino a Meo Patacca, da Sandrone a Tartaglia: il nostro territorio è disseminato di immagini che scaturiscono dalla fantasia popolare ed, in alcune occasioni, da eventi storici ben definiti.

Mi piace concludere questa breve rassegna con il Burlamacco, emblema del Carnevale di Viareggio, a cui sono molto legato e con cui ho un appuntamento annuale. Il Burlamacco è un maschera “giovane”, creata nel 1930 dal pittore futurista e grafico Uberto Bonetti che ebbe la capacità di fondere gli elementi più importanti delle storiche maschere italiane. Il costume del Burlamacco, infatti, ha una forma composita, una sorta di sintesi degli altri personaggi preesistenti: ha il cappello di Rugantino, il mantello del dottor Balanzone, il costume a scacchi ispirato ad Arlecchino, la gorgiera bianca di Capitan Fracassa ed il bottone bianco alla Pierrot francese. Nella versione odierna il Burlamacco si presenta con una tuta tubolare, di forgia futurista, a rombi biancorossi, un mantello nero e la faccia truccata da clown ridente.

Ed il Carnevale di Viareggio, come ho potuto constatare durante una delle prime sfilate del 2020, ha accentuato l’allegoria dei suoi carri in chiave contemporanea/futuristica, come la “socialmania” raccontata attraverso la storia di Alice nel paese delle Meraviglie, un’aggressiva tigre robotica con le insegne delle Repubblica Popolare Cinese, il grande volto femminile che indica l’inquietante prospettiva della “intelligenza artificiale”, i personaggi del Mago di Oz che testimoniano un mondo ormai decadente e rassegnato, guidato da Greta Thunberg, o con il carro intitolato “beata ignoranza” che ha il volto dell’uomo moderno: da un lato internet, strumento di informazione di massa che diventa quasi disinformazione, con la crescita esponenziale di “visualizzazioni” e di “likes”, dall’altro una pila di libri che nessuno ormai legge più.

In un pomeriggio soleggiato di pieno inverno, in genere mite sulla bella costa versiliana, di particolare suggestione mi è apparso il carro intitolato “nè di Eva, né di Adamo”, al di là del contenuto strettamente sociale. La costruzione allegorica vuole essere un omaggio all’amore in tutte le sue forme ed un duro monito contro gli atteggiamenti omofobi ancora presenti nel nostro Paese. Non a caso, come scenario coreografico delle tre coppie stilizzate, impegnate in una figurativa danza, i fratelli Breschi hanno scelto un tempio colorato di ispirazione ellenica, sul cui timpano sono raffigurati i cigni, simboli della purezza e della poesia dell’amore.

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